Marcello Veneziani, “Imperdonabili. Cento ritratti di maestri sconvenienti”, Marsilio 2017
…mi dimandò: “chi fuor
li maggior tui?
Io, ch’era d’ubidir desideroso
Non gliel celai, ma tutto
gliel’apersi…
Dante, Inferno, Canto X
Marcello Veneziani è un giornalista, e uno scrittore che ho sempre apprezzato, pur trovandomi in disaccordo, egualmente sempre, con la visione del mondo sottesa a ciò che scrive.
Gli ho sempre riconosciuto, oltre alla sua ottima scrittura, la capacità di porre e proporre la sua visione, argomentandola all’interno di un confronto e al di fuori di tesi che vengono di regola sostenute in modo acritico, per non dire attraverso slogan; un giornalista-scrittore capace di lasciare aperte domande, cosicché il confronto legittimi, e reciprocamente preveda, l’ascolto dell’interlocutore e una possibile critica ragionata delle proprie e altrui posizioni.
Avendo dunque saltuariamente letto (e apprezzato, pur dissentendo sui fondamentali) suoi articoli, mi ha incuriosito questo suo libro, da cui mi attendevo un confronto che mi avrebbe dato la possibilità, se non proprio (ma, a priori, anche) di comprendere scarti (deviazioni, scostamenti) di un pensiero che spesso, a partire da sistemi di valori di massima condivisi, si traduce poi in linee di pensiero e di azione divergenti.
Inevitabile non venir attratta dal titolo contenente la forza dei termini “Imperdonabili” e “sconvenienti” riferiti ai propri (e altrui) Maestri del pensiero, con la conseguente domanda: chi, e perché.
Veneziani, in questa sua opera, ha ripreso, e lo dice nella sua Prefazione dal titolo ”Fratelli maggiori”, il titolo di un’opera di Cristina Campo (“Gli imperdonabili”, Adelphi 1987), utilizzandolo nel senso di “irregolari del pensiero e della scrittura, salvo qualcuno; autori sconvenienti che non s’accontentarono del loro tempo ma lo contraddissero (…) intelligenze pericolose (che) compongono un grande album di famiglia allargata ed eterogenea con un fiorente albero genealogico.”
Resta una certa qual area di altre domande, suscitate dal sottotitolo: “Cento ritratti di maestri sconvenienti”.
Dopotutto, e non solo in filosofia, un “maestro” è per definizione, un “irregolare”. Il che lo renderebbe “sconveniente”?
Un “maestro” è qualcuno che, in quanto tale, apre nuove strade al pensiero, al linguaggio, che orienta la comunità cui si rivolge verso nuove forme di organizzazione sociale, in alcuni casi volendo promuovere rivoluzioni, in presenza di cambiamenti culturali in atto e tuttavia non ancora socialmente percepiti a livello istituzionale, o anche solamente sociale.
Un “maestro” è qualcuno/a che, quasi per definizione, “sconfessa” il pensiero corrente. È qualcuno che apre al rinnovamente sociale, rendendo evidente l’obsolescenza di istituzioni non più idonee a organizzare la vita delle comunità.
Intelligenze pericolose: certo. Che hanno, tuttavia, già espresso il loro momento di predizione, se così si può dire; che hanno, se vogliamo, vissuto e accompagnato rivoluzioni; che ne hanno visto realizzazioni che, in parte, si sarebbero rivelate disfunzionali, pur nella loro inevitabilità.
Intelligenze che oggi, in un tempo in cui travolgenti cambiamenti nelle scienze dure e non solo hanno reso obsoleti modi culturalmente radicati del vivere sociale, delle appartenenze di classe, dei modi di produzione; dei linguaggi, della comunicazione – ed eccomi alle prese con un elenco di ambiti improprio, allargabile ad libitum; di aree di studio che separano, nell’impossibilità di concludere, aree del reale interdipendenti, così come lo sono le aree in cui impropriamente dividiamo i territori dei diversi ambiti di competenza; e i territori del pianeta in cui viviamo.
Il Novecento, da questo punto di vista, è stato un secolo di grandi rivoluzioni socio culturali, di un accelerato e tuttora in atto rinnovamento nelle scienze e in ogni ambito della conoscenza, sempre provvisorio, sempre falsificabile; e di un grande rinnovamento in filosofia e nelle scienze sociali, che emerge all’interno di assetti socio-economici e politici instabili, di cui forse ci si illudeva, al punto di ritenerli “naturali”.
Come dire: dall’istituto matrimoniale (a ognuno il suo) all’amor di patria (vedi gli Stati del continente africano divisi tra loro con il righello).
