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E se ad esser utili fossero le esperienze felici?

Un giorno questo dolore ti sarà utilePeter Cameron, “Un giorno questo dolore ti sarà utile”, Adelphi 2008. Traduzione di Giuseppina Oneto

Sii forte e paziente; un giorno questo dolore ti sarà utile“: era il motto della scuola di vela cui, a dodici anni, lo avevano mandato i suoi genitori, impegnati a divorziare. Era, aveva scoperto, “un luogo dove si cerca di raddrizzare gli adolescenti gravemente problematici grazie alle meraviglie del lavoro manuale” . Alla sorella era andata meglio, era più grande e le era toccato il Grand Tour in Europa.

Peter Cameron. Una rilettura e un ritorno. Perché il grande narratore di racconti, che abbiamo gustato in “Paura della matematica”, colui che tratteggiava i propri personaggi con poche, essenziali linee, permettendo al lettore, per questa via, di collaborare alla loro costruzione, e magari identificarvisi, è anche ben capace di misura lunga. Ed è capace, nella misura lunga, di mantenere il ritmo, il passo regolare del racconto breve, che non permette interruzioni, e aggancia il lettore, costretto a partecipare al percorso di vita che si snoda nelle pagine, ancora una volta mettendoci molto di suo.

È capace, anche, di costruire un personaggio altamente definito – un adolescente ricco, genitori divorziati, padre manager di alto livello, madre gallerista e alle prese con ripetuti matrimoni falliti, casa a Manhattan: nulla che possa ricordare una nostra famiglia e un nostro ragazzo tipo – e far sì che costituisca invece il prototipo di ogni adolescente (e gli adulti del racconto i prototipi di ogni adulto, sempre un po’ fasullo in quanto tale.)

Cameron ci racconta la storia di una settimana cruciale della vita di James Sveck, diciottenne newyorchese introverso e che mal si adatta all’obbligo di lasciare una fanciullezza agiata e libera da responsabilità, nel corso della quale il ragazzo si aggrapperà alle ormai inutili sicurezze infantili, nel tentativo di fuggire il passaggio di vita che ha di fronte a sé (leggi: lasciare la propria casa e partire per l’università).  Nel contempo, James provocherà, distrattamente e anche no, seri problemi alle persone che gli vivono accanto e disastrerà le proprie già fragili relazioni con gli adulti che gli sono vicini.

Conosceremo James, il suo tempo di crescita, tramite le pagine di un diario da cui esce la sua voce. Introverso, incapace di esprimere sé agli altri, il ragazzo narra gli avvenimenti della settimana, e le proprie riflessioni, intercalate da flashback su episodi trascorsi che hanno provocato allarme nei genitori e li hanno indotti a inviarlo a colloqui settimanali con una psichiatra, la dottoressa Rowena Adler, che faticherà non poco a forzare il suo silenzio, il suo falso rifiuto di parlare di sé.

“A volte mi secca dover esprimere i miei pensieri. Riflettevo su questo.”

”E perché ti succede?”

“Non so, I pensieri sono miei, e basta. Nessuno chiede alla gente di condividere il sangue o chissà che. Non capisco perché ci si aspetta sempre che uno condivida parti tanto intime di se stesso”

“Le persone lo donano, il sangue”

“Sì, ma non continuamente. Ogni tanto, magari una volta l’anno”

Il lettore sente la voce di James, che parla di sé, delle cose che gli accadono, delle cose accadute, e di quelle che farà accadere. Il lettore ascolta una voce di ragazzoadultobambino, che rifiuta la compagnia dei coetanei, che offre un muro di finto silenzio con assoluta proprietà di parola. James ha il culto della parola, un culto per il quale passare dal proprio pensiero alla sua formulazione in parole, da rivolgere ad altri da sé, diventa un problema e un’occasione di rifiuto.

La fatica della dottoressa, a tratti, emerge, utilmente:

“(…) ha raddrizzato un po’ la schiena e ha detto: ‘Certo che sei proprio sveglio’. Ma lo ha detto in un modo da cui si capiva che ero io a credermi molto sveglio. Quella cattiveria mi ha ferito e sono rimasto zitto. ‘È fin troppo sveglio e non gli giova’. In seconda elementare la maestra lo aveva scritto sulla mia pagella: ‘James a volte è fin troppo sveglio, e non gli giova’. (…) ho chiesto spiegazioni a mia madre. Ha risposto che voleva dire che parlavo troppo.”

