George Eliot, “Il mulino sulla Floss”, Neri Pozza 2019
Libri per l’estate, dunque. Libri per un tempo che si presta particolarmente al long seller, a uno di quei libri che, superato il tempo lontano in cui sono stati scritti, ancora vengono pubblicati, sia pure senza venir pubblicizzati, che so, magari (e sarebbe bello) attraverso presentazioni da parte del curatore, con relativo firma-copie; senza dover partecipare a Premi più o meno accreditati; senza neppur venir veramente prescritti dal Canone o imposti dalla Scuola o dalla critica ufficiale.
Dovrebbe esserci, a pensarci bene, un Premio riservato ai long seller; alla Casa editrice che li pubblica, alla curatela del libro. Sarebbe interessante.
È senza dubbio un “accreditamento” di tutto rispetto il fatto che si tratti di libri che non vogliono morire, in forza del fatto che permangono amati dai loro lettori, che ne vengono catturati, di generazione in generazione; senza, immagino, altissimi punti di vendita e tuttavia senza cedimenti.
Sono romanzi che consentono livelli diversi di lettura: per le diverse età della vita e per diversi livelli di contenuto. Consentono di entusiasmarsi per una storia, di legarsi-riconoscersi-ascoltarsi nella relazione con un personaggio; di piangere e di ridere; consentono di conoscere un mondo e un tempo cui, oggi, una giovane lettrice/un giovane lettore non appartengono ma del quale possono comprendere la ratio, e scoprirne parti che sopravvivono, dentro di sé e nelle nostre società; da cui possono trarre i percorsi storici che hanno condotto al nostro oggi così come la permanenza di valori obsoleti in forza dei quali ancora operano prescrizioni sociali persino insapute, in società diverse dalla nostra così come dentro angoli neppure troppo nascosti del nostro mondo, con tutto il loro carico di risposte deleterie a vecchi problemi superati (e anche no), che hanno innescato nuovi, diversi problemi.
“Il mulino sulla Floss”, di Mary Anne Evans, in arte George Eliot, è un libro che ha avuto, ed ha, una collocazione importante nella storia della letteratura moderna, nella storia del movimento femminile, nella storia di crescita di generazioni di lettori e lettrici: in primo piano e indimenticabile, la figura della protagonista femminile Maggie Tulliver, mai rinunciataria, sempre capace, anche nella sofferenza, di rispettare se stessa e le proprie scelte di vita.
È un romanzo che regala un grande piacere di lettura; che immerge la lettrice/il lettore in un mondo di relazioni, dentro storie di vita che, tutte, si fanno amare, e trattengono nella difficoltà a lasciare la pagina, si tratti di seguire le vicende che segnano la vita dei protagonisti, si tratti di godere, a partire dall’incipit, di un paesaggio, della bellezza di un piccolo fiume, dell’immaginato rumore del mulino, di giochi e scontri così come della narrazione che ci fa conoscere dall’interno, nei loro pensieri più riposti, nelle emozioni e negli affetti, i protagonisti, un mondo corale di relazioni familiari estese.
Avevo accennato a George Eliot, nel tempo di avvio di queste pagine, e, in particolare al suo “Il mulino sulla Floss”, senza andar oltre (qui e qui).
Avevo riletto questo libro, al tempo. L’ho riletto, in questi giorni, riuscendo infine a consentirmi di proporlo perché, che dire, in un qualche modo si tratta di un romanzo che, nella mia età (più che) adulta, desideravo, forse, tenere per me. Vi capita?
Il libro.
Pubblicato nel 1860 – prima edizione italiana 1935 – narra la vita di due fratelli, Maggie e Tom Tulliver, che abitano ai margini del villaggio di St. Oggs, sul fiume Floss, al mulino di Dorlcote, di cui il padre è il proprietario.
Narra, insieme, la vita di un tempo e di un mondo sociale che, per quanto riguarda lo status e il ruolo sociale della donna, non ci è, non ancora, del tutto sconosciuto.
La vicenda vede quali protagonisti due fratelli le cui vite, dall’infanzia alla giovane età adulta, saranno segnate dalle regole sociali oltre e prima che da vicende familiari che ostacoleranno pesantemente le loro vite e il loro rapporto.
Ci troviamo, più o meno, negli anni tra il 1830 e il 1850, nel tempo in cui si è svolta la vita dell’autrice, da cui è quasi inevitabile, dentro una storia e dentro luoghi di invenzione, ritrovare, ipotizzare la presenza di elementi biografici.
La storia si apre e si chiude con le vite, fortemente legate tra loro, di Maggie e Tom Tulliver seppure sarà centrale il personaggio di Maggie, a partire dagli anni dell’infanzia che saranno se non felici (nessuna vita infantile lo è), fiduciosi nel futuro.
Si intravedrà, da subito – mentre il lettore godrà pagine, a cominciare dall’incipit, di descrizioni felicemente agresti del mondo e della natura in cui è immerso il mulino di Dorlcote, e della narrazione di una vita familiare estesa piacevolmente umoristici – un possibile avvenire di difficoltà per Maggie, per il suo essere una bambina e una futura donna ricca di un carattere e di un’intelligenza vivaci che le rendono impossibile aderire alle prescrizioni di comportamento richieste per una bambina, futura donna.
