Tornare in libreria, negli ultimi tempi, è stato qualcosa di speciale; qualcosa di anomalo; un’esperienza esaltante e insieme frustrante. È stato diverso. Dopo un’astinenza pesante, qualcosa ha messo a nudo quell’andare in luoghi del cuore, ben noti, familiari. Li ha rivelati in tutto il loro valore e in tutta la loro criticità.

Siamo tutti preda di una particolare forma di cecità selettiva verso i luoghi e gli oggetti che ci sono abituali; ne è controprova il fatto che, di ritorno da periodo di assenza abbastanza lungo, persino la nostra casa ci sembra diversa, con un qualche sentore di estraneità. Ci sembra un luogo di cui dover rinnovare la conoscenza, ristabilendola su basi diverse.

Elvis Malaj, “Il mare è rotondo”, Rizzoli 2020

Dalla Quarta di copertina:

“Elvis Malaj è nato in Albania nel 1990. A quindici anni si è trasferito ad Alessandria con la famiglia e oggi vive a Belluno. Ha esordito con la raccolta di racconti Dal tuo terrazzo si vede casa mia, selezionato al Premio Streg 2018″

 

Avevo atteso di rileggere questo autore, dopo i racconti di Dal tuo terrazzo si vede casa mia, (qui)   in cui Elvis Malaj già mostrava una struttura narrativa capace di ampio respiro, capace di catturare l’intero di un mondo e di una storia.

da Wikipedia. Circa 1956

È giunto il tempo, per me, quello giusto, spero, per vivere pagine lontane, lasciate molte vite fa, senza che mai mi avessero lasciato. Non so se ne sarò capace. Né se potrò, riuscirò a, condividerne qualcosa.

Jack Kerouac: Jean-Louis Kerouac, 1922 – 1969, considerato <il> fondatore del movimento beat (e verrebbe da aggiungere, al solito: “qualsiasi cosa ciò significhi”) è stato, in realtà, e a suo modo, un outsider nel <mondo> che ha creato – come avesse dato il via a qualcosa e, nello stesso tempo, se ne fosse distanziato; è stato seguito da un mondo che, anche sulle sue orme, si andava facendo, mentre è parso non aver mai chiesto ad alcuno di seguirlo.

Tempo difficile, questo, per la lettura. Salvo improvvisi innamoramenti, come il mio ultimo, ancora in corso, per Ted Chiang, di cui avrei desiderio di continuare a parlare dopo aver chiuso le due raccolte di racconti, ho accumulato letture diverse, passatempo tra un libro e l’altro, svogliate, non tutte soddisfacenti pure se, in qualche caso, pure gradevoli.

C’è bisogno di un riordino – degli scaffali, del pensiero; bisogno di avviare una nuova, diversa stagione di letture per questo tempo bastardo, che resterà incerto, che non si sa.

Ted Chiang alla libreria ‘Estudio en Escarlata’ di Madrid, Spagna (scatto di Arturo Villarrubia, 24/02/2011) Wikipedia

Scoprendo l’acqua calda, immagino, mi imbatto su di un autore a me finora totalmente sconosciuto: ed è infatuazione – ancora presto per dire “amore”, immagino; ogni infatuazione ci sembra tale, all’inizio.

E tuttavia, questo autore possiede sicuramente, oltre ad una scrittura godibile, una qualità di contenuto che non lascia scampo al lettore, catturato con leggerezza e tuttavia senza che il compito, l’invito ad entrare nella domanda che ogni racconto presenta, gli venga facilitato.

Prima o poi finirà. In questo tempo malsano – e nell’ipotesi, non peregrina, che non se ne stia ancora vedendo la fine – sto costruendomi una piccola idea, che cresce, lenta come questo tempo; che potrebbe persino radicarsi.

L’idea è questa: che se domani esplodesse un liberi tutti – che so, se d’improvviso, nel breve tempo di una settimana, ci giungesse notizia di zero contagiati, zero ricoverati, zero morti, e così in ogni parte del mondo ed ecco, tutto fosse finito, chiuso, dimenticato. E via! Ma quale prudenza! Si torna a vivere! Tutti fuori! – bene, se ciò accadesse, non so. Non credo che uscirei. Non per davvero; e non per prudenza.

Michail Bulgakov, “Cuore di cane”, Traduzione di Viveca Melander, Newton Compton 1975.

 

Lasciato il topolino Algernon, andando a ritroso mi sono ritrovata tra le mani Cuore di cane” (1925): non lo rileggevo da molti anni (decenni?) e se le due storie non hanno alcun rapporto tra loro, qualcosa tuttavia c’è, come buona e giusta conseguenza della riscrittura che ogni lettore opera di un libro che, da un tempo altro, arrivi ad abitare il suo oggi.

