David Garnett, “La signora trasformata in volpe”, Adelphi 2020

Traduzione di Silvia Pareschi.

Con dodici illustrazioni di R.A. Garnett

 

Avevo già iniziato a raccontare di questo libro (qui). Ero incuriosita e pressata dalla voglia di leggerlo, subito, senza por tempo in mezzo. La sua storia editoriale; quel titolo accattivante; il mondo di Bloomsbury, che oggi temo faccia, ormai, un po’ radical chic – Virginia Woolf a parte, o meglio: senza di lei, chi lo ricorderebbe – ma insomma…concediamocelo. La mia generazione sarà forse l’ultima a conoscerne il fascino, un po’ romanzato, certo, a torto o a ragione.

È stato dunque bello tornare in libreria. Con mascherina, e pazienza, anche se non è un disturbo da poco. Ma è stato bello. Al punto da non potermi trattenere.

Ci sono dovuta tornare e tornare – sei gite nel tempo giusto di un mese; cercando, in librerie diverse, libri che nel, nel corso di questo tempo, mi avevano richiamato; alla ricerca di cose nuove che potessero sorprendermi; alla ricerca di quel tipico venir sorpresa che il tempo dentro una libreria porta con sé.

Anche se, e lo dico con dolore, sempre più con una qualche fatica che un tempo non conoscevo; con qualche delusione per libri non trovati, per libri dichiarati, impropriamente, defunti.

Ursula K. Le Guin, La saga di Terramare, Il mago, Mondadori 2013. Traduzione di Ilva Tron

 

È trascorso un certo tempo; ma per certi libri il tempo, fortunatamente non conta. Ed eccomi a rileggere La saga di Terramare, il cui primo libro, “Il mago” è stato pubblicato nel 1968, anticipato da due racconti che hanno, per così dire, aperto la strada alla saga.

Spesso appaiono inspiegabili le ragioni per cui si sceglie un libro da leggere”: così si apre il primo di tre articoli attraverso i quali zapgina, nel suo ottimo blog “Pensieri lib(e)ri” lo scorso anno ci aveva fatto entrare nel mondo fantastico di Ursula Le Guin (1929 – 2018), autrice fantasy e di fantascienza, scarsamente tradotta in Italia.

Ferdinando Pessoa, “Poemi di Alberto Caeiro”. A cura di Pierluigi Raule. Testo portoghese a fronte, Edizioni La vita felice, 1999, 2007

Il custode di greggi

“Pref.

“Leggo, e sono limpido nelle mie intenzioni; ciò che c’è di febbrile nella semplice vita mi abbandona; una calma completa mi invade. Tutto il riposo della natura è con me.”

Ivy Compton-Burnett, “Il capofamiglia”, Fazi editore 2020. Traduzione di Manuela Francescon

 

Attendendo le prossime pubblicazioni, e traduzioni di libri di Ivy Compton-Burnett, appena terminata la lettura di “Il capofamiglia”, ho con molto piacere trovato tra i miei contatti due belle recensioni di questo romanzo (qui e qui). Con piacere, dico, e molto, perché si tratta di un’autrice, una grande del ‘900, che a lungo, e inspiegabilmente, era stata assente dai cataloghi delle CE italiane, con poche benemerite eccezioni che, viene da pensare, abbiano dovuto recedere dal proseguire a pubblicarla non avendo incomprensibilmente trovato riscontro da parte dei lettori.

Avevo raccontato, nel precedente “Avviso” (qui), l’uscita, in e-book, di una mia lunga fiaba per bambini: esito di attività nonnesche che, forse, sono state semplicemente, se non un alibi, il detonatore di un interesse che avevo sempre avuto e, stranamente, mai in precedenza messo a fuoco.

Il Paese di Chebello”, di cui avevo dato notizia a febbraio, era un e-book che ancora non disponeva della versione cartacea; e avrebbe dovuto esser seguito da una seconda fiaba, un seguito della prima – “La casa dello gnomo: nel Paese di Chebello” – in ottemperanza a una richiesta nipotesca da me subito colta: e dunque sono seguiti il secondo e-book e il secondo cartaceo.

Tornare in libreria, negli ultimi tempi, è stato qualcosa di speciale; qualcosa di anomalo; un’esperienza esaltante e insieme frustrante. È stato diverso. Dopo un’astinenza pesante, qualcosa ha messo a nudo quell’andare in luoghi del cuore, ben noti, familiari. Li ha rivelati in tutto il loro valore e in tutta la loro criticità.

