Armi per la vita

Fare un figlio, piantare un albero, scrivere un libro. Si dice sia il senso di una vita compiuta; di una vita feconda, e dunque trasmessa.  

Su altra scala, è ciò che ha fatto Dio: dar vita a dei figli, “fatti a Sua immagine e somiglianza”, creare per loro un mondo vivente e abitato da altre specie, vegetali e animali; e infine, tramite la mano dei Suoi figli, scrivere un libro.  

E leggere? Vale a dire interpretare, accogliere in sé, elaborare e trasmettere? Attraverso il dialogo, attraverso ciò che, essendo divenuto parte di noi, inevitabilmente comunicheremo?

Così, attraverso la lettura di un libro, attraverso l’ascolto degli altri, entreremo in relazione con un pensiero per restituirlo e diffonderlo, e argomentarlo, e farne critica.

È irreale chiedersi se sia mai esistito qualcuno che abbia scritto qualcosa, che abbia anche solo parlato per far sì che un pensiero, un sapere, un’emozione venissero trasmessi, senza essere anche un ascoltatore. E, al più alto grado, un lettore. Non esiste altro modo per far nascere, vivere, e sviluppare una cultura.  

Non per altro Dio stesso ha dovuto decidersi un bel giorno a scrivere per comunicare con gli uomini – il che implica che ha dovuto attendere che gli uomini avessero imparato a farlo: a leggere e scrivere. Prima di tale momento, Dio sarà stato, come dire, impotente, a fronte dei comportamenti erronei delle sue creature?

Equivarrebbe a dire che Dio esiste, rispetto alla sua creazione, in un tempo; che anche per lui è esistito ed esiste un prima e un dopo. Non ci siamo.  

Il diluvio universale; la comunicazione (verbale) a un solo uomo, per il fatto di aver individuato un solo giusto tra gli umani – o accontentandosi del comportamento di Noè- per poter salvare, punendo la specie umana, le specie animali che, a causa dell’uomo, avrebbero subito un castigo senza colpa; che, con gli uomini, hanno subito in ogni caso il castigo della morte di una moltitudine di individui.

Opera di Pietro liberi, Chiesa di Santa Maria Maggiore, Bergamo, XVII sec.

Si sono salvate le specie.

Non è poco, se non per quanto ne consegue: che i singoli individui, per Dio, o per la natura stessa degli esseri viventi, debbano essere, e siano, di per sé irrilevanti. Quel che importava era, ed è, la specie.

Inarrivabile, per l’uomo-individuo, che si è costruito un Dio cui potersi rivolgere individualmente; che lo tuteli come singolo, o che così dovrebbe fare. Perché c’è poco da dire ma una cosa è certa: neppure per Dio pare sia la stessa cosa redarguire e punire una sola coppia di umani, dentro ai confini dell’Eden, o controllare tutti gli uomini e le donne sparse sul pianeta terra (e su altri pianeti? o va a sapere in quale dove? Chi può dirlo?) per punirne, correggerne i comportamenti culturali contrari alla Sua legge, dovendo far loro comprendere il perché. Altrimenti non varrebbe.    

Per i comportamenti del singolo, dopotutto, avrebbe provveduto attraverso la beatitudine o il castigo eterni: Inferno e Paradiso. Non dovrebbe bastare?

Già tanto, a quanto pare (o alcuni dicono), l’essersi scelto un gruppetto, avergli imposto il nome di “popolo di Dio”, vedersela solo con loro: minimo richiesto, aveva dovuto, per fare ciò, produrre almeno una circolare, una specie di tavola sinottica composta da dieci norme, per dare forma alla faccenda; qualcosa che valesse come Legge fondamentale, come una <Costituzione> che, nel tempo, sarebbe dovuta valere per l’intera umanità; da realizzare all’interno del tempo umano e dunque, necessariamente, scritta (sotto dettatura) da <umani> – da uno solo, maschio: lasciamo perdere, c’è il rischio del fuori tema.

Non sembra che la cosa abbia funzionato bene, né per il popolo scelto, né per l’intera umanità.  

Che dire, poi, dell’aver in seguito addirittura inviato, facendolo uomo, Suo Figlio, perché portasse all’umanità tutta una Buona Novella; per poi farlo morire con ignominia e assumere così, su di sé, le colpe della specie umana; e riparandole attraverso la pena..

Ancora una volta, non pare aver funzionato. Non da parte di un Dio del Vecchio Testamento, capace di uccidere tutte le sue creature (meno una famiglia: confesso che non ricordo bene, ma, con Noè, deve aver ben salvato anche una moglie e i suoi figli: sempre per via di quella faccenda del riprodursi; per la vita della specie, non del singolo).

A seguire, pochi, scarni, per non dire nulli, parrebbero i risultati ottenuti da un Dio Padre che sacrifica il proprio figlio per la salvezza dell’intera umanità – se non l’aver suggerito agli umani, – involontariamente? – la possibilità di sacrificare a loro volta le vite dei loro figli, nella guerra, in Suo Nome, per… ad libitum.

Silhouettes di persone in fuga.

E oggi?

