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L’isola del presente

scena da film Un angelo allla mia tavola

Scena da “Un angelo alla mia tavola” film di Jane Campion, Leone d’Argento – Gran Premio Speciale della Giuria al Festival di Venezia 1990

Janet Frame, da: “Un angelo alla mia tavola”, Libro I°: “L’isola del presente”, Neri Pozza 2010

Dalla prima regione di liquida oscurità, nella seconda regione di aria e di luce, ho redatto le seguenti note con il loro misto di fatti e verità e memorie di verità con lo sguardo sempre rivolto alla terza regione, dove il punto di partenza è il mito.

L’incipit di “Un angelo alla mia tavola”, Libro I, è questa notazione posta in esergo al testo, notazione alta e bellissima che indica una chiave di lettura; un’indicazione sulla quale l’autrice non tornerà, da qui in poi le sue parole saranno parole del quotidiano, racconteranno cose concrete, vita di famiglia, storie di crescita, scuola e mungitura della mucca di casa.

Entreremo dentro i paesaggi, e i luoghi in cui la famiglia vivrà – un padre ferroviere, soggetto a trasferimenti – e dentro un miscuglio di colori, rumori, sensazioni, erbacce e insetti, con gli edifici della ferrovia, le case, la scuola e le vecchie fabbriche, dove tutto sarà ricchezza di vita e di scoperte.

Gli elenchi: Janet Frame elenca ciò che la vista le porta del paesaggio neozelandese delle periferie, ciò che i sensi le regalano, e tutto si traduce in emozioni che perforano i sensi e la mente della bambina; elenchi di cose disparate si animano e ricoprono di colore le relazioni e gli affetti.

Rosso palude, verde oro d’insetto, grigio cielo, rosso ferrovia, giallo ferrovia, verde macrocarpa, l’oro della poa, della danthonia, l’arancio delle violaciocche, il bianco delle bacche e il bianco del latte, il tutto illuminato da un cielo nel quale si riflettevano le luci dell’Antartico o, come ci era noto dai continui accenni di nostra madre, il Polo Sud, bambini!”

E se la dantonia è un’erba di palude, se la poa mi è sconosciuta mentre la macrocarpa è una varietà di eucalipto, non fa differenza, si entra dentro un modo di guardare il mondo, dentro un mondo da accogliere con gioia e meraviglia. E ci vengono restituiti la nostra infanzia e il suo stupore, con le parole ritrovate, semplici e dirette, per dirla: scrivendo elenchi. Che poi diventano pensiero, no, che colorano, che traducono in colore il pensiero, che per questa via trova concretezza, diventa materico perché rivestito di colori.

Per questa via del colore, è difficile ad esempio non vedere e riconoscere nonno Frame, che ”portava occhiali con una sottile montatura dorata, che riponeva in una sottile custodia blu scuro foderata di azzurro intenso che mi riempiva di tristezza ogni volta che la vedevo: era un colore senza fine, come un cielo di sera (…)”.

Per la stessa via prende corpo anche quella certa scuola professionale (in ogni paese, in ogni città, ce n’è una) minacciata dai genitori quando il fratello non portava a casa buoni risultati scolastici, e la piccola Janet la immagina “coperta di polvere color marrone punizione”.

Arriveranno gli anni della grande depressione e poi della guerra – anni di povertà dura, in una famiglia dove il padre non riesce a sostenere i bisogni dei figli, mentre la lista dei debiti presso i negozianti si fa tale da non poter pensare a farvi fronte; e far studiare la figlia tanto brava comporta sia affrontare costi insostenibili sia, per Janet, affrontare la vergogna, la marginalità conseguente al non possedere che un solo abito rattoppato e troppo stretto, al non potersi permettere un libro, insieme alla vergogna del proprio corpo che cambia.

C’è una madre che scrive poesie, che le pubblica nel giornalino locale, che insegna a vedere e trarre gioia da quello che, nel suo mondo, fatto di una grande fede in Dio, verrebbe chiamato la ricchezza del creato ma che in Janet è semplicemente stupore e forza. C’è un padre miscredente, talvolta sprezzante con la religiosità incrollabile della moglie ma che, nei primi felici anni dell’infanzia dei figli, suonava la cornamusa, come ninna nanna per far addormentare i suoi bambini passeggiando avanti e indietro, mentre mamma recitava poesie.

E l’amore per la poesia (e il sogno di diventare una poetessa) saranno il filo di forza che Janet terrà stretto per tutta la vita.

La vita della famiglia si fa sempre più difficile, le disgrazie mettono alla prova, senza farle crollare, la fede della madre e la resistenza del padre: un figlio colpito da epilessia, la morte della figlia maggiore, malata di cuore, a sedici anni, gli anni della crescita in cui i successi scolastici (la scuola resa faticosamente possibile da piccole borse di studio) compensano, a troppo caro prezzo, la fatica e il disorientamento di Janet impegnata a fronteggiare un mondo – la scuola superiore, il sogno di divenire insegnante – che la confronta con bisogni sociali cui è impari, da affrontare con il bagaglio della sua timidezza, dei suoi capelli rossi e cespugliosi, del suo ‘strano’ modo di dire cose inaspettate. Era “diversa”, le veniva detto e lei non contrastò questa definizione, la accettò “anche se nel mondo della scuola essere diverse significava essere strane, un po’ matte”.

Così – nel frattempo l’accesso alla biblioteca le aveva messo a disposizione i libri tanto desiderati – quando accennava a un libro di cui nessuno aveva sentito parlare, l’insegnante commentava “Janet è così originale”. Perché, certo, anche leggere ciò che tutti leggono consente di far parte del gruppo, e farne parte è vitale.

Originale: Janet scelse di far propria quella definizione e così “(…) in un periodo in cui il mio io adolescente era senza dimora, in un momento in cui non sapevo esattamente in quale direzione andare, entrai a capofitto nel nido di diversità creato per me da altri ma che io avevo arredato con mobili miei (…).”

L’isola del presente”, il primo dei tre libri di cui si compone la sua autobiografia si conclude con la vittoria: l’entrata all’università e l’uscita dalla famiglia.

Terminati gli anni difficili, affrontati con la forza del desiderio, la capacità di provare stupore per tutto ciò che di bello vedeva intorno a sé, con la capacità di trasfigurare le sue esperienze “con lo sguardo sempre rivolto alla terza regione, dove il punto di partenza è il mito”, si apriranno anni drammatici: senza che il suo sguardo si perda; senza che la parola, tanto amata, la abbandoni. E, mentre si legge, si ascolta una persona che parla, travolti dal fascino delle parole, semplici, facili, dirette a noi, che ci conoscono profondamente, qualunque sia la nostra diversità.

 

2 commenti su “L’isola del presente

  1. Alessandra
    aprile 23, 2015

    Mi attira sempre di più questa scrittrice misconosciuta, poi mi piace molto come ne parli, hai reso molto bene l’atmosfera che si respira nelle sue pagine. Gli estratti sono molto belli e significativi. Dopo che avrò smaltito altre letture proverò a cercare qualche suo libro, magari in biblioteca se sono fuori edizione, anche se il tempo per leggere tutto quello che si vorrebbe, purtroppo, non è mai abbastanza…. 😉

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  2. Ivana DaccòIvana Daccò
    aprile 23, 2015

    Credo che i suoi soli libri presenti in Italia siano i due che ho recensito, “Verso un’altra estate” e questo, editi ambedue da Neri Pozza e reperibili. Mi farà piacere, se li leggerai, sentire la tua opinione. Come già detto, il tuo giudizio mi interessa e mi dà molto piacere. Ciao

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