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Recensioni e consigli di lettura

In vacanza con Up il Sovversivo e un omicidio in famiglia.

Eric-Emmanuel Schmitt, «Piccoli crimini coniugali», E/O 2006

Traduzione di Alberto Bracci Testasecca

 

Piccoli crimini coniugaliIl dove e il quando si legge sono elementi essenziali del contratto tra libro e lettore. E il tempo di vacanza, in cui si mutano i propri ritmi e vengono dismesse le occupazioni abituali, porta a variazioni nelle scelte di lettura. Si opta per una parentesi, dentro la quale si porranno contenuti adatti a ore distratte.

Così, tra letture un po’ svagate, ho riletto un racconto-commedia che, nella sua levità, ha portato a riflessioni sul tema della famiglia, oggi all’attenzione di tutti e su cui, credo, ognuno di noi ha maturato, e si tiene stretta, una fermissima opinione in procinto di venir rapidamente mutata.

Dunque, con la testa ancora in vacanza, e letture meditate in leggerezza, oggi, qui, ondivagherò alquanto (direi che il verbo ‘ondivagare’, se proprio si deve farlo, si usa solo all’infinito, ma mi piace usarlo così).

Non so perché, mi viene in mente, mentre scrivo, Up il Sovversivo, un vecchio personaggio del disegnatore Alfredo Chiappori; per chi è troppo giovane per ricordarlo, si trattava di un omino stilizzato che, non potendo sovvertire il mondo, evidenziava il proprio dissenso ‘sovvertendo’ se stesso – stava a testa in giù con i piedi attaccati al soffitto. Forse ho voglia di sovvertire un po’ qualcosa, quel tanto che serve, qualche ordine dei fattori in gioco, magari anche qui, ne ho anche un po’ parlato, mah! Forse, in quel personaggio, un po’ mi ci ritrovo. Forse nei libri cerco anche ciò che avrebbe voluto poter fare Up.

Chiappori 5«Piccoli crimini coniugali», di Eric-Emmanuel Schmitt, è una commedia, due personaggi, marito e moglie, che dialogano. A lieto fine, dovuto. E, cosa abbastanza incongrua, dato il testo, mi trovo a incontrare il tema della famiglia oggi, il rapporto di coppia, la violenza nella coppia, che la situazione ‘teatro’, dialogata, nel genere leggero, rende scevra da sgradevolezze. Mi sono ritrovata a riflettere su aspetti che il libro certo non contiene ma che ne emergono, incontrando la nostra esperienza, le nostre convinzioni, i nostri sistemi di valori e il nostro oggi.

Nella commedia di Schmitt, «la famiglia» – Gilles e Lisa Sobiri è «la coppia», senza figli; e già a questo punto, abbiamo da tempo consolidato (ottima cosa) un cambiamento culturale non banale. Di questa coppia veniamo a sapere che è sposata da quindici anni: è dunque una vera famiglia, resistente, solida. Lui, scrittore di gialli, di lei non si dice.

La scena si apre al momento in cui lei riporta a casa lui, dimesso dall’ospedale. Gilles è stato vittima, forse, di un incidente domestico, una caduta con trauma cranico grave che gli ha causato una amnesia: non ricorda il proprio nome, non riconosce la moglie, non riconosce la loro casa. Lei – la bella estranea – ha un tono affettuoso e rassicurante.

Nel corso del loro dialogo, verremo a sapere di un libro che Gilles ha scritto, una raccolta di racconti brevi – «Piccoli crimini coniugali», appunto – che lui ritiene la sua opera migliore e che lei invece detesta, per la visione della coppia-famiglia che vi è rappresentata. In sintesi:

«Quando vedete un uomo e una donna davanti al sindaco o al prete, chiedetevi chi dei due sarà l’assassino.»

Inizia un piacevole gioco relazionale in cui, fino all’epilogo, non si saprà chi dei due abbia tentato di uccidere l’altro.

Devo dire che il libro mi era piaciuto con riserva, alla prima lettura. Inizia molto bene ma, nella seconda parte, cade in una verbosità colma di buoni sentimenti fasulli, nello sforzo di raggiungere il buon finale che il genere richiede. Il tema è intrigante ma, nel suo svolgersi, si percepisce qualcosa di sbagliato che si fatica ad identificare.

Così, la testa esce dal libro per perdersi nei pensieri che lo stesso ha suscitato. Bello o meno che sia, un libro fa anche questo.

Nel tentativo di capire cosa, per me, non va, si fanno strada alcuni pensieri. Una famiglia è una coppia. Va bene. L’aspetto ‘senza figli’ non viene rilevato: il libro è stato pubblicato nel 2003 in Francia, nel 2004 in Italia. È cambiato qualcosa in questo decennio? Eravamo passati con fatica da una cultura che finalizzava la famiglia all’aver figli, per giungere a considerare famiglia la coppia, per arrivare, oggi, a sentire in modo diverso, e tuttavia fortissima, l’esigenza del figlio (unico) cui assegnare la funzione di dare senso alla coppia e all’affettività che la lega.

Nella famiglia tradizionale, i figli erano rigidamente biologici – erano figli ‘del padre’, garantiti dal patto tra maschi che prescrive(rebbe) il ‘non desiderare la donna d’altri’ quale assicurazione sulla legittimità della propria discendenza. Poi, abbiamo avuto la nuova famiglia, fondata sulla coppia, che ha maturato anche la scelta adottiva: il figlio è tale in quanto lo si ama, lo si cresce, gli si dà un futuro.

