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The Evolution Man: milione di anni più, milione meno

Il più grande uomo scimmia del PleitoceneRoy Lewis, “Il più grande uomo scimmia del Pleistocene”, Adelphi 1992. Traduzione di Carlo Brera

Eccoci dentro un libro che ci condurrà a vivere un’esperienza tra le più interessanti, ospiti non veduti di una famiglia come tante, come le nostre, ma con un capofamiglia davvero fuori dal comune: sarà ricordato come Il Più Grande Uomo Scimmia del Pleistocene.

Il Pleistocene: un tempo, un po’ impreciso, qualcosa tra i due e oltre milioni e gli undicimila anni fa, millennio più millennio meno. Là, in quel tempo e in un qualche posto della Rift Valley, è vissuto Edward, con la moglie Millicent, e i figli, il secondo dei quali, Ernest, è il narratore della sua storia il cui finale, si può ben dire a sorpresa, ci costringerà a rivedere, ripensare, molto di ciò che ameremmo credere della nostra specie: e uso il condizionale perché, diciamocelo, a voler essere sinceri con noi stessi, c’è una certa differenza tra ciò che vorremmo pensarne e ciò che la ragione, guidata dai fatti che ci riguardano, dovrebbe portarci a concludere.

Si ride molto nel corso di questa lettura. In un certo senso. Sicuramente ridono gli inglesi, il cui senso dell’umorismo è, diciamolo, peculiare e non da tutti condiviso.

L’edizione francese di questo libro svela il finale nel titolo, il cui originale è “The Evolution Man”: semplice, liscio. Ma, si sa, a differenza degli inglesi, i francesi non ridono. Non comprate l’edizione francese.

Per quanto ci riguarda, direi che in corso di lettura, sorridiamo di simpatia, grati ad una storia tanto amena e costruttiva. Poi arriva l’avvenimento che la chiude.

Ora, non so voi (parlo a chi lo ha già letto, a cui spero di ricordare che sarebbe bello e istruttivo rileggerlo) ma io, al tempo della prima lettura, sono rimasta francamente basita, prima di comprendere – una folgorazione – che certo, non poteva finire che così. E in conseguenza, ho dovuto ripensare tutto il libro, tutto il sorriso che aveva prodotto, e rileggerlo. A quel punto sì, ho riso davvero molto, forse di me, di noi. Umani.

La Storia (Maiuscola obbligata): Nel continente africano, nella Rift Valley, viveva una famiglia di ominidi, un ramo particolare di Primati che, in via di scegliere definitivamente la stazione eretta, scendere dagli alberi e iniziare ad abitare le grotte, poneva grande impegno nel diventare ‘La Specie Umana’.

Si trattava solo di una famiglia, padre madre e figli, cui si aggiungevano alcuni membri del gruppo esteso, zii e zie, con cui venivano intrattenuti rapporti abbastanza stabili, del genere la zia nubile viveva, ancora, con il fratello sposato, così come una zia acquisita, moglie di un fratello del capofamiglia, che non era ben chiaro se l’avesse o meno sposata ma che, in ogni modo, amava esplorare e trascorreva tutto il suo tempo viaggiando. Al momento del racconto era lontano da molto tempo, tanto da giustificare il ritenerlo ormai defunto, anche se la signora si dichiarava certissima del suo ritorno.

Era una vita dura. Abbandonare la foresta e la vita sugli alberi stava diventando necessario per la sopravvivenza della specie. La dieta consentita dalla vita arboricola non era sufficiente a produrre individui robusti, in grado di lottare per una esistenza decente. Occorreva procurarsi carne, e integrare tale dieta. Si era dunque scesi a vivere a terra, ci si era anche dotati di asce per la caccia, che tuttavia non costituivano uno strumento molto efficace. Per dirla con le parole di Ernest, il narratore:

Contro di noi sembrava complottare ogni zanna, ogni artiglio e ogni corno del mondo. Benché ci considerassimo ormai animali terricoli, ci toccava ridiventare arboricoli in fretta, non appena si profilava un qualsiasi parapiglia

Ernest spiega bene la situazione: per mangiare era necessario cacciare, per farlo era necessario averne le forze e dunque aver già mangiato; ne derivava che, per risolvere il problema, era necessario averlo già risolto. Un bel dilemma. Degno della più grande filosofia greca.

