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Recensioni e consigli di lettura

La lettura, la sua fruizione nella moltiplicazione dei linguaggi: pensieri in disordine

Andy Warhol, I famosi barattoli di zuppa Campbell’s spesso rappresentati da Warhol. In: CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=554926

Leggiamo un certo numero di storie, appartenenti alla categoria “giallo”, di autori italiani, che occupano uno spazio ricco in particolare di racconti seriali. È una tendenza non primariamente italiana ma che sta avendo una produzione nazionale con punte anche di ottima qualità. Si tratta inoltre di serie che, direi ormai programmaticamente, avranno una trasposizione nei linguaggi cinematografico e/o televisivo.

Un certo numero di autori che, con questi prodotti, appaiono nelle classifiche di vendita, appartiene alla Casa Editrice Sellerio che sta sdoganando la narrativa “gialla” dalla gabbia di genere che la voleva, con rare eccezioni, marginale rispetto ad una letteratura considerata “maggiore”: Andrea Camilleri, Marco Malvaldi, Antonio Manzini, Gaetano Savatteri, cui aggiungere altri che, non propriamente autori di gialli, si cimentano nel genere – vedi le raccolte di racconti per Natale, Capodanno, Carnevale …altro ”in Giallo” che Sellerio propone, a scadenza regolare. La serie gialla di questa casa editrice è peraltro integrata da ottimi autori stranieri, vedi Alicia Gimenez Bartlett, Colin Dexter (quest’ultimo venuto a mancare nel marzo di quest’anno).

Non so se le statistiche sulla lettura (frequento poco) dicano qualcosa nel merito ma a spanne credo che il genere “giallo seriale”, nel caso italiano, sovente con annessa connotazione regionale, occupi uno spazio significativo nelle vendite di libri. Se non ricordo male, Camilleri disse, in un’intervista, che Elvira Sellerio lo pregava di produrre, a ritmo regolare, storie del Commissario Montalbano in quanto tali storie, amate dai lettori, avevano il pregio aggiuntivo di spingere l’acquisto di altri suoi romanzi meno richiesti. Ora, la casa editrice sta specializzandosi in un genere “giallo” di qualità senza trascurare (o che forse le permette) la pubblicazione di diversa buona narrativa, anche facendo aggio sulla costruzione di una sua “scuderia” di autori fedeli. Sellerio pare capace di coniugare la cura dei propri autori e la loro fidelizzazione con la qualità delle pubblicazioni unita alla loro commerciabilità (senza di che addio ai migliori progetti editoriali).

Da non esperta del settore, da semplice lettrice e acquirente compulsiva, osservo un mio “comportamento di acquisto” pensandolo non solo mio. Oggi si comperano anche e-book; personalmente ne faccio un discreto uso, la sera a letto preferisco leggere con l’e-reader. E, diciamolo, il giallo, il libro per dormire, è un predestinato all’e-book: che non è mai, nel mio caso, il piccolo Sellerio di cui acquisto esclusivamente il cartaceo: perché è piccolo, è maneggevole; perché è stampato in un corpo sufficientemente buono per gli anziani presbiti; perché è bello (il libro è anche un oggetto) e perché – non secondario – il costo dell’e-book è praticamente uguale a quello del cartaceo – buono, contenuto, per un cartaceo, eccessivo per un e-book. Mi par chiaro che la casa editrice sa operare una politica costo/qualità funzionante. Interessante. Significa che si può fare.

Ma tornando al tema della trasposizione del libro in film o serie TV, la cosa interessante è che l’indice di gradimento di un libro di narrativa da parte dei lettori sembra ottenere la propria certificazione di qualità dalla trasformazione del testo in sceneggiatura. Ad oggi, credo che difficilmente un autore affermato si impegni nella scrittura, o un editore nella pubblicazione, in particolare di gialli seriali, senza aver valutato la possibile trasmigrazione del testo in versione sceneggiatura: iperbole, certo, ma non del tutto.

Nel corso degli anni, da lettrice, ho aborrito questo fenomeno, tanto più quando ad essere trasposto in film era un grande romanzo, ritenendo che questo passaggio avrebbe penalizzato il libro: come si fa? Nessuno può pensare di poter sostituire la lettura di “Il signore degli anelli”, ma della stessa saga di Harry Potter, alla lettura del libro! Neppure per i gialli di serie è pensabile questa operazione.

Volendo risalire ai veri antesignani del fenomeno, non italiani, nessuno che abbia letto le spy stories di Ian Fleming potrebbe identificarne la fruizione con quella che si ottiene visionando i film, neppure con i primi, interprete Sean Connery, con storie più o meno aderenti ai libri. Senza dire delle bellissime riduzioni televisive di storie del Commissario Maigret di Simenon, nella superba interpretazione di Gino Cervi (e darei qualcosa per poter rivedere, restaurata, la serie Nero Wolfe interpretata da Tino Buazzelli – You Tube ovviamente non è soddisfacente).