Ed ecco: non che, al momento in cui è stato scritto, questo lungo racconto sia stato figlio di un mondo migliore o peggiore. È stato scritto in un tempo in cui il mondo era vasto e, se in un <qui> le cose andavano male, c’era il miraggio di un <là> dove avrebbero potuto andar bene; il sogno di un <domani>; di un dopo di noi: che oggi temiamo di perdere; o che sia devastato senza ritorno, mentre insistiamo, come comunità e come singoli, a ricercare una salvezza di qualche tipo, ognuno solo, ognuno per sé.

Daniel Keyes, “Fiori per Algernon”, TEA 2016

Traduzione Bruno Oddera

 

Avviene: di incontrare un libro di cui si ricordava, labilmente, l’esistenza, e che mai era giunto davvero alla nostra attenzione; e lo si scopre essere un libro importante, di quelli che non lasciano indenne il lettore.

Che poi: il tema è, di suo, importante – obbligatorio dirlo – e dunque, se vogliamo, anche no: è uno di quei temi su cui è stato detto tutto, o così pare. Potrebbe sembrare uno di quei libri che sfiorano il luogo comune, fatti apposta per sentirsi buoni. È un libro assegnato alla categoria fantascienza, a torto o a ragione, e già questo basta, forse, a porlo ai margini dell’attenzione.

…e dunque, val la pena di rimanersene, per un qualche tempo ancora, in campagna, con Giovanni Boccaccio e in bella compagnia, a spettegolare, con la scusa di narrare novelle, quale allegra, quale triste, qual altra un poco ardita e tale da far arrossire le fanciulle del tempo (e anche no); quale densa di insegnamenti morali (si fa per dire) o, più utilmente, su storie di vita tali da renderci accorti, accrescendo la nostra esperienza sui fatti del mondo.

Cento storie, dieci al giorno, cariche di ameni pettegolezzi su fatti chiacchierati, costituiscono un bel mucchio (anche) di malignità succose, per quanto le si voglia acconciate in forma letteraria; quantomeno, costituiscono un bel malloppo di informazioni d’epoca rivelatrici su usi, costumi, credenze, stili di vita, buone azioni e comportamenti censurabili, beffe e quant’altro.

La misura del tempo”, Einaudi 2019

 

“Mi piace cenare con gli amici. Allora perché devo morire”

Marcello Mastroianni[i]

 

Una piccola interruzione alla peste: ci vuole. Ripromettendomi di ritornarvi. Che poi, Carofiglio non ci fa mai mancare quel suo, appena accennato ma costante, sentimento di caducità delle cose, e dunque di noi, della nostra presenza nel mondo; adeguatamente nascosto sotto una civile e riposante riflessione sul bisogno di accostare accadimenti e persone accogliendone ragioni e relatività.

Peste del 1656. Wikipedia

La frase di prammatica è: da dove comincio?

La risposta, scontata: diciamo dall’inizio

Prima giornata

Prima novella: narratore Panfilo

Il protagonista della prima novella, di professione notaio, è uomo specializzato in false testimonianze, spergiuri, frodi, così come uso a trovar piacere nella violenza e persino nell’omicidio. Quel che si dice una brutta persona, felice di esserlo e sicuramente utile a chi avesse bisogno di condurre affari disonesti senza farsene carico.

Sono, questi, giorni in cui, almeno nell’immaginario, chiusi in casa, magari pure in pigiama, si legge, si scrive: nell’immaginario, perché poi, no, non è così.

C’è qualcosa che non torna, in questi giorni, nel leggere, nello scrivere; c’è molto di strano nel ritagliare, dentro la propria giornata, uno spazio di “normalità” – non che ci sia qualcosa di veramente “normale” nel leggere; non parliamo poi dello scrivere. Ma sarebbe un lungo discorso.

Quale tempo potresti ritagliare se, essendo sola o giù di lì, ti trovi a vivere ore collocate nel nulla di un tempo ciondolante e vuoto, o a vivere un tempo estenuante, agitato ed esasperante, se in casa rinchiusi ci sono bambini, o persone in uno stato di dipendenza – con tutte le varianti possibili tra un estremo e l’altro, dal tragico al grottesco. Divertente, temo quasi mai. Solo talvolta.

Come detto nell’ultimo post, a proposito del farsi indicare la strada per la lettura, di libro in libro, dall’autore di turno sono transitata, direttamente, da “Una vita da libraio” di Shaun Bythell (qui) a Letteratura palestra di libertà. Saggi sui libridi George Orwell che contiene, tra altri saggi, anche il breve “Ricordi di libreria”.

Ho scoperto un George Orwell che non conoscevo.

Il tema librerie, la paura di perderle, di vederle chiudersi, o snaturarsi, come in parte è già avvenuto/sta avvenendo, continua ad essere nei miei pensieri.

Oggi sono andata ad acquistare la copia cartacea del libro che sto leggendo in e-book e di cui dirò; e di cui tutto mi sogno fuorché di avventurarmi in una recensione.

Si tratta di un libro per il quale non ve ne è la necessità. Un libro, una storia, fatta a suo modo. E imperdibile. Che mi era sfuggita.

“Una vita da libraio”, di Shaun Bythell, Einaudi 2018.