Il Novecento è stato un secolo di guerre, non diversamente, mi si dirà, dagli altri secoli, lungo tutta la storia dell’umanità; le cui dimensioni tuttavia sono state sicuramente tali da venir definite, in due casi, impropriamente mondiali mentre, negli altri casi, difficilmente pensabili come locali, mentre il pianeta giungeva a un’interdipendenza tra popoli e nazioni per la quale, oggi, ogni guerra è quantomeno sistemica; e travolge tutti.
Ed ecco: a seguito della sua interessante Prefazione, Marcello Veneziani propone un suo legittimo desiderio: un “canone”, un suo percorso per il pensiero attraverso gli autori che gli hanno dato forma.
Ci parla dei libri che vivono nella sua casa; dei Suoi Libri, cartacei; delle pagine e degli autori che, per lui e non solo, sono stati maestri di vita.
Ci propone un percorso, attraverso cento pensatori, filosofi e non solo, di cui, sinteticamente, ci narra la vita, le opere, il pensiero.
Obiettivo: “mettere in salvo nel nostro Pantheon le persone e le opere migliori che abbia finora frequentato. Non le più care, naturalmente, ma le migliori”.
E motiva la scelta, dicendo che “
“Il viaggio risponde a un itinerario della mente del curatore. Pur nelle differenze (che indubbiamente ci sono), compongono nel giudizio di chi li ha messi insieme un ideario coerente. Riflettono la sensibilità di un conservatore curioso, a tratti reazionario, che ama la Tradizione e pratica la ribellione, ama i maledetti in rivolta contro il proprio tempo e le sue dominazioni, e nel suo percorso spirituale insegue il sacro e il mito.”
Una bella motivazione, cui val la pena di dar seguito, ascoltando una voce “dissenziente” da quelle che (ma forse è stata solo una favola, va a sapere) hanno impresso il proprio segno alla cultura occidentale di un confuso e per molti versi disgraziato Novecento.
Mentre il nostro mondo, nel nuovo millennio, con i rischi che assetti socio-economici mondiali sottoposti, oltre e più che a rapidi mutamenti, a grandi instabilità, si avvita su se stesso, non mancano intelligenze pericolose (sconvenienti non saprei dire), di parti diverse, che esprimono previsioni, segnalano pericoli e propongono più o meno realistiche vie d’uscita, nel frastuono delle mille e mille voci di cui il nostro tempo si compone.
Sono voci che si sovrappongono, che pare non si confrontino, non consentendo di sottoporre tali idee a filtri utili a coagulare forze, volontà, progetti.
Ed ecco “100 filosofi”, e non solo tali; pensatori che sono stati i suoi e nostri maestri.
Il percorso prende le mosse da quelli che Veneziani definisce “I Giganti”, da Dante Alighieri e Petrarca, attraverso scrittori e poeti quali Leopardi e Dostoevskij, ma non solo, per giungere a Karl Marx, che definirà come “l’assistente sociale e culturale nel passaggio dalla vecchia società cristiano-borghese al neocapitalismo nichilista e globale, e dal vecchio liberalismo al nuovo spirito liberal” – e a Nietzsche.
Di Karl Marx offrirà, in effetti, una lettura particolare, utilizzando <oggi>, direi creativamente, la conoscenza del <poi>, frutto di mille variabili, quale interpretazione del <prima>: un guazzabuglio di derivazioni a predizione di un oggi individualista (visto dal nostro occhio occidentale, ammesso che l’Occidente esista ancora, se non per un gruppuscolo di popoli che paiono non sapere che non esiste già più, o giù di lì).
Ed eccoci al tema centrale, il Novecento.
Dopo un percorso più o meno ”canonico” (fatte salve le diverse letture che ognuno di noi compie dei “Giganti” del passato), Veneziani vi si accosta attraverso Oswald Spengler (1880 – 1936) il cui “Il tramonto dell’Occidente”, a tutt’oggi presente negli scaffali delle librerie, è tuttora in vita.
Segue Carlo Michelstaedter, (1887 – 1910), giovane poeta e pensatore, editato oggi da Adelphi. Morto suicida giovanissimo, ci ha lasciato opere di valore.
Segue Julius Evola (1898 – 1974), pseudonimo di Giulio Cesare Andrea Evola, nato a Roma. Filosofo, scrittore, esoterista, studioso dell’occultismo, fu anche il traduttore di “Il tramonto dell’Occidente“, di Oswald Spengler.
Caposcuola, se così posso dire, di una linea di pensiero che ha avuto, e ha tuttora, discepoli e ammiratori, è stato un personaggio complesso che sarebbe di qualche interesse conoscere ma che personalmente non ho mai avvicinato perché, se le mie curiosità sono molte, i miei interessi nella pratica sono più ristretti e la vita è troppo breve per andare a curiosare su tutto, Peccato però.