È tuttavia un fatto, ormai accertato: i film trascinano i libri. Quantomeno del genere di largo consumo. In ogni caso non li penalizzano. Mi sono dovuta ricredere.

Non ho mai proposto un romanzo giallo seriale, che pure leggo, in questo spazio. Ma come si fa?  Si tratta di lettura, certamente, anche di qualità, in molti casi; tanto quanto, e talvolta più di, molti buoni romanzi che ottengono un giusto apprezzamento da parte dei lettori pur non essendo opere destinate all’eternità.

Non ho mai proposto, ad esempio, un libro di Andrea Camilleri, che ovviamente ho letto e apprezzato in ambedue le vesti – come autore della serie del Commissario Montalbano e come autore di romanzi che, a ben guardare, se non facenti parte della serie, occupano tuttavia, con collocazioni temporali diverse, uno spazio analogo: se non sempre ambientati a Vigata, perfetta idea platonica dell’immaginario collettivo di un comune siciliano, si tratta di narrazioni per lo più ambientate in Sicilia e aventi a tema fatti, comportamenti, avvenimenti che si vogliono caratteristici siciliani. Non sempre. Per lo più. In qualche modo, dunque, seriali.

Vogliamo parlare di Marco Malvaldi? Ho proposto un suo bel libro, non avente a tema i vecchietti del Bar Lume (qui). Nondimeno, e tanto per confermare quanto rilevato dalla rimpianta Elvira Sellerio, confesso che dei vecchietti non mi perdo una storia, degli altri suoi libri, ebbene sì.

Parentesi. Nella tranquilla sicurezza che lei, dott. Malvaldi, non mi legge, mi permetto: è chiaro il messaggio? O lei mi procura una nuova godibile storia dei vecchietti del Bar Lume o io non acquisterò nessun altro suo libro. Nel caso arrivino i vecchietti, le assicuro altri due acquisti di storie diverse. Sono certa di parlare a nome di molti.

Lettura è una parola che si declina in tanti modi e, nel caso, ognuno di questi libri, pur essendo più che possibile avere storie migliori di altre, conduce a esulare dalla considerazione del singolo “pezzo” che, di per sé, non ha alcun bisogno di essere proposto, se non nei termini di “è uscito un nuovo libro della serie X Y”. E questo crea una crepa, una anomalia: un libro dovrebbe essere, per definizione, un pezzo unico. O almeno così siamo stati educati a pensare, credo. Come un quadro. Come una scultura o un pezzo musicale.

Tutte opere d’arte? No, quantomeno non nell’accezione di una loro durata che li porti a sopravvivere al proprio tempo. Buon artigianato? Difficile chiarirsi sui termini. Quel che è certo è che nessun lettore impegna tutta la propria attività di lettura unicamente sui grandi capolavori, per definizione appartenenti al passato.  Si legge per svago, per essere informati, per aree di interesse, studio, curiosità. Si incontrano, e si cercano, opere che soddisfino la nostra mente a diversi livelli: fatta salva la qualità, c’è il pasto completo preparato dal grande cuoco, c’è il buon piatto di pasta e fagioli, ci sono la crostata della mamma e le caramelle.

Kabir Bedi nella parte di Sandokan, nella serie televisiva, 1976

La serialità, dunque: un genere non nuovo, certo, in particolare nel giallo, da Poe in poi, ma se vogliamo uscire dal genere che ne dite della serie I pirati della Malesia di Emilio Salgari, e del mitico Sandokan? Finito anche lui come serie televisiva (quant’era bello Kabir Bedi!).

Diciamo che un tempo si aspettava almeno che fosse debitamente morto l’autore e cessati i diritti per operare lo scempio. Ora, padri e madri vendono i figli ancora in gestazione.

A parte le battute cattive (ma se mi vengono, un motivo ci sarà pure) è interessante l’attuale sviluppo della serialità coniugata con la traduzione in altro linguaggio. L’opera dell’ingegno (se non vogliamo dire l’opera d’arte) non più caratterizzata dal suo essere un pezzo unico. Non avviene solo nella scrittura. Penso a Andy Warhol: altra storia, una grande intuizione, lo si sa; non si sapeva dove avrebbe portato, a cosa, in che campi.

Aveva già cominciato la narrativa d’evasione, fin dall’inizio della modernità, si può dire, e del cambiamento che, in tempi rapidi, ha portato ad una stampa orientata all’avvenuta alfabetizzazione di massa. Ottima cosa.

