Regina e Imperatrice

Lytton Strachey, “La regina Vittoria”, Il Saggiatore 1982 – con un saggio di Virginia Woolf. Traduzione di Santino Caramella

Credo sia la mia terza o quarta lettura di questo libro; e a tratti, nel tempo, mi balenava l’idea di una ulteriore rilettura, per poterlo proporre. Ora, la morte di Elisabetta II ha risvegliato fattivamente il mio desiderio. Ho solo atteso che cessasse il picco del rumore sociale che l’evento ha portato con sé:  si tratta di un libro che chiede di venir letto, e molto goduto, in tranquillità, senza fretta, cosa che i giorni di chiasso mediatico non avrebbero consentito. 

La prosa di Lytton Strachey – scorrevole, pulita, dialogante con il lettore – è stata, come ben sapevo, un’ottima compagnia. Sostenuta da un humour leggero, da un’ironia senza traccia di sarcasmo, segnata da un distacco non giudicante e tuttavia privo di indifferenza ci trasmette, da un angolo visuale orientato alla persona, la storia di una donna-regina nel suo eccezionale contesto di vita. 

Leggere Lytton Strachey regala, con questo libro, un tempo da trascorrere chiacchierando con un amico, anche lievemente pettegolo, quel tanto giusto per una buona conversazione, con bonomia e intelligenza.

Vittoria I

Poi, per quanto mi riguarda, c’è l’età, che mi fa vedere, vogliamo dire ad ogni lettura, una diversa Vittoria. Ci sono i momenti storici, quello dell’età vittoriana e il nostro; c’è un tempo, in cui la morte di un’altra grande regina appare un po’ favola un po’ retaggio di un mondo che, a ben vedere, non può esistere: non tanto in riferimento all’istituto, la monarchia, per il nostro mondo occidentale del tutto obsoleto (ma che, nella vecchia Europa, ci può stare, come infatti ci sta, diffusamente*) quanto per il precipuo apparire della monarchia inglese, nell’ordine del mondo, come un unicum che ha mantenuto, finora, insieme ai suoi riti e ai suoi miti – pena il dissolversi nell’insignificanza – una  identità con il popolo e la stabilità, vera o supposta, delle sue istituzioni.

E chissà se Elisabetta II – che, come Vittoria, ha costituito, con la sua <vita per il trono>, un’icona intoccabile – potrà mai avere una biografia di tal fatta, mentre la vita della sua famiglia è stata e viene, ancora una volta, travolta da un gossip imperante di infima qualità che solo la sua regalità iconica, quasi una permanenza nell’immaginario dell’epoca vittoriana, frena: dovrà trascorrere, se il nostro mondo ancora lo avrà, un adeguato lasso di tempo perché ciò si possa (forse) realizzare. 

Di Franz Xaver Winterhalter – Royal Collection

Sono state ambedue, Vittoria ed Elisabetta, regine in qualche modo inattese, giunte al trono molto giovani – Vittoria addirittura a diciott’anni – essendo, per nascita, principesse reali ma lontane dal trono nell’ordine di successione. E a me pare indubbio il fatto che, vivendo in epoche non confrontabili – il massimo di espansione e potenza dell’impero britannico  versus un Regno Unito che unicamente il vissuto del suo popolo, e naturalmente la famiglia reale, faticano a vedere come una, vogliamo dire normale potenza regionale? – le due storie possano apparire confrontabili unicamente per aspetti che appartengono al mito, vissuto in proprio e come tale trasmesso da ognuna delle due individualità.  

Forse, per Elisabetta II, l’equivalente di questa biografia può venir considerata – lei ancora in vita – la serie televisiva “The Crown”, vale a dire qualcosa di effimero, pur se di ottima qualità, rispetto ad un’opera storico-letteraria che mantiene il suo valore nel tempo lungo.

Il ventenne Lytton Strachey (1880 – 1932) sarà stato tra la folla straripante che seguiva il funerale di Vittoria? 

Ha scritto questa biografia nel 1821 quando erano trascorsi solo vent’anni dalla morte di Alessandrina Vittoria I, nata nel 1819, figlia di Edoardo Duca di Kent,  quarto figlio di Re Giorgio III, Regina di Gran Bretagna e Irlanda dal 1837 al 1901 e, dal 1876, Imperatrice d’India. Ha dunque scritto queste pagine quando la storia della defunta Sovrana apparteneva ancora alla cronaca, mentre Il Regno Unito viveva il suo momento di massimo splendore.