Teorico, più che del fascismo, del nazismo, le sue opere sono a tutt’oggi in catalogo per le Edizioni Mediterranee, mentre la sua assegnazione a teorie razziste è discussa, apparentemente in modo cavilloso, essendo chiaramente espressa.
Sicuramente va citato Karl Kraus, per appartenenza al ‘900 e per libertà di pensiero da ogni ideologia, e certamente libero da sindromi razziste. Un uomo capace di opporsi al nazismo e, nello stesso tempo, da ebreo, di addirittura rinnegare legami al proprio popolo che limitassero la sua libertà di pensiero.
In seguito, dopo una prima adesione, lasciò per gli stessi motivi, penso, la religione cattolica.
Veneziani ne fa un bel ritratto. di cui riporto l’incipit:
“Karl Kraus è stato il primo blogger dell’umanità, avendo preceduto di un secolo tutti gli altri. Fondò un sito con i mezzi del suo tempo, ma lo concepì come un blog del nostro tempo. Si chiamava “Die Fackel”, La Fiaccola (…) settimanale satirico viennese”, nato nel 1999 e che solo la morte del suo unico autore chiuse.
Che dire: non è possibile, né in effetti opportuno, ripercorrere tutti i 100 pensatori citati in questo libro.
Man mano che si entra nel ‘900, la panoramica si fa tuttavia più interessante, per l’arguzia di alcune descrizioni, per l’amore che traspare per autori che fanno sicuramente parte di un Pantheon condiviso, al di là del consenso o meno che, essendo il loro tempo prossimo alla contemporaneità, una qualche impropria forma di ideologia potrebbe sprezzare.
Verrebbero in tal caso perdute scritture di valore; e perduto un ascolto non pregiudiziale di tante voci diverse. L’ascolto dell’altro è infatti il grande assente del nostro difficile tempo.
L’autore chiude con nomi che, in qualche caso, risuonano alla memoria di chi ha la mia età ma, in effetti, senza che al nome faccia eco un pensiero cui accompagnarlo.
Giano Accame, (1928 – 2009). Giornalista e saggista.
Fausto Gianfranceschi (1928 – 2012), giornalista e scrittore;
Giovanni Volpe (1906 – 1984). Editore. Fondò la casa editrice omonima. Pubblicò, di Fausto Gianfranceschi, “Stupidario della sinistra” (ora fuori catalogo ma ancora reperibile). Non l’ho letto e non credo lo cercherò.
Alfredo Cattabiani (1937 – 2003), scrittore, giornalista e traduttore. Direttore editoriale, prima della Casa Editrice Borla di Torino, poi della Rusconi, per dieci anni che le impressero, leggo, un segno importante.
Gianfranco De Turris, Nato nel 1944. Giornalista, scrittore, segretario della Fondazione Julius Evola. Esperto della letteratura del Fantastico, è stato Presidente del Premio Tolkien per tredici anni.
Promotore della diffusione delle opere di Lovecraft. Collaboratore della RAI ha ideato e curato, per dodici anni, il programma culturale della RAI “L’Argonauta”.
Ha collaborato alla Rivista “Linus” sotto la direzione di Oreste Del Buono.
Mi sono dilungata troppo, senza poter restituire che poche briciole dei contenuti di questo libro, che mi ha suscitato curiosità di letture altre pur senza una condivisione delle tesi sottese al percorso culturale proposto; ma certamente con apertura a autori che conosco poco o nulla e che varrebbe la pena conoscere.
Il mio, e credo non solo mio, Novecento. Al volo, a casaccio: Karl Popper, Jean Paul Sartre, Simone de Beauvoir, Junger Habermas, Edmund Husserl, Karl Jasper, Ludwig Wittgenstein, Arnold Gehlen, William Van Orman Quine, Thomas Kuhn, Imre Lakatos, Paul Feyerabend,… (continua).
Possibile che il Novecento in cui viviamo sia diverso per ognuno di noi? Veneziani ha certamente esplorato bene autori italiani. Altrettanto certamente, tuttavia, manca, nel suo percorso, una visione più ampia di un mondo oggi privo di confini: come natura lo ha fatto, peraltro.
I confini, linguistici e territoriali, sono davvero “umani, troppo umani”.
Confesso – è giusto – che il <mio> percorso, la visione che lo ha determinato, deve aver sofferto di uno scotoma – come accade a chiunque, e per questo è sempre interessante il confronto.
Difficile, tuttavia, assumere una parte per il tutto e farsene una guida per la vita – non solo nostra.
Resta che il libro è interessante, e di ottima scrittura (che non è poco).