Uno alla volta, in un crescendo di problematicità, i flashback – ed è sempre la voce di James a recuperarli – ricostruiscono una storia, che si svelerà alla dottoressa Adler con difficoltà, forzando la sua difficoltà ad affidarsi.

“’Ignoralo e vedrai che ti lascerà stare’, diceva mia madre a Gillian quando eravamo piccoli e io la stuzzicavo. ‘Ignoralo e basta. Vuole solo attenzione.’ A ripensarci sembra quasi crudele riconoscere e insieme respingere il desiderio di attenzione di qualcuno, specialmente di un bambino. Vuole solo attenzione, come se fosse una brutta cosa, neanche uno volesse soldi potere e celebrità.”

Finché, ancora un flashback, il racconto di una seconda infelice esperienza di vita in comunità, di un dolore devastante, emergerà. E la mano della dottoressa Adler sulla schiena, mentre lo accompagna all’uscita, non risulterà più ostile.

Nel frattempo, mentre James fa accadere le cose, la sorella, Gillian, pare l’unica a non essere preoccupata per lo stato emotivo del fratello. I genitori le hanno promesso un’auto in regalo se saprà convincere James a proseguire gli studi e la ragazza, per convincerlo, gli illustra il proprio preciso interesse che, ovviamente, ottiene il disprezzo del fratello per tali ‘intrallazzi’ (ma anche, e Gillian sembra saperlo bene, il suo vincolo di lealtà: non è facile far perdere alla sorella l’occasione di avere un’auto!)

“Se non vado all’università è perché non voglio far parte di un mondo basato su questi vergognosi intrallazzatori.”

“Bè, mi dispiace essere io a dirtelo, ma di mondo ce n’è uno solo e è pieno di vergognosi intrallazzatori.”

James lavora, si fa per dire, nella galleria d’arte di proprietà della madre, dove James può chiacchierare con John Webster, il giovane responsabile della galleria che costituisce, con Nanette, la sua splendida nonna, il suo unico altro riferimento adulto valido, e anche qualcosa di più. Ma James comprometterà pesantemente il rapporto con John, per uno scherzo infelice e malriuscito, che gli alienerà la simpatia dell’uomo, che lui traduceva come affetto. D’improvviso, i problemi con i quali ci si poteva illudere di giocare, che ci si poteva illudere di scansare, diventano veri, fanno male, tanto.

Impossibile non entrare in assonanza con un ragazzo che, come tutti i ragazzi, fa del suo meglio per suscitare ansia nei genitori e allarmi più o meno giustificati per il suo stato emotivo. È un adolescente. Un bellissimo adolescente. Che si racconta, dal proprio punto di vista.

Ci si ritrova a sorridere con lui dei suoi adulti. Poi si parteggia, anche, almeno un po’, con quegli  stessi adulti la cui fragilità lo costringe ad affrontare il fatto, mai prima sospettato, che nessuno di loro possiede, per il solo fatto di essere adulto, grandi risorse su cui poter contare.

Impossibile non entrare in ansia per lui, riconoscendo il pericolo che tutti abbiamo corso, cui siamo (forse) sfuggiti, al mondo ci vuole anche un po’ di fortuna; e ci vuole almeno un adulto, uno vero, che per lo più, fortunatamente, si trova, e che anche James avrà al suo fianco nella persona di una saggia nonna, che abita una vecchia casa segnata dalla stabilità, dalla conservazione, dalla sicurezza.

In queste pagine, il lettore rivive il proprio sé adolescente mai risolto, le emozioni legate alla fragilità, che il ragazzo denuda, del proprio essere adulto, la propria impotenza di genitore, di educatore, che affronta le difficoltà di un ragazzo in uscita dall’adolescenza. E la sofferenza della crescita, sempre lì, sempre presente. Sempre degna, anche, di un sorriso affettuoso, e un po’ ammirato.

Per chi non lo avesse già fatto, da leggere. Per gli altri, da rileggere.

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