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Recensioni e consigli di lettura

“Non mi uccideranno, papà”

Osvaldo Soriano, “Triste, solitario y final”, Einaudi 2015

Traduzione di Glauco Felici

Arrivederci, amico,

Non le dico addio.

Gliel’ho detto quando

Aveva un senso.

Gliel’ho detto quando era

Triste, solo e alla fine.

(Philip Marlowe, Il lungo addio)

 

Personaggi e interpreti:

Philip Marlowe, investigatore, nato dalla penna di Raymond Chandler, nel 1939, appare per la prima volta nel romanzo “Il grande sonno”, 1939. Di lui si conoscono notizie biografiche sparse: la cosa non è molto importante: di un personaggio, soprattutto se amato, è ben possibile, a piacere, sapere e non sapere, rimanendo liberi di immaginare.

Arthur Stanley Jefferson – nome d’arte Stan Laurel, nato a Ulverston, Inghilterra, il 16 giugno 1890; morto a Santa Monica, U.S.A. il 23 febbraio 1965.

Oliver Hardy, nato ad Harlem il 18 gennaio 1892; morto a Hollywood il 7 agosto 1957.

Charles Spencer (il “sir” è venuto dopo), in arte Charlie Chaplin, nato a Londra il 16 aprile 1889; morto a Corsier sur Vevey, Svizzera, il 25 dicembre 1977

Marion Michael Morrison, in arte John Wayne, nato a Winterset, U.S.A il 26 maggio 1907; morto a Westwood il 11 giugno 1979.

E ultimo, ma non ultimo, Osvaldo Soriano, nato a Mar del Plata il 6 gennaio 1943; morto a Buenos Aires il 29 gennaio 1997.

Altri, noti e meno noti. Volti del cinema, anonimi e non. Poliziotti, e non solo. Comparse. Forse, un contadino.

 

Il libro

Raymond Chandler

Raymond Chandler

Non di rado l’incipit di un libro ti cattura. È una promessa: il seguito non potrà tradire l’aspettativa già nata.

In questo caso la promessa, sarà pienamente mantenuta, dopo che eri già stato catturato dal titolo, dalla dedica –  In memoria di Raymond Chandler, Stan Laurel, Oliver Hardy – e dall’esergo; pure se non immagini – non lo puoi, non ancora – attraverso quali fantasiose peripezie tale promessa verrà assolta.

Potremmo pensare che questo libro, il primo di Osvaldo Soriano, abbia infine stupito lo stesso autore.

Si tratta di un romanzo: ma non solo, non del tutto. È un film, immaginato e traslato in parole; un miscuglio di malinconia e invenzione giocosa che si esercita, per non perdersi in un’indagine solo introspettiva, in fantasie dentro e intorno a quell’unicum di emozioni che concreta l’incontro di ognuno di noi con personaggi – della realtà, dell’immaginario collettivo, letterari, dello spettacolo – da incorporare, da fare sé.

È la rielaborazione di un sogno? Di quelli faticosi, di quelli che al risveglio ti fanno ritrovare imprigionato da lenzuola attorcigliate; di quelli che chiedono al sognatore di venir ricostruiti, di divenire narrazione: stanotte ho sognato, ma non è molto chiaro, era come se, è accaduto che, e quanto ho corso!

È proprio del sogno il dover essere reinventato nel modo in cui nascono le storie; il chiedere che parole traducano immagini, diano loro un senso, a proprio piacere; e che il tempo non costituisca una discriminante – che importa? Perché dovrebbe? – e che infine il tutto ritorni ad essere un’emozione. Catturata per sempre. Indimenticabile. Parte di noi.

Inizia il film: davanti ai nostri occhi la nave, una grande nave, sta entrando in porto. L’immagine – non chiara, in effetti, confusa nella nebbia – ci mostra là, leggermente indistinta, Manhattan.

Io non so, se non, per l’appunto, scenograficamente, cosa significhi, cosa abbia significato, era il primo decennio del ‘900, l’entrata in territorio americano; il luogo comune dell’approdo, visto rivisto e mai saputo, che nulla chiede alla realtà e tutto al sogno. Dove non si sa se al quadro, marchio di fabbrica per un certo genere di storia, abbia mai corrisposto una esperienza reale – resa tale dal particolare modo in cui una profezia si autoavvera.

Lo skyline di Manhattan – l’immagine non ci dà la Statua della libertà, ma noi ce la mettiamo o, chi vuole, può mettercela – emerge dalla nebbia: porta di accesso a una terra-mondo, emozione di un sogno che, al risveglio, pone il primo mattone per il proprio inverarsi – un tempo.

Emozione di un tempo: ancora immaginabile al di fuori di Hollywood? Oggi verrebbe richiesta una forma seria di schizofrenia per poter creare l’incontro tra la promessa e il posizionamento del brand “America”.

Fa giorno con un cielo tutto rosso, sembra di fuoco, eppure il vento è fresco e umido e l‘orizzonte una foschia grigia. I due uomini sono saliti in coperta e sono due facce ben diverse quelle che guardano verso la costa, celata dalla nebbia, Gli occhi di Stan hanno il colore della foschia, quelli di Charlie, il colore del fuoco. (…)

Charlie, che di fronte al pubblico è un pagliaccio triste, ora sorride, con aria di sfida, freddo…ha sporto il suo corpo in avanti, quasi volesse stare più vicino a Manhattan, quasi avesse fretta di assalire il gigante.

  • Mio padre ha detto che il cinema ucciderà i comici, – dice Stan. (….)
  • Ucciderà i comici senza talento, ha risposto Charlie (…).

Un’ondata di sangue caldo inonda le vene di Stan e la sua faccia si inonda di vita (…). Da una tasca estrae una manciata di scellini e li scaraventa con forza in mare. (…)

– Non mi uccideranno, papà, – dice, e salta a terra.”