Diciamolo: per quanto gravi siano state le mancanze commesse dalla nostra specie al tempo di Noè, tali da far scegliere a Dio di annegarci tutti, tenendo conto del fatto che gli umani sparsi sulla terra dovevano essere un piccolo gruppo rispetto alla popolazione attuale, debbono essere state cose da poco nel confronto con quanto, in seguito, noi umani abbiamo compiuto; rispetto alle esecrabili colpe di cui ci siamo macchiati e che continuiamo a perpetrare: tutti, nessuno escluso, con la scusante, sempre ripetuta, di operare nel nome di Dio.

Come mai, dunque, Dio non ci ha ancora annientati? Avrà ritenuto preferibile lasciar fare a noi?  

Dopotutto, stiamo dimostrando di saperci annientare benissimo da soli anche se, pur sempre, in Suo Nome.

Deus vult! Incredibile, a ben guardare, che l’opera non sai già stata compiuta.

Fare un figlio, piantare un albero, scrivere un libro è, dunque, ciò che ha fatto Dio stesso per tutti noi viventi: e non ha funzionato.

Avrà forse scordato due azioni altrettanto fondamentali? Avrà scordato di segnalarci la necessità di ascoltare le parole che ci giungono; di leggere, e accogliere in noi, ciò che altri hanno scritto per noi? Senza di che anche le Sue parole, così come le regole che ci ha dato per avere la buona vita quale Egli, si dice, avrebbe voluto per il creato tutto, non hanno potuto funzionare.    

Certo: le Sue Parole hanno avuto bisogno di voci umane per raggiungerci; così come la Sua scrittura; e saranno state, l’una e le altre, umane o divine che siano, interpolate. Che ne dite: ci abbiamo messo lo zampino? Certo che, anche così, sempre a Lui si torna; all’Onnipotente – lo dovrebbe essere o no?  

Che dire. Esista o meno, lo abbia o meno voluto, impossibile trovarvi una qualsiasi ratio che, si sa, sarebbe per noi, comunque irraggiungibile. Viene detto che noi semplici umani non possiamo comprendere le ragioni e gli obiettivi di Dio, il cui agire sarà in ogni caso per il nostro bene.

E se così stanno le cose, perché mai dovrebbe averci dotato di una ragione fallace?

Ora se ne starà a guardarci (e potremmo pensarlo deluso, da se stesso e da noi,) attendendo di vedere come andrà a finire; chiedendosi se, ancora una volta, riusciremo a sfangarla, parecchio ammaccati, sicuramente malconci ma insomma, pur sempre avendo salvato la nostra specie (e ci sta sempre quel problema del tempo umano, che per Lui non dovrebbe esistere: com’è possibile che l’Onnisciente, sapendo benissimo come sarebbe andata a finire, sia giunto fino a sacrificare Suo Figlio per niente?).

Vero è, o dovrebbe essere, che ci ha fatti a Sua immagine e somiglianza, così che anche noi continuiamo a uccidere i nostri figli con le guerre, ben sapendo che nessuna guerra ha mai portato beneficio alcuno a chicchessia ma solo dolore, distruzione, morte e disperazione.  

Potremmo sospettare che sia stato l’uomo a inventare (non a creare, no) questo Dio a propria immagine e somiglianza; e che un Lui, se c’è, sapendo bene come andrà a finire, nella Sua infinita saggezza, ci abbia lasciato fare.

Dopotutto, se ci ha creato fornendoci di ragione, e di libero arbitrio, ha già da sempre provveduto a noi: cos’altro avrebbe dovuto fare.

Perché dunque non sperare che, dopo esserci adeguatamente puniti da soli, Egli sappia bene che la nostra ragione infine prevarrà e, pagato ciò che era giusto pagassimo, impareremo a vivere da persone civili.

Sperare è sempre lecito.

Poi c’è la lettura, l’altra faccia della scrittura. E se al tempo degli interventi divini diretti (che sembrano da tempo inattivi) esistevano pochi libri e, tra questi, un solo gruppo di Libri la cui lettura tutti avrebbero dovuto ascoltare in quanto Parola di Dio, pur senza autorizzazione a – mi ripeto – accogliere in sé, elaborare e trasmettere. Era un tempo (non ancora sepolto) in cui solo una classe sacerdotale era autorizzata a interpretare la Sua Parola: all’interno di dispute, e guerre tra interpreti autorizzati, tanto per cambiare.

Attraverso il dialogo, attraverso ciò che, essendo divenuto parte di noi, inevitabilmente comunicheremo, la lettura è, oggi a disposizione, possiamo dire dell’intera umanità.  

La possibilità di informarci e formarci nel confronto è forse il solo patrimonio condiviso da tutte le genti. Ed è l’arma più potente, l’Arma, in assoluto, per ritrovare la via della salvezza.

La memoria ritorna ad un libro di Ray Bradbury, “Fahrenheit 451”, che oggi, ancora e come mai prima, ha predetto il mondo che oggi stiamo per vivere; dove, alla fine di una guerra totale, parlando, all’interno di un gruppo che, in un mondo in cui i libri erano condannati al rogo, li memorizzava, costituendosi come una biblioteca umana, tale Granger, il capo dei ribelli-libri-umani diceva al protagonista Montag, vigile del fuoco in crisi che si sta unendo a loro:

“E quando ci domanderanno che cosa stiamo facendo, tu potrai rispondere loro: Noi ricordiamo”   (qui)