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Poi vennero le sorelle filosofe di Pandora

La filosofia o l'arte di chiudere il becco alle donneFrédéric Pagès, “La filosofia, o l’arte di chiudere il becco alle donne“, il melangolo 2010

Terminato il racconto del mito di Pandora, lasciamo le donne, necessarie compagne dell’uomo, la cui bellezza nasconde “l’indole di una cagna e il temperamento di un ladro” e ci spostiamo, nel tempo, ad una modernità nella quale, pur se il mito sopravvive, la posizione della donna nella società occidentale si vuole sia, almeno sul piano del diritto, risolta nel migliore dei modi.

Se volessimo prescindere dall’effettivo godimento, nelle loro vite concrete, dei diritti di cui le donne sono titolari al pari degli uomini, sarebbe difficile comprendere come il mito oggi sopravviva e trovi ancora ascolto; persino <dalla parte delle donne> che sentono, credo, in questa sopravvivenza del mito, una qualche conferma del disagio esistenziale che vivono, acuito da una strana difficoltà nel poterlo dimostrare, finanche ai loro stessi occhi.

Sarebbe interessante, in effetti, esaminare a fondo cosa significhi essere titolari di un diritto <a prescindere> dal suo effettivo godimento: individuale, fattuale, nel quotidiano, nella carne e nello spirito. Le donne infatti faticano a documentare la diseguaglianza che permane. Quantomeno, faticano a comprendere perché debbano ripetutamente farlo: non è un dato evidente?

Beh, no. Non <in teoria>. Ecco il punto! La teoria. Il dover essere. Pare esista una discriminante, tra donne e uomini, che assegnerebbe (il condizionale è d’obbligo) al maschio della specie la competenza nel maneggio dei concetti, degli universali, del disincarnato, relegando le femmine della specie nell’ambito della pratica, del concreto, della singolarità, del corporeo. E quest’ultimo ambito, costituendo di fatto tutta la realtà in cui si concreta la vita di uomini e donne, per qualche strano, maschile motivo, sembra agli uomini non rilevante per la comprensione del reale.

La scienza-regina, in tutto questo, è per definizione La Filosofia che possiede, quale sua prerogativa, l’onere di offrire, per ogni problema, la risposta ultima: la teoria sul tutto.

Ma ecco che, tramite l’opera di Frédéric Pagès[1], tramite il suo paziente lavoro di divulgazione del pensiero di tale Jean-Baptiste Botul, sconosciuto filosofo di tradizione orale, specialista di Immanuel Kant, ci viene regalato questo bel compendio del pensiero <botuliano> sull’antico tema: di cosa si occupa, esattamente, la filosofia?

La domanda-bomba, nelle parole precise di Botul, da cui originerà una strabiliante conclusione, costituisce l’apertura del breve ma prezioso testo di Pagès:

Domanda: “Signore, signori, cari amici, ma dove sono le donne? Dove sono le filosofe? Dove sono le donne, con le loro idee piene di fascino? Dove sono le donne? Le donne!”

Botul, “insiste”, afferma Pagès. “Perché di filosofe proprio non se ne vedono”.

Simone_Weil_1921

Simone Weil, 1921

L’intero ‘900 sembra aver fornito tre sole donne-filosofe: Simone Weil, Simone de Beauvoir e Hannah Arendt. Praticamente l’eccezione alla regola che sembra voler la filosofia appannaggio del mondo maschile (tralasciando il fatto, aggiungo io, che Hannah Harendt ha sempre respinto la qualifica di ‘filosofa’).

Pagés conclude la presentazione di questo breve saggio riferendo che “il giovane Botul, ossessionato dall’assenza delle donne sullo scenario filosofico parigino e occidentale, trae la seguente conclusione:

‘La filosofia è l’arte di chiudere il becco alle donne’.

L’esame che Pagès conduce risulterà circostanziato. La tesi di Botul ne uscirà vincente e convincente.

Ma vediamo, in sintesi, quale significato si possa dare alla concretezza femminile, poiché – scrive Pagès – “vorrei mi si precisasse di quale concreto si tratta”.

Simone de Beauvoir 2

Simone de Beauvoir

Una prima osservazione: Le donne, è un fatto, non prendono la parola nei consessi filosofici. Potrebbe esserne causa la mancanza di voce? Certo no, eppure, è a lungo esistito, per le donne, un problema sul loro diritto a ‘prendere la parola’. “Nessuna donna eloquente può essere ritenuta casta[2]. Le attrici e le cantanti, nei secoli, e fino a tempi recenti, sono state assimilate alle etere, alle cortigiane, a quelle donne che “vivevano delle proprie grazie, che il più delle volte comprendevano anche le grazie della conversazione”.