Tutta un’altra cosa. La lettura è divenuta, anche, un’altra cosa. Apre domande. Difficili. Che non riesco a pormi con chiarezza, né a porre.

 

4 commenti su “La lettura, la sua fruizione nella moltiplicazione dei linguaggi: pensieri in disordine

  1. zapgina
    ottobre 27, 2017

    Da qualche anno mi sono affezionata anch’io ai romanzi seriali italiani. Diversi autori, dal nord al sud, mi attraggono con i loro personaggi che fanno da filo conduttore della trama; poi il giallo dentro la storia completa l’opera. Chi più chi meno, tutti hanno una buona qualità di scrittura, anche se non saranno mai classici della letteratura. Però trovo delle chicche, a volte, e nel mio blog ne scrivo.
    A volte invece le mie aspettative rimangono deluse.
    Penso però che preferisco immergermi in questa scrittura, anche se non sempre eccellente, e in queste atmosfere gialle o noir italiche, che comprendo, più di quelle scandinave ad esempio.
    Sellerio è una garanzia del genere.
    Ciao

    Liked by 1 persona

    • Ivana Daccò
      novembre 7, 2017

      Il noir italiano ha avuto certmente un interessante sviluppo, e ottimi autori. Per quanto mi riguarda, trovo comunque interessante, con la scusa del giallo, consocere, un po’ eccessivo dire culture diverse ma sicuramente comunità diverse, ambienti, relazioni sociali che, nel nostro mondo occidentale globalizzato, mantengono una loro specificità. E Sellerio è davvero una garanzia.
      Ciao e grazie

      Liked by 1 persona

  2. dragoval
    novembre 5, 2017

    Rispondo con qualche ritardo al tuo interessante articolo, ma solo perché mi sono presa del tempo per pensare- e scrivere qualcosa di intelligibile, dato che la metamorfosi della letteratura è un tema su cui ho riflettuto- e rifletto- pressoché ogni giorno. E se la letteratura è diventata seriale , ovvero se- di fatto- si sforza sempre di più di somigliare alle storie narrate con altri linguaggi (anzi viene di fatto già pensata per futuri adattamenti televisivi), vuol dire che. semplicemente, oggi, non è più in grado di farsi interprete del reale. La grande scrittura continua; solo, non è più contenuta nei libri, ma negli script delle serie televisive : penso ad esempio a Black mirror o al Racconto dell’ancella , strepitoso riadattamento, peraltro, di un romanzo di Margaret Atwood scritto oltre vent’anni fa (1985). Potrei sostenere che questo ha molto a che fare con il mutamento antropologico determinato dall’uso pervasivo e costante delle tecnologie, che hanno reso pressoché impossibile la lettura sequenziale e a medio-lungo termine, come fior di studi dimostrano; è in ogni caso un fatto, credo, che in quest’epoca della velocità forsennata non ci sia più concesso quel tempo di leggere che, come voleva Pennac, dilata il tempo di vivere, quanto piuttosto è la vita a schiacciare e comprimere la letteratura in forma liquida , da bere in pochi sorsi ed eliminare il pima possibile per depurare il cervello ed evitare che ristagnino antiestetiche sacche di pensiero . Un saluto affettuoso

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  3. Ivana Daccò
    novembre 7, 2017

    Temo sia vero quanto scrivi pure se i diversi linguaggi mi pare avvicinino alle “storie”, narrate, anche con buona qualità, un universo di utenti maggiore senza, parrebbe, ridurre la platea dei lettori, e anzi, forse, ampliandola (nella nostra Italia, si fa per dire). Agganziano un universo di utenti che, soddisfatti di un’esperienza di fruizione di “storie” già pronta, da ingoiare in velocità, mordi e fuggi, non cerca, anzi evita il tempo lento del pensiero a propria misura che la lettura offre e chiede (la mancanza di tempo per la lettura, sappiamo bene, è un misero alibi). Ricorda un po’ quanto avviene con il cibo pronto. Pure, non so. Viviamo un tempo di passaggio, un tempo in cui l’instabilità, l’obsolescenza rapida dei dispositivi culturali, degli stessi linguaggi pare diventata la norma – pure nella contraddizione: il dispositivo culturale dovrebbe consistere, per definizione, nel suo, per quanto temporaneo, stabilizzarsi; forse andiamo incontro a un concetto di anomia da rivedere?
    Io, confesso, fatico non poco, anche perché (la mia scusa-alibi è “il tempo”, vedi un po’) frequento molto poco “le serie”, giusto quel minimo per “capire” (chissà) di cosa si tratta. Non riesco ad amarle.
    Un abbraccio

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