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Qualcosa sull’autore: dalle parti di Zerocalcare

Michele Rech, nato ad Arezzo il 12 dicembre 1983, nome d’arte Zerocalcare, è un giovane autore il cui grande futuro dovrà attendere per essere raccontato: di lui appaiono già oggi con forza le opere, pur essendo – leggo su di lui – uno di carattere riservato, che pare ami farsi i fatti propri.  Di lui, leggo ancora che conduce uno stile di vita senza alcool, droghe e tabacco e almeno tendenzialmente opta per un’alimentazione vegetariana, o vegana, non so, e cose così. Niente di che, se non un qualche apprezzamento per la prima parte delle sue scelte.

In breve: di lui si può unicamente dire che è un grande e noto fumettista, con al suo attivo, a maggio di quest’anno, 690mila copie vendute di suoi libri: la fonte dell’informazione, santa Wikipedia, non viene contestata.

Può non significare molto? No: significa. Non tanto per il venduto in sé (dopotutto Fabio Volo ha venduto oltre cinque milioni di copie dei suoi libri e, si dice, non farà la storia della letteratura italiana) quanto per il fatto che tale successo viene raggiunto utilizzando un linguaggio – il fumetto – che, pur figlio di una storia millenaria, nelle vesti che è andato utilizzando, e sperimentando in generi diversi, ormai da più di un secolo, si colloca dentro un filone che appare, non essendolo, nuovo, e ricco di voci interessanti.

C’è un intero mondo che sostiene il fare di questo autore; ci sono realtà culturali prestigiose che sperimentano linguaggi, che danno vita ad un circuito comunicativo esteso e di qualità. I premi e i riconoscimenti si accumulano.

I suoi esordi. Ancora studente, era il 2001, disegna e racconta i giorni del G8 di Genova (qui, una interessante intervista  in cui Michele Rech parla di questa sua esperienza di diciassettenne e riflette sul senso di ciò che è avvenuto: parteciperà poi a Crack Fumetti Dirompenti, il festival che si svolge, dal 2005, ogni anno, a Roma, a Forte Prenestino[i]; disegna, si fa conoscere, insieme a molti altri nomi del fumetto italiano: che è poco utile chiedere a me, che potrei solo, con cognizione di causa, riferirmi al mio tempo e dunque a Milo Manara, a Hugo Pratt, e sì, anche ai testi di Tiziano Sclavi con i disegni di Angelo Stano (sono riuscita, nella mia vita, ad incontrare, sia pur poco, un po’ di Dylan Dog; ma, rimanendo in Italia, potrei anche ritornare all’infanzia con il Diabolik di Angela e Giuliana Giussani – la mamma non approvava la lettura).

Può invece risultare interessante uno sguardo alle case editrici che pubblicano questi linguaggi, (qui).

Oggi, dunque, chi ha un’età tipo la mia si trova, incuriosito, quantomeno a sospettare l’esistenza di un mondo, grande, che incombe su di un apparato ufficiale della cultura che si parla addosso e lamenta di poche copie vendute, lamenta del fatto che in Italia non si legge, con tutto ciò che segue.

Così, mentre tutto un primo mondo – il mio, quello cui appartengo: il mondo del “prima”, del “c’era una volta” – non vede e, sicuro di sé, ritiene inesistente ciò che non vede, un secondo mondo vede benissimo il primo, di cui conosce, e usa, gli strumenti; e li usa per proseguire, senza curarsi di venir veduto da chi ha lasciato lungo la strada.

Segue, a ben guardare, una strada antica, preesistente alla scrittura e mai abbandonata, nei millenni; solo adeguando, come sempre è stato fatto, il <racconto-attraverso-l’immagine> al tempo; innovando i segni, i codici, le grammatiche a diversi, o a modi diversi dei, contenuti.

Tornando a Zerocalcare, se non della sua infanzia e della sua storia familiare (fatti suoi, per non dire che tutto è ovviamente in progress) ci sarebbe molto da dire della sua opera, la cui valenza sociale è fondativa ma non si esaurisce nella sua valenza di cronaca della contemporaneità, sia essa la vita del quartiere romano di Rebibbia, l’approccio alla vita della giovane generazione cui accedere attraverso notazioni autobiografiche e uno speciale umorismo, un’ironia che caratterizza tutta la sua produzione; o la crisi mediorientale e il tema curdo. Ma basterà una qualche visita al frequentatissimo blog dell’autore, qui, per sapere tutto quanto c’è da sapere sul Nostro, che vi pubblica raccontini dove narra umoristicamente di sé.

