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“A temp e leu”: a tempo e luogo ogni vita trova la propria strada

Valeria Corciolani, “Il morso del ramarro”, emmabooks 2014

“Marisol infila la mano nel sacchetto del pane e rompe la rosetta croccante.

Buonissima.

A volte la sua vita di prima, il sapore del pane di laggiù, l’odore dell’aria e della terra, le sembrano sfocati e lontani. Come se piano piano li stesse dimenticando…”.

Riprendendo da quanto già scritto di questa autrice (qui), ho trovato, in questo suo libro, un piacere di lettura raro, nel genere. Ho trovato un piccolo capolavoro.

Dovrei dire del piacere impagabile che dà leggere una bella scrittura, capace di sostanziare una trama e un intreccio con sapienza utilizzando artifici retorici di grande eleganza e di grande efficacia narrativa.

Autrice, anche, di noir, in questo caso Valeria Corciolani sfiora solamente il genere: non c’è il morto ammazzato; c’è, in effetti, la storia di un comportamento delinquente ma manca l’investigazione formale; manca la denuncia dei colpevoli: non mancherà, “a temp e leu” (al momento opportuno) una loro punizione di grande godibilità.

Ci sarà un percorso negli avvenimenti per ottenere che il male venga espulso dal gruppo sociale, e tutto ritorni in equilibrio; un percorso, pensato e attuato con quel tanto di appagante cattiveria che solo può risarcire la vittima e redimere i colpevoli. Ci possono stare molto bene, insieme, il dolore di una ferita e la risata che la cura.

Il lettore – il solo, oltre al narratore esterno onnipotente, che, alla fine, conoscerà tutta la storia  – ascolterà una narrazione polifonica entrando, di capitolo in capitolo, dentro vite diverse, legate tra loro dall’appartenenza ad una comunità; organizzate all’interno di cornici narrative diverse. Seguirà, partecipe, storie di vite legate le une alle altre da relazioni appartenenti al mondo della vicinanza, dei legami di affetto, e di amore: familiari, amicali; identitari e in via di formazione.

Legame portante sarà l’appartenenza ad un luogo, ai suoi costrutti sociali: l’abitare la stessa palazzina, il frequentare lo stesso Centro per Anziani dove un’antica amicizia consente il perdurare delle relazioni; l’appartenere, nella vicinanza, a diverse età della vita che, come tali, possono coniugare tra loro saperi, bisogni, risorse diverse, con l’utilità e l’arricchimento dati dalla condivisione.

Non parrà strano, dunque, l’artificio del parallelismo che l’autrice ci propone per cui la parola, talvolta la frase, che chiude un capitolo sarà la parola, la frase, che aprirà il seguente – dove verrà ripresa la storia lasciata, il cosa sta ora facendo, pensando, agendo, il personaggio lasciato in sospeso due capitoli prima – ancora con una frase, una parola che chiudeva un sentiero per riprenderne un altro.

Alla fine, dopo aver seguito un riflettore che sposta il suo fuoco di scena in scena, il quadro sarà totalmente illuminato. E coeso. Risolto.

Lo strumento retorico del parallelismo legherà, di passaggio in passaggio, i personaggi tra loro, per prossimità e per opposizione – in ogni storia che si rispetti ci sono i buoni e i cattivi e qui, per la verità, anche per mezzo di questo artificio, al lettore verrà prescritto l’ascolto partecipe di ogni personaggio: come suol dirsi, non c’è persona al mondo che, dal proprio punto di vista, non abbia ragione; o non abbia almeno diritto ad un po’ d’amore; anche quando riceve, ed è bene così, la giusta punizione, nella  giusta misura, per i propri misfatti.

È questo un libro che ottiene ascolto, anche fino ad una rilettura che consentirà di godere davvero, nel dettaglio e a interrogativi risolti, le tante storie che compongono una storia. Lasciando nel lettore allegria e, certo, commozione.

I personaggi sono tanti, a modo loro ognuno protagonista e chissà perché non è in uso, come per il Giallo Mondadori, quel bell’elenco di personaggi che, posto a inizio libro, facilita la lettura. Lo so, avviene che lo si faccia anche per altri libri, ma è raro, e non è la regola.

Allora ecco. Nessun accenno, qui, alla trama; anche il minimo spoiler sarebbe, in questo caso, deleterio e, a suo modo, persino ingiustificato (non è del tutto decidibile, in questa storia, quali siano i personaggi principali, se non a piacere del singolo lettore).

Credo valga meglio proporre una passerella dei personaggi centrali.

Valeria Corciolani

La storia si apre con Marisol, signora cinquantenne immigrata da un paesino nei pressi di Lima, che assiste a domicilio il professor Giovanni, anziano, vedovo, con difficoltà motorie conseguenti ad un “ataque” – il cui nome lei non ricorda ma le pare simile a “cactus

Il Professor Giovanni; ex docente universitario, appassionato di arte e di musica, dopo la morte di una moglie molto amata ha perduto parte della sua autonomia fisica mantenendo tuttavia una grande lucidità mentale. Spesso si avvilisce.

