luther-blissett-immagine“Tra le figure dell’affresco, io rimango nello sfondo”
(Luther Blissett, Q, Einaudi 1999)

Se l’autore è “nessuno”: “Che fare?”, dove gli echi del titolo possono essere evocativi, ognuno scelga come vuole.

Si parte da un nome: Luther Blissett: ignorando il calciatore, deludente cannoniere del Milan dei tempi andati, resta un nome, a rappresentare un collettivo di cui ci si può, oggi, legittimamente chiedere: c’è veramente stato?

La risposta è: certo, sì. Lo documenta, non fosse altro, un libro quale “Q”. Lo documentano una serie di “azioni” che, al tempo – tra il 1994 e il 1999 – hanno portato alla ribalta della cronaca un nome, e nulla più, quale autore di burle molto particolari, potremmo chiamarle “azioni politiche”, a carattere di beffe feroci, aventi quale obiettivo il sistema dei media. Peraltro, andate perfettamente a segno. Un percorso che, oggi, nella realtà dei social, e dei mutamenti che questi hanno portato nella relazione delle persone con la stampa quotidiana e periodica, assume un nuovo interesse; apre altre domande.

Tullio De Mauro non scriverà più per noi.

tullio-de-mauroCon Umberto Eco erano amici. Non è trascorso neppure un anno; e, come è avvenuto per Eco, la notizia coglie impreparati e lascia una grande amarezza, non vorrei dire dolore, come fosse venuta a mancare una persona cara, no, conosco troppo bene il lutto personale, privato, per dire una cosa simile. Ma davvero di dolore si tratta. Di fatica ad accettare. Di rifiuto.

mai-devi-domandarmiNel cassetto delle riletture completate c’è ora «Mai devi domandarmi» di Natalia Ginzburg, e c’è il mio desiderio di proporlo, perché è davvero una lettura densa di tante cose; ma mi rassegnerò ad accennarne in poche righe, per resistere alla tentazione di rimanere troppo a lungo, cocciutamente, su Natalia Ginzburg, sulla sua scrittura e sulla sua storia.

In chiusura di questo libro l’autrice scrive una nota, è il novembre 1970, per dirci come lo ha “costruito”, raggruppando scritti diversi (articoli apparsi su “La Stampa” di Torino nei due anni precedenti; un racconto, alcuni inediti). E conclude dicendo: “Non mi è mai riuscito di tenere un diario; questi scritti sono forse qualcosa come un diario, nel senso che vi ho annotato via via quello che mi capitava di ricordare e pensare; perciò l’ordine cronologico è forse il più giusto.

Di un’autrice, di un autore ciò che di lei, di lui, interessa sta unicamente in ciò che ha scritto: è così e così dev’essere. Ci sono tuttavia autori, artisti, il cui tempo di vita, e la cui storia, gettano luce la-strada-che-va-in-cittasull’opera anche se questa non richiede, per reggersi, altro che se stessa.

Natalia Levi Ginzburg è uno di questi casi, e lo è in modo peculiare: la sua storia di vita, la storia della sua giovinezza, illuminano la sua opera soprattutto per la grande, anomala alterità esistente tra la sua vita e la sua scrittura. Perché esistono tempi, ed esistono vite, da cui non si può prescindere; e in particolare per una donna, in un certo momento storico, è difficile dare vita, anche, e soprattutto, e comunque, ai propri figli e ai propri libri, prescindendone. In modo determinato. Sicuro. Dolcemente cocciuto. Seguendo la propria strada qualsiasi cosa avvenga.

un-amore-buzzatiDino Buzzati Traverso, 1906 – 1972. Di lui si sa che è bellunese, essendo nato nella villa di S. Pellegrino di Belluno, che dal 1881 è proprietà della famiglia Buzzati Traverso, nella cui chiesetta è sepolto, come ha desiderato, essendo S. Pellegrino il luogo cui sentiva di appartenere, pur avendo sempre vissuto a Milano.

Il padre, Giulio Cesare, originario di una antica famiglia bellunese, insegnava Diritto Internazionale all’Università di Pavia; era un insigne giurista, che ebbe parte in importanti consessi di diritto internazionale.