Per non parlare della necessità di ripararsi, e del dover discutere con mogli che pretendevano grotte adeguate, con più stanze; e con animali feroci che, quando segnalavano il loro diritto ad estrometterti da casa tua, per occuparla loro, ottenevano l’immediata e volontaria attuazione dello sfratto. Nonostante le recriminazioni delle donne.

Faceva freddo, la notte, e ciò impediva il riposo, e la forza, al mattino, per andare a caccia. Ma ecco: quando la storia inizia, Edward, il capofamiglia, l’eroe della storia, ha scoperto come procurarsi il fuoco. E, da lì, proseguirà nello studiare soluzioni ai diversi problemi che rendevano precario il futuro della famiglia, e della specie, nonostante la violenta opposizione di Zio Vania, suo fratello, ferocemente contrario a ogni cosa che, a sua parere, stravolgesse l’ordine naturale delle cose. Un grande conservatore zio Vania, deciso a continuare la sua vita di arboricolo, accontentandosi; e purtuttavia, egli scendeva volentieri a riscaldarsi alla grotta del fratello, pur esprimendo tutta la sua più profonda opposizione, mentre mangiava qualche buon pezzo di carne.

Non c’era dubbio: occorrevano nuove soluzioni ai problemi. Occorreva la scienza. Occorrevano nuove tecniche. Tutte cose che Edward, il nostro eroe, si impegna a pensare, sperimentare, inventare e introdurre nella vita della sua famiglia. Edward è uno scienziato, studia la natura; è un generoso, cerca di condividere con altri le sue scoperte; è un fiducioso, e ha ben chiaro un progetto di sviluppo della vita umana degno di tal nome; capisce che molte cose dovranno cambiare, anche nell’organizzazione familiare che, ancora di tipo endogamico, non consente alla specie di evolversi, di scambiare geni, pensiero, conoscenze, ambienti, risorse.

La vita della famiglia si fa più facile, il benessere crea opportunità, e persino la nuova organizzazione sociale, che prevederà i matrimoni esogamici darà risultati più che soddisfacenti. Anche se, a dire il vero, questo comporterà contatti con altri gruppi e la condivisione delle scoperte, che Edward continua a produrre: e questo sarà qualcosa su cui riflettere.

Non sono molti i romanzi, quantomeno nella nostra epoca, ancora presenti sul mercato dopo quasi venticinque anni di onorato servizio. Questo è uno di quelli. In Italia, beninteso, perché la prima uscita inglese di questo libro risale al 1960, il che porta la sua vita ad una permanenza nella contemporaneità che lo rende raro nel suo genere, in particolare se si considera la sua difficile collocabilità in una categoria.

Difficile dire che tipo di storia sia: si è concluso per una sua assegnazione al genere fantascientifico (decisione sulla quale mi permetto, non avendo titolo alcuno per farlo, di dissentire. Ma tant’è. Obbedirò. Importa poco).

È sicuramente più che corretto, invece, accogliere le parole con cui un maestro della fantasia come Terry Pratchett lo presentò, definendolo “uno dei più divertenti degli ultimi cinquecentomila anni”, dove il tempo indicato pare, nella sua assurdità, a sua volta accoglibile, come lo sarebbe un qualsiasi altro tempo storico.

Ciò che Roy Lewis racconta in questo suo romanzo, infatti, ha a che fare con la storia dell’uomo, vista con gli occhi di un io/noi del Pleistocene: che può dunque ben ragguagliarci sul percorso di sviluppo in atto a quel tempo, essendo l’io narrante – in quanto io/noi – in grado di utilizzare uno sguardo lungo, prospettandosi la linea di sviluppo della propria specie. E quello stesso io/noi può, oggi, valutare la validità di una scelta che costituirà il logico finale del racconto, e riconoscerla: sì, perché, lui-allora non lo sapeva ancora, ma noi-oggi sappiamo bene cosa è successo, da lì in poi. Dilemma più, dilemma meno.

Un libro che chiama, ad alta voce, nuovi lettori, e che assicura una piacevole rilettura. Anche utile. Niente, qui, è solo per ridere. A me, quantomeno, non pare, no davvero.

 

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