Marisol è molto affezionata al suo professore, che ricambia il suo affetto e le ha insegnato a leggere e scrivere, a far di conto. Le parla anche di arte, di musica e allora “sembra che la luce esca dai suoi occhi a infuocare tutto ciò che ha intorno. Il cactus perde potere, il corpo sembra quasi più dritto, la piega della bocca si ammorbidisce e la sua voce diventa un suono caldo che avvolge come una coperta di alpaca. Sembra che le parli d’amore”.

Conosceremo poi Fran, Dandi e Gritta: con Giovanni, i quattro anziani amici che trascorrono parte della loro giornata al Centro per Anziani di Villa Bancalari. Fran e Giovanni sono campioni di scacchi; Gritta è il commentatore delle partite mentre Dandi (il nomignolo è evocativo), farmacista, vorrebbe ancora corteggiare le signore, che gli portano i dolcetti fatti in casa. Si scambiano chiacchiere, pettegolezzi e amicizia.

C’è Beppe Pinasco, l’infermiere del Centro, dove arriverà il giovane dottor Filippo Tosi, un trevigiano che aggiunge al suo lavoro di medico del Pronto Soccorso, il compito di occuparsi degli ospiti di Villa Bancalari.

L’anziana Direttrice del Centro che comparirà una sola volta nel romanzo, ricevendo Filippo Tosi al suo primo ingresso a Villa Bancalari, regalerà al lettore, racchiusa in una frase, una sintesi della storia.

“…come ben sa <noi> vecchietti sappiamo essere dispettosi e imprevedibili come il peggior monello. Non si fidi mai, egoisti come bambini e sapienti come dei saggi: siamo pericolosissimi”.

E sorride “con uno sguardo da ragazza”.

Poi, le storie che si intrecciano, sono plurime; il “bosco” è percorso da sentieri diversi, che si connettono al principale ma hanno una loro vita; il “museo” è organizzato intorno a un discorso unitario, ma consente percorsi e ascolti diversi, di quadro in quadro.

Nella palazzina in cui abita il professore, abitano anche Anna, una ragazzina adolescente, con la madre Virginia e due fratellini gemelli, Mario e Aldo, due pesti di cinque anni che “odorano di Nesquik e scoglio muschiato nei capelli ispidi di sale”: siamo a Chiavari, c’è il mare, e la spiaggia.

Anna ha i suoi problemi: c’è, naturalmente, un ragazzo che le piace, e piace a tutte, ma c’è l’altra, la bella della scuola; ci sono i gemelli che la mettono nella condizione, dice lei, della “tipica adolescente media con famiglia a carico”.

Virginia sta vivendo una dolorosa crisi familiare: un marito che ama e che la ama cacciato di casa (con ottime ragioni, su cui viene suggerito che sarebbe possibile soprassedere).

Ci sono tre ragazzi di buona, anzi socialmente ottima, famiglia, Lapo, Giorgio e Carlo: i giornali li chiamano La banda del flessibile. Annoiati, viziati, con il bisogno di esperienze forti e trasgressive: come sentirsi altrimenti grandi e potenti?

C’è il mare. Ci sono le ricette, buoni piatti da annusare e gustare. C’è musica, dai Carmina Burana a Battiato. C’è arte e ci sono spaghetti ai frutti di mare.

C’è una magia, che viene dalla terra degli Incas, e c’è la capacità della mente di aderirvi, provvedendo da sé a punire le malefatte di ognuno; anche con un po’ di aiuto esterno, saggio e monello.

Comparse, personaggi di arricchimento del quadro, ruoli da caratteristi che animano il racconto, e svolgono funzione di raccordo.

E c’è tutto ciò che accade, guidato “a temp e leu, a tempo e luogo, ossia al momento opportuno” dai quattro anziani e che, per giungere, ed essere il giusto accadimento, richiede di regola, il famoso aiutino.

Molti i personaggi, vite in relazione, storie che si intersecano nella vicinanza data dall’appartenenza a una comunità, dove una vicenda centrale, se costituisce la strada maestra della storia nulla toglie alla bellezza e all’unicità dei sentieri che, percorsi di storie individuali ognuno diretto alla propria destinazione, si intrecciano alla principale.

Un buon libro è qualcosa che somiglia ad un piatto gustoso e ben cucinato al cui risultato concorrono molte variabili, dalla qualità dei singoli ingredienti alla capacità di fonderli tra loro. Anche la presentazione del piatto avrà il suo peso: il profumo, i colori, la loro fusione. Se tutto funziona, e qui funziona, il gusto risulterà all’altezza delle attese.

Questa storia chiamerà a rispondere tutti i sensi. Ci regalerà odori, sapori, senza dimenticare la vista e l’ascolto; e il tatto, certo. Non mancheranno, nella lettura, esperienze tattili.

È una storia segnata dalla leggerezza, che regala al lettore il piacere di una lettura di svago con la fruizione di una scrittura alta mascherata da voce della quotidianità, in cui opera una struttura narrativa sapiente.

Valeria Corciolani è un’autrice da cui è lecito attendersi molto; che peraltro, con risultati diversi ma tutti di qualità, ha già dato.

Sarà interessante anche seguire lo sviluppo della sua storia editoriale che, finora, mi pare dica di una caparbia fiducia che lei pone in se stessa e nel valore di ciò che scrive. Giustamente.

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Questa voce è stata pubblicata il giugno 16, 2019 da in Contemporanei, Narrativa, Recensioni con tag , , , , .
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