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Recensioni e consigli di lettura

“Il codice minacciosamente stupido dell’Amore”

Fernando Pessoa, “Lettere alla fidanzata”, Adelphi 2012

Con una testimonianza di Ophélia Queiroz

A cura di Antonio Tabucchi

 

Un prezioso piccolo Adelphi; una lettura che, per me, è stata una interruzione-inserto dentro il percorso (necessariamente lento) nel “Libro dell’inquietudine” di Bernardo Soares”, semi-eteronimo di Fernando Pessoa, il suo “Io mutilato”, a detta del suo ortonimo; il solo vero pseudonimo, forse, che ha anticipato gli eteronimi Alvaro da Campos, Ricardo Reis, Alberto Caeiro.

Ma, su questo, potrei dire, sicuramente, solo sciocchezze: resta per me indefinibile Fernando Pessoa, fino alla tentazione di utilizzare, per poterlo accostare, categorie psichiatriche totalmente improprie (o proprie solo nella misura in cui lo sono per ogni vivente della specie umana).

“Ho creato in me varie personalità.

Creo personalità costantemente.

Ogni mio sogno, appena lo comincio a sognare, è immediatamente incarnato in un’altra persona che inizia a sognarlo, e io non più.

Per creare mi sono distrutto: mi sono esteriorizzato talmente dentro di me che non esisto se non esteriormente. Sono il palcoscenico spoglio sui cui passano vari attori a recitare varie opere teatrali”.[i]

Sul “palcoscenico spoglio” si presentano anche Le lettere a Ophélia Queiroz, l’opera che Fernando non aveva, credo, previsto; in cui appare questo strano, esaltato e, soprattutto, recitato amore, fatto di tutto e di nulla in cui, anche, lui stesso finirà per non esserci: tacitamente, involontariamente, sostituito? ucciso? smascherato nella sua inesistenza? da Alvaro da Campos.

Un percorso a tappe, lungo otto mesi, che vede via via smascherarsi, forse, l’inesistenza a se stesso di Fernando innamorato, di un Fernando la cui vita esisteva solo nelle pagine scritte, da scrivere, in una scrittura sempre rubata da altri, sempre tesa a far appannare via più l’innamorato Fernando.

1 marzo 1920

Ophelinha,

per mostrarmi il suo disprezzo, o se non altro la sua effettiva indifferenza, non era necessario il palese camuffamento di un discorso così lungo, né tutta la serie di <ragioni> che lei mi ha scritto. Bastava dirmelo. Perché così ho compreso ugualmente ma mi ha addolorato di più.

Se preferisce a me il giovanotto che la corteggia e che evidentemente le piace molto, come posso avermene a male? (…)

Fernando”

 

 22 marzo 1920

Mio Bebè angioletto,

non ho molto tempo per scriverti né avrei in verità, mio piccolo amore cattivo, molte cose da dirti che non possa dirti assai meglio domani, a voce, durante il tempo, purtroppo breve, che dura il tragitto da Rua do Arsenal fino a casa di tua sorella (…)

Fernando”

 

 23 marzo 1920

Mio caro Bébézinho,

(…) non mi rassegno all’idea di doverti scrivere. Vorrei parlarti, averti sempre accanto, e che non fosse necessario scriverti lettere – le lettere sono segni di separazione o almeno segni, per la necessità di scriverle, del fatto di essere lontani. (…)

Fernando”

La corrispondenza prosegue – “…Mio piccolo amore…mio caro piccolo amore….Mio piccolo Bebè cattivo e grazioso….Fernando” – ma già un mese dopo l’identità dell’innamorato comincia a farsi incerta.

5 aprile 1920. Lettera 13

Mio Bébé piccolo e capriccioso (…)

Non ti stupire se la mia calligrafia è un po’ strana. Ci sono due motivi. Il primo è che questo foglio (l’unico che ho a disposizione) è troppo liscio (….); il secondo è che ho trovato qui in casa una bottiglia di eccellente porto, che ho aperto e di cui ho già bevuto la metà. Il terzo motivo è che ci sono solo due motivi, e dunque non c’è affatto un terzo motivo (Alvaro da Campos, ingegnere).