È una bella bambina bruna, Maggie, dai capelli lisci che non si vogliono arricciare, ribelli, tanto quanto la ragazzina che li porta, al farsi acconciare in boccoli graziosi; ha occhi scuri e vivaci, Maggie, e ama esplorare il suo mondo, soprattutto al seguito dell’adorato fratello maggiore, dal carattere opposto al suo e che è fonte, per lei, di un grande amore non sempre ricambiato; e di lacrime.
Tom vuole bene a Maggie ma esige di considerarla inferiore a sé in quanto donna, e non corrisponde, di conseguenza, ai modi del desiderio di Maggie di essere amata. Tom potrebbe persino essere spaventato da una bambina che discute, propone ragionamenti a lui estranei, sconvolge il suo mondo di certezze maschili attraverso dubbi, domande, richieste non contemplate dall’ordine sociale prescritto.
Maggie ama giocare all’aperto; ama leggere; pone domande, discute. Sicuramente non corrisponde all’esigenza del fratello di poter considerare tutte le ragazze inferiori al maschio, dal punto di vista intellettuale e per posizione sociale; tenute ad amare i servizi domestici, il ricamo e l’aver cura di sé.
Sarà il padre ad essere orgoglioso di lei, ad apprezzarne l’intelligenza, riconoscendo come tra il figlio e la figlia sia (purtroppo) lei ad avere maggiori capacità. Mr. Tulliver si preoccupa, in effetti, ma l’affetto e il riconoscimento dell’intelligenza della figlia lo portano a scusarne i comportamenti, e persino ad apprezzarli.
Maggie non corrisponde, invece, al bisogno-desiderio della madre di avere una figlia che ami essere carina, che abbia cura dei propri abiti e dei propri riccioli; che possa reggere il confronto con la cugina Lucy, bionda, aggraziata, tranquilla.
Mrs. Tulliver teme per il futuro della figlia, anche per il confronto che pone tra la propria condizione sociale, moglie di un uomo benestante ma socialmente, per così dire, inferiore ai mariti delle sorelle: Mrs. Gleg, la zia decisamente invisa a Maggie (e a Tom) per la sua severità dovuta al ruolo che ritiene di dover interpretare di sorella maggiore e autorevole; Mrs. Deane, madre della cuginetta Lucy; e Mrs. Pullet, la sorella con cui Mrs. Tulliver ha un rapporto migliore.
Si sorride, in queste pagine, mentre i pensieri di Mr. e Mrs. Tulliver sono orientati ad assicurare il miglior futuro possibile ai figli; mentre i guai causati da Maggie, dai suoi bisogni, dalle sue riflessioni e dagli scontri con l’amato fratello, la spingeranno fino a fuggire di casa per farsi accogliere dagli zingari accampati nei dintorni, cui le veniva detto ripetutamente che somigliava.
Sarà un’avventura di tutto rispetto.
Ci saranno storie di famiglia, scontri e riappacificazioni perché, dopotutto, anche gli adulti, e Mr. Tulliver in particolare, hanno, come e più dei bambini, una loro grande capacità di combinare guai nelle relazioni.
Ci saranno, per Tom, gli anni del college, la fatica dello studio cui era sicuramente meno adatto della sorella come giustamente aveva temuto il padre.
Giungeranno gli anni del primo incontro con l’età adulta e no, non credo sia il caso di narrare, sia pur per sommi capi, la storia che, per la famiglia Tulliver, si farà molto difficile.
Giungerà, per Tom, il tempo in cui impegnarsi nel riscatto delle sorti e del buon nome della famiglia. Giungerà per Maggie il tempo dell’assunzione dei compiti e dei comportamenti adeguati a una giovane e bella fanciulla; giungerà il tempo dell’amore: saranno tempi difficili, dolorosi, nel corso dei quali l’affetto di Maggie per Tom si scontrerà con la rigidità caratteriale del fratello.
E certo, non sarà, non potrebbe essere, questa, una storia a lieto fine, essendo tuttavia una storia che, nel dramma che la conclude, suggerirà il segno della pace.
Maggie Tulliver è uno dei grandi personaggi femminili della letteratura. Lo è, anche – e in questo sta la grande bellezza, e l’attualità di questo libro – per la scelta e la capacità di George Eliot di esplorare, senza alcun atteggiamento giudicante, le psicologie dei vari personaggi, in profondità, con amore.
Il mulino sulla Floss è un libro, e una storia, in cui tutti i personaggi, anche il “cattivo”, che pure c’è, sono “buoni” in quanto accolti nell’ascolto, fatti parlare nella loro interiorità, in tutta la loro umana verità.
L’autrice narra con la propria voce, alla prima persona, e intermezza il racconto con commenti, riflessioni, chiavi di lettura.
In questo è stato visto, da alcuni, un <limite> che, in realtà, non è tale; che è addirittura dovuto, sia in quanto proprio della funzione del personaggio-narratore, sia in quanto intervento mai giudicante.
Il primo romanzo femminista della letteratura – non ho alcun dubbio che anche questo sia “Il mulino sulla Floss” – ci regala, per mezzo di una scrittura sciolta, parlata, che trattiene il lettore nell’ascolto, capace di trasmettere luoghi, emozioni, sentimenti, identità; di farci udire voci che rimarranno con noi per sempre – e non importerà se ne avremo o meno consapevolezza – un dialogo con l’autrice; e un dialogo con noi stessi.