E io che lo leggo? Cosa mai capisco, raggiungo, avvicino, di questo autore – che mi piace, molto, pur priva come sono di filtri intellettuali che non possiedo da utilizzare per guardare e comprendere; che cosa porto a casa, per me, di questo autore che ha una sua collocazione di sicuro rilievo nel panorama della narrativa italiana; che, nel momento in cui viene fruito da chi, come me, entra da straniero nel suo mondo espressivo, apre le porte ad altri mondi e a sistemi di significati inattesi. Che potranno risultare incomprensibili, nel senso per cui il fruitore (io) forse neppure si accorge della presenza di un messaggio, neppure sospetterà di non comprendere qualcosa di importante che, esterno al sistema di significati attraverso cui si orienta nel mondo, non rivestirà, per lui, caratteristica segnica alcuna.

Perché c’è poco da fare ma la relazione tra significante e significato non è trasferibile, così, semplicemente. Voglio dire: non è che la stessa cosa si possa dire con linguaggi diversi.

Il significante fornirà al significato un’area concettuale, un colore, una tonalità emotiva propri, sarà porta d’accesso ad un mondo, ad una cultura, che chiede di essere avvicinata in atteggiamento di ascolto, consapevoli del rischio di essere sordi ad alcuni suoni (lo sapete che, con l’età, e non tanto in là, si perdono i suoni acuti? E non solo: provate un po’, da vecchiotti, a imparare una nuova lingua, e a parlarla davvero!).

Passano per la testa strane idee, o ricordi, mentre si scrive, mentre si cercano parole per dire, e lo si fa buttando giù parole. Penso – accostamenti strani! – a come doveva essere, per il giovane, la giovane, americani di buona famiglia, il “Viaggio in Europa” a completamento della propria formazione culturale, per cui il giovane veniva, vedeva, tornava, talvolta avendo incontrato nuovi linguaggi, talvolta sentendone alcune estraneità a lui inaccessibili, talaltra senza neppure sospettarne l’esistenza.

Oggi, probabilmente, il “viaggio in Europa” è diventato un viaggio nel tempo, anche vicino, anzi, il viaggio in un diverso modo del qui ed ora che condividiamo, e tuttavia camminandovi dentro in gruppi separati, in parallelo, senza incontri – ma dovrà pur essere possibile un andare e venire, uno zigzagare dall’uno all’altro, un condividere forme di poliglottismo che, sì, presentano qualche aspetto paradossale ma va tutto bene, tutti abitiamo, comodamente e da sempre, il paradosso.

Altro paragone balordo: quand’ero ragazzina avevo una anziana zia, che, quando veniva in visita, mi impediva –trauma! – di ascoltare la canzone per me, al tempo, oggetto di fissazione totale. Era il bellissimo “Mule Skinner Blues”, vecchio brano dei Fendermen, oggi ancora frequentato dagli amanti del genere (qui)

La zia urlava “Ferma quel RUMORE!”, non appena inserivo il 45giri sul mio “mangiadischi”. Rumore, appunto: almeno mia madre si limitava a dire che la canzone non le piaceva, la infastidiva, ammettendo, cogliendo che trattavasi di “CANZONE”, per l’appunto: che ascoltata oggi risulterà a tutti orecchiabilissima. Incredibile: perché mai io potevo ben ascoltare, al tempo, Grazie dei fior e riconoscerla musica e invece la vecchia zia non poteva udire la MIA musica, e anche per mia mamma c’era qualche insuperabile difficoltà?

Deve trattarsi di quella faccenda del tempo che va in un unico senso, dal prima al poi, e del calore che non può essere ceduto da un corpo freddo ad un corpo caldo. Che ne so, deve trattarsi di qualcosa di questo genere.

Ma non del tutto, non proprio. Dopotutto, con il libro “Dimentica il mio nome”, editore Bao Publishing 2014, Zerocalcare si è anche qualificato secondo (ma avrebbe dovuto essere il vincitore, a tutti gli effetti) al LXIX Premio Strega Giovani 2015. E dunque, almeno in questo campo, non dovremmo, noi vecchiotti, essere condannati a non appartenere al nostro tempo. Che risulta molto frequentato da coloro che camminano al nostro fianco sulla parallela e neanche ci guardano – magari più del nostro? Anche se noi siamo molti di più, in questo nostro mondo occidentale?

Deve trattarsi del fatto che, per pochi che siano, loro sono il futuro. Aspettiamo un po’ e qualcuno vedrà.

 

______________________________________________

[i] Così recita la presentazione del festival 2017 nella homepage del sito: “Crack! è il festival autoprodotto e autoconvocato di fumetto e arte stampata e disegnata più importante del pianeta Terra. Dal 2005 si svolge ogni anno a Giugno a Roma, nel Forteprenestino, il più grande squat d’Europa occupato dal 1986. Non ci sono esclusioni o selezioni, nè stand o partecipazioni di editori che non siano indipendenti. E’ frutto del più grande lavoro di network e interconnessione che sia mai stato messo in moto nell’underground. Si muove in uno spazio di cooperazione e condivisione, nel rifiuto del copyright e a sostegno di pratiche plagiariste e di mash-up. Crack! just take part.”

 

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