Quando ci potremo incontrare da soli da qualche parte, amore mio? Ho la bocca strana, sai, perché non ho baci da tanto tempo…Mio Bébé da sedere in collo! Mio Bébé da prendere a morsi! Mio Bébé da…(e poi il mio Bébé diventa cattivo e mi picchia…). «Corpicino di tentazione» ti ho chiamato; e tale continuerai a essere ma lontano da me.

Fernando”

Ed è in effetti, o lo sarebbe, fuorviante leggere queste, davvero improbabili seppur perfette nel loro “essere ridicole[ii], missive (se pur ostese con grande platealità e sincerità – e l’accostamento ossimorico, trattandosi di Pessoa, credo ci stia tutto) e dire da chi sono state scritte. Ma la cosa emergerà solo in chiusura della storia, quando – e solo forse? – Alvaro da Campos avrà definitivamente sostituito Fernando, senza più controllo sull’identità da parte dell’innamorato (o anche sì?).

Commentando le lettere, Tabucchi, nella sua Postfazione segnala quel Non ti stupire se la mia calligrafia è un po’ strana” giustificando con scuse varie: ubriaco, la carta di cattiva qualità.

Commenta Tabucchi: “È un tipico ossimoro alla Campos, che tra parentesi firma questa paradossale asserzione; ma non bisogna dimenticare un vero motivo sottinteso al non-motivo apparente: il vezzo di Pessoa di cambiare calligrafia a seconda dei suoi eteronimi. In ciò la reale stranezza (leggi: differenza) della calligrafia.”

15 ottobre 1935. La lettera 35.

“Piccolo Bebè,

hai più di mille ragioni per essere offesa, seccata, irritata con me. Ma la colpa è stata poco mia: è stata di quel Destino che condanna il mio cervello a uno stato che, se non irreversibile, certo necessita di un trattamento accurato, come non so se potrò avere.

Fernando”

Fernando Pessoa sta per entrare in una clinica psichiatrica, nel tentativo (davvero?) di curarsi.

Giustifica, sminuisce la cosa:

“Dopotutto, di cosa si è trattato? Mi hanno scambiato per Alvaro da Campos”

Lettera 36, l’ultima. Si chiude. È il 29 novembre 1920. Finisce una storia che era iniziata il 1 marzo 1920 (e che riprenderà nove anni dopo – per un tempo breve, undici lettere, dal 11 settembre 1929 al 11 gennaio 1930).

Ophélinha,

“Ti ringrazio per la lettera. Essa mi ha portato dolore e sollievo nello stesso tempo. (…).

Il tempo, che invecchia i volti ed i capelli, invecchia anche, ma ancora più rapidamente, gli affetti violenti. La maggior parte della gente, per la sua stupidità, riesce a non accorgersene e crede di continuare ad amare perché ha contratto l’abitudine di sentire se stessa che ama. Se non fosse così, non ci sarebbe al mondo gente felice (…)

Fernando”

Ed ecco questo “namoro” – questo corteggiamento, in una relazione che si fa intensa e importante ma, chi lo sa, non al punto da acquisire una certezza di sé tale da divenire progetto di vita; non proprio, non ancora – in cui Fernando Pessoa investe rappresentandosi come se stesso e riuscendo, insieme, a fare di sé, del proprio nome, della propria individualità, una rappresentazione.

Il libro si chiude con un intervento di Antonio Tabucchi, dal titolo “Un Faust in gabardine”

“Qui c’è un Faust in gabardine, soggetto a tonsilliti e impiegato in ditte lisbonesi di import-export, costretto a barattare la sua fragile Margherita, intelligente e un po’ disorientata, per un Mefistofele implacabile e totalitario rimpiattato nel Progetto di un’Opera.”