Ora abbiamo di fronte a noi la coppia che desidera un figlio a sigillo del proprio essere coppia, su cui si innesta, correttamente e conseguentemente, che tale desiderio non si fonda rigidamente sulla coppia maschio-femmina. Pure, per essere assolto, il desiderio richiederà il carattere biologico della discendenza: il figlio dovrà essere quantomeno mio, e dunque solo in conseguenza nostro. Soccorre la tecnica, Umberto Galimberti insegna: poiché si può fare, si farà; compito della tecnica non è rispondere a assunti di valore culturalmente dati, suo compito è unicamente funzionare, trovando in questo la propria giustificazione.

E a libri come stiamo? Schmitt rappresenta la coppia statisticamente più probabile, lui-lei. Nella mia testa interviene, credo, Up il Sovversivo, a rovesciare i termini del problema. Perché non si rappresentano, o si rappresentano e io non lo vedo? coppie lui-lui/lei-lei? Con o senza figli?

Pur essendo la tematica dell’omosessualità ben presente nella letteratura, vogliamo chiamarla ufficiale, accreditata, lo è scarsamente nel genere leggero, nella commedia. Forse sbaglio ma, provando a far mente locale, i titoli che mi vengono alla mente appartengono a testi drammatici o, quantomeno, che esprimono separazione, difficoltà, sofferenza. Penso per esempio a «Addio a Berlino» o a «Un uomo solo» di Isherwood, a «Gli occhiali d’oro» di Giorgio Bassani, a «Una casa alla fine del mondo» di Cunningham; un posto a parte potrebbe venir assegnato a «Orlando» di Virginia Woolf, dovendosi dire che l’omosessualità femminile, in forza della non significanza della donna in tutte le società tradizionali, riceve una minor disapprovazione sociale; neppure le religioni si sono mai sprecate a normarla, sia pur negativamente.

«Piccoli crimini coniugali», dunque, e l’effetto di una lettura che, pur piacevole, lascia un senso di insoddisfazione senza che si riesca a trovare, subito, cosa non va.

Volendo dire, e dato che si tratta di una commedia, la parte finale è troppo caricata di buoni sentimenti impossibili, per non dire di un monologo-predicozzo di lui che viene da interrompere con un: ‘ma dai!’

Il tentato omicidio all’interno della coppia è francamente un’evenienza troppo grave perché sia accettabile un allegro finale con pace ritrovata senza che nulla l’abbia favorita. Avrebbe potuto essere un “lasciamoci così, senza rancor” (ancora per i troppo giovani: erano i versi di una vecchia canzone strappalacrime, cantava Luciano Tajoli, anni ’50, credo). Oppure, non so, forse la storia poteva opportunamente chiudersi con un omicidio vero – inatteso ed elegante: ma quella sarebbe stata la Christie, e non Eric-Emmanuel Schmitt.

Diciamolo, perché la cosa potesse funzionare sarebbe stato necessario almeno l’invio a uno bravo. Ma ci sarà, poi, uno bravo? Chissà quale idea di famiglia potrà avere. Cosa potrebbe consigliare?

E forse, nella situazione attuale, nel nostro immaginario restano la cronaca dei ‘raptus’ quotidiani (indovinate chi è l’assassino?) e i social con i loro commenti. Il tutto mentre il libro fallisce il tentativo di far sorridere, prima, e di fornire una morale, poi: perché si possano fare l’una e l’altra cosa occorre la condivisione di una cultura, coerente al proprio interno, non gravida di anomia, che dica cosa sono la famiglia, la coppia e, non ultimo, l’omicidio.

2 commenti su “In vacanza con Up il Sovversivo e un omicidio in famiglia.

  1. Alessandra
    marzo 8, 2016

    “Ondivagare”… bel termine. Ha qualcosa di poetico. Per quanto riguarda Schmitt, mi pare di aver capito che questa pièce non ti abbia entusiasmata. Parli soprattutto di un finale che scivola nel buonismo, in una riappacificazione che appare raffazzonata. Ma non sarebbe forse stato più scontato se fosse finito in tragedia o con la classica separazione tra coniugi (come purtroppo spesso accade nella realtà?) Non ho letto tutto di questo scrittore, ma l’impressione che spesso mi ha dato è quella di voler trattare le problematiche umane con sguardo sì acuto, ma nello stesso tempo leggero, sottilmente ironico e provocatorio. E con un’inventiva spesso originale. Eppure, anche se non arriva a toccare il nocciolo delle questioni, a mio parere riesce comunque a far riflettere, e spesso anche a toccare le corde più sensibili del lettore.

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  2. Ivana Daccò
    marzo 8, 2016

    Vero. Schmitt è un autore che mi piace; altri suoi libri (Odette Toulemonde, Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano, ad esempio) mi sono molto piaciuti proprio per la leggerezza, la leggera ironia buona, che li caratterizza. Di questo invece sì, ho trovato la chiusura un po’ così. E’ un testo teatrale, tuttavia, immagino che, recitato, possa rendere meglio. Vale comunque una lettura. Io l’ho riletto, e mi ha portato, utilmente, a vagare su temi che, un po’ senza volerlo, credo, sottende. E quando un libro fa questo, mi va bene.

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