Una biografia, questa, cui il biografo ha dato un taglio innovativo; che aveva già messo alla prova con ottimi risultati nel suo precedente “Eminenti vittoriani”, il libro che ne aveva decretato il successo come autore.

Scriveva Strachey, definendo il proprio approccio all’arte della biografia: “Gli esseri umani sono una realtà troppo importante per essere trattati come meri indizi del passato. Hanno un valore indipendente da qualsiasi processo temporale; un valore eterno che deve essere percepito in sé e per sé.” 

Ed ecco, Strachey ci parla della persona Vittoria, e ce ne parla sulla base dei limiti che l’arte della biografia impone – come spiega splendidamente Virginia Woolf nel breve saggio che costituisce l’importante prefazione a quest’opera; e si basa sui <fatti>, rispettando il limite che separa la biografia dal romanzo, avendo tuttavia chiaro che il biografo, come ci dirà Virginia Woolf, ha “diritto a tutti i fatti disponibili.” 

“Se Jones (nome che sta per un nostro sig. Rossi) ha tirato gli stivali alla cameriera, se aveva un’amante a Islington, o se lo trovarono ubriaco in un fosso dopo una notte di baldorie, il biografo deve aver la libertà di dirlo – almeno fin dove lo consentano le leggi sulla diffamazione e il sentimento umano.” 

Ed ecco di fronte a noi Vittoria: la sua infanzia, il rapporto con sua madre, l’ambiziosa Duchessa di Kent; la severa educazione ricevuta, privata anche di un solo minuto da vivere senza una presenza di controllo – notte compresa, venendo obbligata persino a dormire con la madre – mentre nulla le viene detto circa  i piani per lei che la Duchessa persegue.

La successione a Re Giorgio III, presentava infatti numerosi elementi di criticità, per i lutti e i numerosi problemi che affliggevano la famiglia reale. Questo rendeva la possibilità per Vittoria di accedere al trono non del tutto irreale.

Ora, nel primo capitolo – Titolo: “I precedenti” – Strachey riassume, con estrema chiarezza e piacevolezza di lettura il quadro delle vicissitudini dinastiche in atto che hanno preceduto l’ascesa al trono di Vittoria, ma sicuramente il lettore odierno potrà incontrare qualche difficoltà nell’orientarsi, qualora manchi di una qualche buona conoscenza della storia del Regno Unito, dell’Europa e delle sue Case Regnanti, emerse dal Congresso di Vienna (1814 – 1815): obiettivo, dopo le guerre napoleoniche, la restaurazione dell’Ancien Régime, con la politica estera gestita a suon di matrimoni tra famiglie reali.

Lytton Strachey

Il figlio di Vittoria, Edoardo VII, che salì al trono all’età di sessant’anni (altra similitudine con la storia e la successione a Elisabetta II) e il cui regno finì, con la sua morte, nel 1910, veniva chiamato “lo zio d’Europa”. Con lui, finì un’epoca e iniziò il “secolo breve” con tutte le sue tragedie, a quanto pare ancora capaci di figliare. 

Si dissolsero gli Imperi, monarchie caddero, monarchie riemersero – Regno Unito a parte.

Rimanendo, tale primo capitolo, fonte di possibile confusione (nomi, titoli, parentele) resta tuttavia del tutto inessenziale seguirne i dettagli; mentre regala, anche ad una lettura veloce, la percezione del contesto in cui la storia di vita di Alessandrina Vittoria si avvierà.

Ed ecco iniziare tale storia con l’excipit proprio di questo primo capitolo, che prenderà le mosse dal il fatto che il Duca e la duchessa di Kent, genitori di Virginia vivevano all’estero quando fu chiaro lo stato di gravidanza della duchessa.

“… e il duca decise che il bimbo dovesse nascere in Inghilterra. Veramente per il viaggio mancavano i fondi, ma non era uomo da rinunciare ai suoi propositi. (…). Prese una carrozza a nolo, e il duca stesso montò a cassetta. Dentro stavano la duchessa, sua figlia Fedora, una ragazza di 14 anni, e poi cameriere, bambinaie, cani di lusso e canarini. Si lanciarono a briglia sciolta attraverso la Germania e la Francia; strade cattive e alberghi a buon mercato non contavano niente per il rigido duca e per la serena e matronale duchessa. Attraversata la Francia arrivarono sani e salvi a Londra. Le autorità provvidero una serie di stanze nel Palazzo di Kensington: e qui, il 24 maggio 1819, nacque una bambina.”