E Tabucchi legge, e racconta, da par suo, in questo pezzo, il Fernando Pessoa che vive come se attraverso identità multiple ma anche facendo della propria vita un come se: rappresentandoci uno che “visse una vita da impiegato di concetto come se fosse un impiegato di concetto, trattò se stesso come se fosse un altro, scrisse poesie come se fossero altrui.”

E non risulterà dunque strano che le lettere d’amore trasudino “l’Ovvio” (è sempre Tabucchi che lo dice); chiamandolo “Il codice minacciosamente stupido dell’Amore”.

Ed è ancora Tabucchi che ci porta a riflettere – fornendo parole al disagio che queste leziose (anche) lettere ci regalano – facendoci osservare che il come se della vita fa male, male davvero, tanto quanto la vita stessa; e come non costituisca una via di fuga; come sia anch’esso vita: di ognuno – ma questo che penso/scrivo sarà sicuramente viziato da tutto ciò che noi tutti prendiamo dalle vite altrui, facendo nostre le parole altrui, trasformandole fino a farne nostra carne e nostro sangue.

Perché è così che si fa; è questo, che sia bene o che sia male, il portato della letteratura, per chi scrive come per chi legge: e che sì, talvolta fa pure male (a chi scrive e a chi legge).

Chiamiamolo vivere di e in letteratura; e fingere che Fermando Pessoa, l’ortonimo, sia una creatura letteraria esattamente come Campos, Caeiro, Reis: solo un po’ più sbiadito, ecco.

Poi, c’è il Fernando innamorato di (una) Ophélia.

Chissà cosa ne pensava Ophélia, che perdeva i versi scritti per lei (ma che ricorda a memoria), perdeva i regalini (ce lo dice lei). Ophélia che, quando decide di riprendere il gioco, a distanza di nove anni, lo fa, discretamente; mentre lui accetta. Per poco.

Ophélia, delle cui lettere in questa edizione è stato scelto di farci conoscere unicamente ciò che possiamo dedurre dalle lettere di lui[i].

Vivere come se – e fare di tutto questo letteratura; e di sé, della propria vita, un capolavoro. A prezzo di tanto dolore. E infine della vita stessa.

La storia, e la conclusione di questo namoro, non può essere che nei versi, di Alvaro da Campos:

Tutte le lettere d’amore sono

ridicole.

Non sarebbero lettere d’amore se non fossero

ridicole.

Anch’io ho scritto ai miei tempi lettere d’amore,

come le altre,

ridicole.

Le lettere d’amore, se c’è l’amore,

devono essere

ridicole.

Ma, dopotutto

solo coloro che non hanno mai scritto

lettere d’amore

sono

ridicoli.

Magari fosse ancora il tempo in cui scrivevo

senza accorgermene

lettere d’amore

ridicole.

La verità è che oggi

sono i miei ricordi

di quelle lettere d’amore

a essere

ridicoli.

(Tutte le parole sdrucciole,

come tutti i sentimenti sdruccioli,

sono naturalmente

ridicole).

Alvaro da Campos, 21 ottobre 1935

Fernando Pessoa, 13 giugno 1888 – 30 novembre 1935

____________________________

[i] Fernando Pessoa, “Il libro dell’inquietudine”, Mondadori 2016, Introduzione di Valeria Tocco. Dal frammento n. 159, Seconda fase, pag. 167

[ii] Alvaro da Campos, “Tutte le lettere d‘amore sono ridicole”

[i] Mio caro nininho : da Ofelia a Fernando Pessoa : 1920-1932 / Ofelia Queiroz ; a cura di Manuela Nogueira e Maria da Conceicao Azevedo. – Milano : Archinto, [1997!. – XII, 247 p. : 1 ritr. ; 20 cm. ((Trad. di Roberto Francavilla e Cecilia Pero. In:  http://www.librinlinea.it/titolo/mio-caro-nininho-da-ofelia-a-fernando/VIA0064718

 

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