Interessante il fatto che, confrontando epoche diverse, dall’antica Grecia (quando Socrate si comprometteva con Aspasia di Mileto, sua maestra, scandalosa compagna e consigliera di Pericle) e fino alla modernità “ci furono tempi in cui per sostenere una conversazione letteraria con una donna, un uomo era costretto ad andare al bordello…”

Pagès osserva come, alla Sorbona, siano presenti moltissime donne – dipinte sui muri: l’anfiteatro mostra un affresco lungo venticinque metri rappresentante vergini che scorrazzano “nel Bosco sacro in compagnia di Scienza, Storia, Retorica e altre sue amiche”. La domanda è d’obbligo: dove hanno potuto trovare, i pittori, le modelle per tali opere se non nei bordelli parigini?

“(…) la Verità forse si chiamava Ninì e, sotto le spoglie della Prudenza, professori e studenti potevano riconoscere la Grande Fernanda. Misogina la Sorbona? Ma figuriamoci! Le donne vi hanno il posto d’onore!”

Hannah Arendt 2

Hannah Arendt

Una seconda osservazione: le donne sono emotive, spesso piangono, e con tale comportamento perdono la capacità di discettare con serietà sui temi filosofici. Eppure, nella storia, dagli antichi eroi omerici, e fino ai romantici, gli uomini sono stati spesso rappresentati in pianto e anzi, in questo comportamento era veduta l’essenza dell’essere umano, la sua capacità di provare emozioni, sentimenti.

Le cose pare siano cambiate con Hegel, e ‘la serietà’ è divenuta, da allora in poi, l’indicatore del valore di un filosofo. “Hegel non piangeva mai quando era in servizio. Professore di filosofia, una delle glorie dell’Università del Regno di Prussia all’inizio del XIX secolo, insegnava che la filosofia è il centro del sapere. Poiché Berlino era considerata il centro del mondo, la deduzione è elementare: Hegel era il centro del mondo. L’organo centrale della Verità. Per interpretare tale formidabile ruolo non bastava una voce da femminuccia: occorreva una voce sicura, magistrale, categorica che dicesse ‘È così e basta’, una voce virile (…)”

Oggi – conclude Pagès – “il corso di filosofia dei licei francesi resta impostato alla maniera prussiana, sulla ‘lezione’ di un signor So-tutto-io”.

Eppure, trascorrendo lungo i secoli, il nostro autore ha mostrato la frequente presenza di donne nella produzione di pensiero, dovendo tuttavia concludere che, certo, la loro presenza poteva essere ammessa a patto di “non apparire nella foto”. “Da Platone in poi la lezione è la seguente: le donne possono partecipare alla storia della filosofia ma devono restare fuori dall’inquadratura.”

Di amenità in amenità, il discorso, sia pure con levità, si fa serio. Dove sta scritto che il tema, la filosofia, preveda la pedanteria? Ed ecco differenziarsi il modo femminile del prendersi cura (modo originario anche della filosofia) dal modo maschile del disincarnare il pensiero. Ed ecco, con l’assenza delle donne dal titolo ufficiale di filosofe, emergere una loro presenza massiccia nel campo della psicologia e della psicanalisi.

Ecco l’incontro, riferisce Pagès, tra Françoise Dolto e Jean Baptiste Botul, da cui quest’ultimo, impressionato dal pensiero della grande pediatra e psicanalista francese, trae il suo “quadruplo principio”:

  • La filosofia è una forma prettamente maschile di sfoggio delle armi;
  • La filosofia è una discussione <tra uomini> lungo i secoli;
  • La filosofia è un club che sa di sigaro e di ex giovane;
  • Le donne possono esservi ammesse ma con una wild card (invito speciale).

Ah, dimenticavo. Ovviamente, Jean Baptiste Botul, nato a Lairière, in Francia, nel 1896, morto nel 1947, che poco ha scritto, essendo un filosofo di tradizione orale, di cui si conosce una conferenza tenuta presso una comunità kantiana del Paraguay e un’opera sulla vita sessuale di Emmanuel Kant, non esiste, se non in quanto prodotto della fantasia di Frédéric Pagès.

Per la verità, sarebbe qui necessario argomentare cosa si intenda per <esistenza>. Il tema non è di poco conto, e dunque è comprensibile l’incidente, occorso a Bernard-Henry Levy che ha citato il pensiero di Botul nel suo volume “De la guerre en philosophie” (2010), a pag 122. Lo stesso Pagès, in effetti, commentando il granchio preso da Levy, dichiara l’esistenza di Botul solamente “improbabile. Il che non vuol dire impossibile ma solo difficile da dimostrare”.

Molte questioni restano aperte. L’unica cosa che si sa (non per certo, nulla si sa mai per certo) è che Bernard-Henry Levy non l’ha presa bene.

 

 

[1] Filosofo, giornalista, scrive per il settimanale satirico francese Le Canard enchainé

[2] Cit. da M. Le Doeuff, “Le sexe du savoir, Aubier 1998

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