La vita di Vittoria, da questo momento, verrà  accompagnata dallo sguardo del biografo con un’attenzione limpidamente non giudicante, e come da premessa, “come valore in sé”. 

Vittoria aveva dodici anni quando fu informata del suo essere destinata al trono. E ciò avvenne attraverso una modalità peculiare. Venne scelto di impartire alla ormai prossima giovane donna una lezione di storia della monarchia inglese.

Posta di fronte alla tavola genealogica dei Re d’Inghilterra, la ragazzina fu guidata nel percorso che la portò a trarre da sé le conclusioni sulla propria posizione; e sul proprio futuro di regina.

Di Franz Xaver Winterhalter – Royal Collection
 
Leonida Caldesi e Mattia Montecchi, La Regina Vittoria e il Principe Alberto con i loro nove figli ad Osborne Housefotografia su carta all’albumina, 26 maggio 1857Royal Collection.
Da sinistra a destra: AliceArturo, il principe Consorte, il principe di GallesLeopoldo (di fronte a lui), Luisa, la regina Vittoria con BeatriceAlfredoVittoria ed Elena

Favola o realtà? Occorrerà credere al biografo, che ha accuratamente documentato i fatti, comprendendo tra questi le parole della ancora bambina Vittoria con cui, superata la sorpresa, accolse il proprio destino:

“… restò per un momento in silenzio; poi disse:  «Io sarò buona».

Il resto della sua vita si confonde con la storia del Regno Unito. 

Il matrimonio con il cugino Alberto di Sassonia Coburgo – Gotha, nipote, per parte paterna, di Leopoldo I del Belgio e zio della stessa Vittoria per parte materna fu un matrimonio d’amore. E fu, per il Regno Unito, l’acquisizione di un sostanziale monarca che, affiancando Vittoria, guidò la politica di sviluppo industriale e di riforme sociali che segnarono la storia del Regno e della monarchia.

La morte di Alberto di Sassonia, in ancor giovane età, segnò, a sua volta, l’immagine pubblica di Vittoria che, da allora, visse nel lutto, senza tuttavia mai derogare dai propri doveri; sempre mantenendo alta la considerazione che ebbe di sé e del proprio ruolo.

Lytton Strachey, “La Regina Vittoria, Castelvecchi 2014

Amata, odiata (subì quattro attentati), infine decisamente amata, anche per la lunga durata del suo regno e per la stabilità che la sua figura, in un’epoca di grandi cambiamenti e di grandi problemi sociali, assicurava. Vittoria divenne un’istituzione, e un riferimento per il “suo” popolo.

Madre di nove figli, nei suoi sessantaquattro anni di regno si rapportò a primi ministri, Whigs e del Partito Conservatore, in alternanza, che fecero la storia e con i quali stabilì rapporti fruttuosi, talvolta conflittuali, senza mai rinunciare ad esprimere e tradurre in atto le proprie simpatie: nei limiti, sempre rispettati, del proprio potere, mai ebbe un dubbio sulla preminenza del proprio ruolo per la stabilità e il mantenimento dell’identità del suo Paese.

Passionale, di una sincerità allarmante, autoritaria, rigida nei suoi principi e tuttavia sempre attenta ai bisogni del suo popolo (a parte il feroce respingimento della sola ipotesi del voto femminile), fu infine amata senza riserve: nel 1857 il suo Giubileo, al compimento dei primi cinquant’anni di regno, fu un trionfo.

“Ella sapeva, sentiva che l’Inghilterra e il suo popolo erano, per un prodigio meraviglioso e tuttavia semplicissimo, «cosa sua».

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* Al 2022, rimangono dodici monarchie sovrane in Europa: sette sono regni (Danimarca, Norvegia, Svezia, Regno Unito, Spagna, Paesi Bassi e Belgio. tre sono principati (Andorra, Lichtenstein e Monaco), mentre è presente un solo granducato del Lussemburgo. (Wikipedia)

**  In: Eminenti vittoriani”, Castelvecchi 2017. Traduzione di Ilaria Tesei)