 

La scena cambia, tutto è già avvenuto. Cambierà ancora: i sogni sono così, e la loro narrazione ne deve tener conto; deve riempire i vuoti; procedere per salti, per tempi presenti successivi, ignorando la freccia del tempo, senza scosse, unendo vite e storie – bello, malinconico ed eccitante – ma siamo al cinema, scorrono immagini e alla parola non è necessaria la concordanza con il trascorrere degli anni, con la concatenazione dei fatti. Gli universi si possono incontrare, e dar vita a una, o tante realtà.

I personaggi: li conosciamo bene, tutti. Quelli – giganti – cui la storia è dedicata e quelli – giganti – cui la storia non è dedicata.

L’autore tra loro, ebbene sì, l’autore stesso, proprio lui, Osvaldo Soriano, personaggio fuori tempo dentro la storia…

Appare: dove? In un punto del tempo.

“Sembrava avesse una trentina d’anni, non era né alto né basso, e le sue gambe, piuttosto storte, erano socchiuse. (…) La faccia dell’uomo era tonda e gli rimanevano pochi capelli a difenderlo dalla pioggerella leggera che cominciava a cadere. (…) . Il naso, piccolo, era rosso e ogni tanto lo sfregava con un fazzoletto. Non che stesse piangendo; si sarebbe detto, piuttosto, che era raffreddato. Non era molto grasso ma la sua pancia stonava col resto del corpo. Era curvo e fumava avidamente.”

Nel sogno non può mancare il sognatore – non ci avevo mai pensato, nessuno sogna mai, credo, una situazione che lo veda assente. O forse sì, non lo so.

La storia scorre, perché è una storia, da cui non possono mancare – dopotutto c’è, protagonista, Philip Marlowe – atmosfere hard boiled, scontri, fughe, pistole, violenza, polizia; squallore ed eleganza che sì, stanno insieme alla perfezione: mi ripeto, c’è Marlowe; come potrebbe mancare una negata, sgualcita, aristocratica eleganza.

Oliver Hardy (Wikipedia)

Non che c’entri, alla fin fine, soprattutto in un sogno: ma chi ha messa in moto la storia, e perché? Manca pure il morto, come minimo. Manca la morte violenta. I morti invece ci sono, eccome.

Cos’era avvenuto – iniziato – quando un vecchio Stan Laurel ormai solo, in condizioni di quasi povertà (Ollie se ne era già andato) si era presentato alla porta dell’ufficio di Philip Marlowe per incaricarlo di un’indagine molto particolare, improbabile.

Il vecchio Stan era stato respinto da un Marlowe al peggio del suo meglio; per dar luogo, in seguito, a una tipica, sarcastica e affettuosa, chiassosa  e violenta investigazione alla Chandler. Devastante. Alla John Wayne.

“È stata una gran ripresa – disse soddisfatto il regista che aveva un grosso sigaro in bocca e indossava una camicia a quadri nera e rossi.

– Un gran realismo, signor Wayne. Forse potremo usare la scena in qualche film.

–  Portatelo via – mormorò Wayne, mentre girava il corpo di Marlowe col suo stivale nero. – Bisogna continuare a lavorare”.

Ancora un flashback. Ancora una nave. Ritorna – uguale – l’incipit. Diverso uno dei protagonisti.

Come quarant’anni prima, ancora una volta…

“Stan passa la lingua sulle labbra e sente, forse per l’ultima volta in questo viaggio, il gusto salato del mare. (…). Ha gli occhi celesti, piccoli e obliqui, le orecchie grandi, i capelli ispidi e arruffati. Tutta l’amarezza del mondo guarda, da quella faccia, la costa inglese.”

“Il ciccione è pettinato scrupolosamente, coi capelli radi lisciati dalla brillantina. La brezza gli fa socchiudere gli occhi.”

Stan ripete il suo gesto scaramantico, e getta a mare, ora, delle monete. Erano stati spiccioli, la prima volta. Ora, sono un pugno di dollari “verdi e gualciti”.

  • “Sono vivo, papà, – dice, e salta a terra!

 

Osvaldo Soriano (Wikipedia)

Cambio scena. Ancora un salto temporale. Solo Philip Marlowe appartiene ai diversi tempi – l’unico che poteva farlo, in effetti, così come lo può Osvaldo Soriano, il sognatore, perché ogni tempo può appartenere al sogno.

Abbiamo incontrato Charlie Chaplin, il compagno Charlie con cui Stan era arrivato a Manhattan in quel lontano approdo al sogno americano; un vecchio glorioso a far da controfigura a uno Stanlio dimenticato.

Incontreremo storie di violenza da cartoon, dove non si muore mai e storie di vite vere finite, o che finiranno, con amarezza e nostalgia. Incontreremo ciò che quei personaggi hanno lasciato in noi, ciò che di nostro abbiamo prestato loro, a iniziare e chiudere con le contradizioni che ogni personaggio, in quanto tale, si presta a caricare sulle proprie spalle, per nostro conto.

Incontreremo affetto: per la nostra emozione; per chi ce l’ha regalata. Per noi, anche. Ma sì, magari velato di qualche tristezza, ma qui c’è tanto affetto per un nostro sogno: non è poco.

Poi, il tempo scorre. Giovani generazioni, forse, non so, non avranno conosciuto questi personaggi, ma li creeranno leggendo questo libro, come figure che appartengono al simbolico di ogni tempo.

Cosa ci sarà mai di strano, dunque, se Osvaldo Soriano si troverà a giocare una partita a scacchi con Philip Marlowe, dovendo sostituire con una pallottola, naturalmente calibro 45, il Re bianco perduto.

 

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