Ingeborg Bachmann
Ingeborg Bachmann

Parlare delle opere di Ingeborg Bachmann è arduo se non si è messa a fuoco una storia, un contesto di vita di questa grande scrittrice.

Ma come – mi dico da sola – non basta la sua scrittura a giustificarla?

E mi rispondo, devo rispondermi, che la sua scrittura si giustifica da sé, qualunque sia stata la sua vita, eppure: qualcuno potrebbe immaginare Virginia Woolf senza il Gruppo di Bloomsbury? La vita, per alcune autrici, è un <luogo> della loro arte – ecco, credo valga, in modo particolare, se non solo, per le donne. Dovrei pensarci meglio, ma mi pare sia davvero così. È qualcosa che ha che fare con la loro posizione nella società, con il loro essere ingabbiate in ruoli e status assegnati, per i quali la donna e l’artista, nella stessa persona, richiedono una forma di rottura con il contesto di vita. Qualcosa del genere.

Karen Blixen, Un conflitto irrisolto
Ole Wivel, “Karen Blixen, un conflitto irrisolto”, Iperborea 2002

Strana figura femminile, a ben guardare, quella di Karen Christentze Dinesen, baronessa von Blixen-Finecke. Strana perché unisce, in modo anomalo, i vantaggi di un’appartenenza sociale alla borghesia ricca e colta, che le permise studi, esperienze di vita, una gioventù carica di opportunità, a una vita in qualche modo fuori da quel mondo, pur senza smettere di farne parte, una vita che rimase, nella sua eccezionalità, per così dire appartata.

Il suo rango sociale le consentì, o lei con forza si permise, scelte di vita quali non erano normalmente concesse ad una donna, ad una ragazza la cui infanzia e prima giovinezza erano trascorse nella protetta ed esclusiva tenuta di Rungsted, un piccolo paese a trenta chilometri da Copenhagen.

Grace Paley 4Di Grace Paley oggi si conosce, credo, poco. Eppure è un’autrice la cui vita, proprio per la sua normalità e per le tante cose che stanno dentro una vita normale, ha aspetti interessanti, aspetti che negli anni ‘8o l’hanno resa – scrive Fernanda Pivano nel 1988, nel capitolo che le dedica nel suo “Viaggio americano” – “nella considerazione di chi era giovane in quegli anni, la più grande narratrice americana del tempo“.

Penelope MortimerSi tratta di un’autrice la cui vita, la cui storia, mi incuriosiscono molto. Penelope Mortimer è una scrittrice che ha inaugurato, con il suo romanzo “The Pumpkin Eater”, quello che sarebbe diventato per antonomasia il romanzo ‘femminile’: per la prima volta, almeno con questi risultati, una voce ha parlato dell’essere donna alle donne e agli uomini. Ha raccontato una donna, non un’eroina; una fatica di vivere, non una tragedia, il male di vivere, certo, e pure grande, ma il tutto osservato dentro un quotidiano, possiamo chiamarlo ‘normale’ e ‘perbene’? Dal divano dello psicanalista.

Janet FrameUna che ce l’ha fatta ad uscire dal manicomio, un po’ per fortuna, molto per determinazione. Per capacità. Un genio.

Mentre leggo “Un angelo alla mia tavola”, autobiografia di Janet Frame, mi si impone il riflettere sul fatto che la sua opera e la qualità della sua figura di donna vengono, e sono, legate alla sua storia di sofferenza psichica; e la riflessione si allarga allo stereotipo che propone come pressoché inevitabile la relazione tra una sensibilità fuori dell’ordinario, che sa tradursi in parole, e la malattia mentale, quantomeno la precarietà di quel tanto di equilibrio richiesto (e non potrebbe essere diversamente) dalle convenzioni sociali, dall’epoca e dalla società in cui si vive.

Paul_AusterSiri_HustvedtSono la coppia indiscussa della letteratura americana contemporanea e una coppia dalle caratteristiche intriganti.

Sposati dal 1981, per lui è stato il secondo matrimonio, il lavoro sembra unirli, nella diversità di cifra della scrittura di ognuno, che rivela tuttavia, mi pare, una forte contaminazione così come forti sono gli interessi comuni, alcune tematiche che ritornano nelle loro scritture.

Diversissima è l’immaginazione dell’uno e dell’altra, diversissima la struttura delle loro opere.