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“…eravamo braccia e corpi per i mariti…”

Verine giurata 2Elvira Dones, “Vergine giurata”, Feltrinelli 2007

Un romanzo dal tema interessante. L’autrice, albanese, lo ha scritto in lingua italiana. In seguito, la storia è stata pubblicata in inglese; è diventata il film d’esordio della giovane regista italiana Laura Bispuri, che è stato presentato al Festival di Berlino 2015.

Il tema: Una prescrizione, molto particolare, del “Kanum”, l’antica legge tradizionale albanese che, trasmessa nei secoli e mantenuta in vita per tradizione orale, in particolare nelle regioni montuose del nord, regolava la vita sociale delle comunità, prescrivendo e vincolando i comportamenti relativi al rapporto tra i sessi, al matrimonio, alla proprietà, ai codici di giustizia.

Tale prescrizione prevedeva che, in assenza di un figlio maschio in grado di succedere al padre, dato che la capacità di ereditare, di possedere beni, di svolgere la funzione di capofamiglia, era vietata alle donne, una donna potesse divenire socialmente maschio attraverso un giuramento con il quale si impegnava a rinunciare alla sessualità e a vivere come maschio tutta la propria vita: si sarebbe vestita da maschio, avrebbe assunto tutti i compiti, i doveri e i diritti dei maschi, scegliendo il proprio nuovo nome.

Tutta la comunità avrebbe rispettato e onorato la scelta della donna di entrare a far parte della comunità maschile, e avrebbe onorato tale scelta in quanto finalizzata al bene del padre e del clan.

Già l’impero ottomano aveva cercato di contrastare questi codici, senza riuscirvi; non vi era riuscito neppure il regime comunista che, di fatto, ne tollerava una presenza fortemente radicata dentro comunità che, per le caratteristiche, anche, del territorio, vivevano isolate e si identificavano con il clan familiare. In Albania, al di fuori delle città, un cognome identifica, ancora oggi, una zona di residenza.

Ho parlato delle norme del Kanum al tempo passato, ma in realtà i fatti narrati appartengono ad anni molto recenti e dunque è più che possibile che, ancor oggi, in qualche forma, in tutto o in parte, regole di questo tipo sopravvivano nella moderna Albania, come erano sopravvissute al regime precedente; così come, in tutte le società, nessuna esclusa, resistono prescrizioni non scritte ma socialmente pregnanti per quanto riguarda il ruolo e i comportamenti prescritti alle donne, al di là dei dettati di legge.

L’autrice, dunque, ricostruisce, inventa, la storia di una ragazza, Hana Doda, che vive nel piccolo villaggio di Rnajë, duecentottanta anime, e che ha compiuto la scelta di divenire “Vergine giurata”: per tale via la ventenne Hana, in bilico tra la spinta verso una vita diversa, l’Università, a Tirana, e la fedeltà alle regole del clan conseguente anche al suo grande affetto per lo zio Gjergj, ha potuto rifiutare un matrimonio imposto e assicurare la necessaria discendenza allo zio, amatissimo, che l’aveva adottata dopo la morte dei genitori, e che stava morendo.

Come “Vergine giurata”, Hana assumerà il nome di Mark Doda.

Quando scende le scale e si presenta a Gjergj vestita da uomo, lui resta ammutolito. Il mento gli si muove, di colpo, la mascella serrata non lo aiuta a fermare la commozione. E’ il 6 novembre 1986. Hana graffia la data sulla parete della stanza degli ospiti, le ci vorrà un’ora buona per inciderla a dovere. Quando ha finito, torna ancora da zio Gjorgj. Lui le allunga il fucile (…).

“Il giorno dopo si sparge la voce e Rnajë diventa un brusio di stupore. Gli uomini la saluteranno da uomo e le donne eviteranno il suo sguardo.”

Il romanzo inizia nel momento in cui, sono passati circa tredici anni, in Albania sta cambiando tutto e Hana ha finalmente accolto l’invito di Lila, sua cugina, e di suo marito Shtjefën, a trasferirsi negli Stati Uniti, dove potrà rompere il suo giuramento.

La scelta è difficile. Come la prima scelta, è un percorso di non ritorno: al paese, ad una identità faticosamente raggiunta, identità impossibile e, nel contempo, tutto ciò che ha poiché il suo prima non sembra essere più riconosciuto qui, riconoscibile, forse, là.

Il villaggio aveva osservato, con occhi attenti e penetranti. Aveva anche preso nota di com’era vestito il giorno del commiato, senza fare commenti. Erano tempi bui, la gente non aveva energie da sprecare: la gloria di un tempo era svanita sotto latrati ed escrementi di cani randagi. Truciolato di storia, mugolii di gangster che si spacciavano per fuorilegge d’onore, tramonti che tardavano a scendere per timore di venir squattati dalla morte”.

Nel romanzo si alternano il racconto del prima e del dopo, della faticosa scelta e del faticoso recupero, dell’incontro con la cugina e la sua famiglia, soprattutto con la nipote tredicenne Jonida.

La zia parlerà a Jonida; lo farà dicendo “La mia storia forse è meno complicata di quanto sembra. (…) Diventare uomo non è difficile

C’è l’aiuto della cugina e del marito, coppia felicemente integrata nella propria vita di ‘nuovi americani’. C’è, anche, il confronto, che Lila rende possibile, con la fatica che non solo lei aveva dovuto fare, per mezzo della sua scelta, faticosa, eroica, ma socialmente approvata e gratificante, a fronte delle scelte di vita delle donne, là, al paese, scelte che non erano solo imposte ma anche accolte, fronteggiate, e sì, alla fine anche risolte, per mezzo di altre grandi fatiche:

Noi altre eravamo braccia e corpi per i mariti, lì sui monti, nessuno che ci chiedesse mai niente, e abbiamo obbedito. Tu ti sei nascosta, invece di lottare. Sei diventata uomo. Ma tu guarda, tanto semplice! Facile fare l’uomo! La vera impresa lassù era vivere da donna, mica fare il coglione che si ammazza di alcol e tabacco.

Tema interessante e complesso, dunque, che apre la riflessione, anche, sui diversi modi in cui le nostre società, tutte, senza eccezioni, hanno relegato le donne fino a tempi più o meno recenti in situazione di minorità (potremmo fare un confronto tra la Svizzera e l’Albania, ad esempio sul suffragio femminile, e sarebbe interessante).

Resta un però. Il libro tratta un grande tema che l’autrice sceglie di affrontare attraverso una storia individuale. Poi, in realtà, non è chiaro se abbia scelto di affrontare il tema o la sola singola storia. E dunque, l’accento si pone sul personaggio.

Il risultato diverrà una storia lievemente happy end, il cui tema, alla fin fine, un po’ si scioglie nel suo esito, forse un po’ improbabile, sul tema della riconquista del sessualità e della costruzione di un legame che riporta l’amore nella vita della protagonista; dopo che la vita americana ha permesso, in un tempo relativamente breve, l’inserimento al lavoro, il farsi una casa, una vita indipendente. Il sogno americano.

Ma è un libro che si legge con piacere, di un’autrice interessante. E mi piacerebbe anche vederne il film, che ha ottenuto buona critica.

 

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