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Gli anni di piombo: una cronaca

gli anni fra cane e lupo_recensioneRosetta Loy, “Gli anni fra cane e Lupo. 1969-1994. Il racconto dell’Italia ferita a morte”.
Ed, Chiarelettere, 2013

Rosetta Loy, con questa sua opera, restituisce alla memoria gli avvenimenti che hanno identificato la qualità e i problemi della democrazia italiana tra il 1969 e il 1974, durante i cosiddetti anni “di piombo”: anni carichi di problemi sia interni sia correlati al quadro internazionale venutosi a creare nel dopoguerra, nel passaggio dal fascismo alla democrazia.

Nei primi anni ’70 altre democrazie sono cadute (il Cile del Presidente Allende, ma anche, nel quadro del nostro Mediterraneo, negli anni dal 1967 al 1974, la Grecia), complici la qualità dei rapporti internazionali e il gioco degli equilibri di potere che hanno caratterizzato la guerra fredda tra il blocco NATO e il blocco sovietico.
Val la pena di ricordare che, negli anni della dittatura dei colonnelli in Grecia, perdurava in Spagna un regime dittatoriale  che finirà solo nel ’75 con la morte di Francisco Franco, mentre, il 25 aprile del 74, la Rivoluzione dei Garofani aveva cambiato il volto della dittatura portoghese aprendo la strada alla democrazia. Dunque, negli anni che vanno dalla fine della guerra alla metà degli anni ’70, nell’area europea del mediterraneo l’Italia è stata a lungo la sola democrazia; pur gravemente minacciata, ha saputo contrapporre alle spinte eversive la ferma volontà dei suoi cittadini di proteggere le istituzioni democratiche, minacciate non solo dall’interno.
La difesa è venuta dal sacrificio di tanti e tanti poliziotti, giudici, operatori dello stato morti nel compimento del loro dovere, e dai cittadini, vittime di stragi che ancora oggi non hanno una risposta. I cittadini italiani non solo non hanno receduto ma hanno contrapposto ai tentativi di eversione una forte volontà di preservare la loro giovane democrazia. Perché è così: la democrazia non ci viene regalata, non si importa e non si esporta, si può anche insegnare, ma richiede di essere voluta e costantemente difesa.
A ben guardare, è ovvio: la democrazia è il potere nelle mani e nella responsabilità, soprattutto nella responsabilità, dei suoi cittadini; come potrebbe reggersi se a quei cittadini non importasse di lei? Qual è mai il proprietario di un bene che non lo tutela, non lo cura? E’ colui che perderà quel bene. Per insipienza? Per disamore? Perché è un bene che gli pesa? Perché quel bene lo obbliga ad una responsabilità che non vuole? Eppure, persino la libertà di rinunciare alla democrazia, quando in essa si ha la fortuna di vivere, avendola altri, prima di noi e per noi, conquistata, persino quella libertà è consentita solo dalla democrazia. C’è mai stato un popolo libero di rinunciare alla dittatura?
Strana cosa, dunque, questa democrazia, strana e difficile, che non è fatta per cittadini piccoli piccoli, e oggi, mi pare, ci è richiesto di crescere, e alla svelta: per farlo, occorre ricordare.
Oggi occorre anche far sapere: una nuova generazione, oggi più che ventenne, non è in condizione di leggere il senso dei giorni che sta vivendo, guardando alla storia di cui è figlia la nostra società; da qui discende il disamore per la responsabilità politica che, in una democrazia, non può mancare di costituire il senso dell’essere cittadino.
La storia che Rosetta Loy ripercorre, mostra l’intreccio che ha coinvolto (coinvolge?) pensieri eversivi, forze diverse anche dissimili, interessi che possono confliggere, dei quali lo stato democratico è tuttavia nemico comune, poi si vedrà. Tra questi, non ultimo, il potere mafioso.
Loy elenca i caduti. Anno per anno, nessun anno senza vittime, dal 1969 (ma anche prima) al 1994: venticinque lunghi anni di un’altra Italia, che è tuttavia la stessa. La conclusione è inevitabile, e non occorre che l’autrice la dica: l’Italia ha infine perduto una guerra e ne dovrà combattere un’altra per rinascere.
Ci sono state grandi battaglie vinte. Tuttavia la guerra degli anni di piombo non è stata vinta, perché le domande sulle responsabilità delle stragi non sono state sciolte. Come mai, se è così, da vent’anni la storia stragista dell’Italia sembra positivamente essersi interrotta, senza che si siano avute risposte alle tante domande poste?
L’epigrafe che Loy pone ad apertura di questo suo lavoro offre la chiave di lettura, racchiude tutto il senso proposto del dopo nel quale viviamo.
“Dopo il gelo degli anni di piombo, teniamoci il calduccio di questi anni di merda”
                                                                       (Su un muro di Palermo, luglio 1999)

Possiamo uscirne, se saremo cittadini. Non altro.

 

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