Siamo tutti preda di una particolare forma di cecità selettiva verso i luoghi e gli oggetti che ci sono abituali; ne è controprova il fatto che, di ritorno da periodo di assenza abbastanza lungo, persino la nostra casa ci sembra diversa, con un qualche sentore di estraneità. Ci sembra un luogo di cui dover rinnovare la conoscenza, ristabilendola su basi diverse.

Elvis Malaj, “Il mare è rotondo”, Rizzoli 2020

Dalla Quarta di copertina:

“Elvis Malaj è nato in Albania nel 1990. A quindici anni si è trasferito ad Alessandria con la famiglia e oggi vive a Belluno. Ha esordito con la raccolta di racconti Dal tuo terrazzo si vede casa mia, selezionato al Premio Streg 2018″

 

Avevo atteso di rileggere questo autore, dopo i racconti di Dal tuo terrazzo si vede casa mia, (qui)   in cui Elvis Malaj già mostrava una struttura narrativa capace di ampio respiro, capace di catturare l’intero di un mondo e di una storia.

da Wikipedia. Circa 1956

È giunto il tempo, per me, quello giusto, spero, per vivere pagine lontane, lasciate molte vite fa, senza che mai mi avessero lasciato. Non so se ne sarò capace. Né se potrò, riuscirò a, condividerne qualcosa.

Jack Kerouac: Jean-Louis Kerouac, 1922 – 1969, considerato <il> fondatore del movimento beat (e verrebbe da aggiungere, al solito: “qualsiasi cosa ciò significhi”) è stato, in realtà, e a suo modo, un outsider nel <mondo> che ha creato – come avesse dato il via a qualcosa e, nello stesso tempo, se ne fosse distanziato; è stato seguito da un mondo che, anche sulle sue orme, si andava facendo, mentre è parso non aver mai chiesto ad alcuno di seguirlo.

Tempo difficile, questo, per la lettura. Salvo improvvisi innamoramenti, come il mio ultimo, ancora in corso, per Ted Chiang, di cui avrei desiderio di continuare a parlare dopo aver chiuso le due raccolte di racconti, ho accumulato letture diverse, passatempo tra un libro e l’altro, svogliate, non tutte soddisfacenti pure se, in qualche caso, pure gradevoli.

C’è bisogno di un riordino – degli scaffali, del pensiero; bisogno di avviare una nuova, diversa stagione di letture per questo tempo bastardo, che resterà incerto, che non si sa.

Ted Chiang alla libreria ‘Estudio en Escarlata’ di Madrid, Spagna (scatto di Arturo Villarrubia, 24/02/2011) Wikipedia

Scoprendo l’acqua calda, immagino, mi imbatto su di un autore a me finora totalmente sconosciuto: ed è infatuazione – ancora presto per dire “amore”, immagino; ogni infatuazione ci sembra tale, all’inizio.

E tuttavia, questo autore possiede sicuramente, oltre ad una scrittura godibile, una qualità di contenuto che non lascia scampo al lettore, catturato con leggerezza e tuttavia senza che il compito, l’invito ad entrare nella domanda che ogni racconto presenta, gli venga facilitato.

Prima o poi finirà. In questo tempo malsano – e nell’ipotesi, non peregrina, che non se ne stia ancora vedendo la fine – sto costruendomi una piccola idea, che cresce, lenta come questo tempo; che potrebbe persino radicarsi.

L’idea è questa: che se domani esplodesse un liberi tutti – che so, se d’improvviso, nel breve tempo di una settimana, ci giungesse notizia di zero contagiati, zero ricoverati, zero morti, e così in ogni parte del mondo ed ecco, tutto fosse finito, chiuso, dimenticato. E via! Ma quale prudenza! Si torna a vivere! Tutti fuori! – bene, se ciò accadesse, non so. Non credo che uscirei. Non per davvero; e non per prudenza.

Michail Bulgakov, “Cuore di cane”, Traduzione di Viveca Melander, Newton Compton 1975.

 

Lasciato il topolino Algernon, andando a ritroso mi sono ritrovata tra le mani Cuore di cane” (1925): non lo rileggevo da molti anni (decenni?) e se le due storie non hanno alcun rapporto tra loro, qualcosa tuttavia c’è, come buona e giusta conseguenza della riscrittura che ogni lettore opera di un libro che, da un tempo altro, arrivi ad abitare il suo oggi.

Ed ecco: non che, al momento in cui è stato scritto, questo lungo racconto sia stato figlio di un mondo migliore o peggiore. È stato scritto in un tempo in cui il mondo era vasto e, se in un <qui> le cose andavano male, c’era il miraggio di un <là> dove avrebbero potuto andar bene; il sogno di un <domani>; di un dopo di noi: che oggi temiamo di perdere; o che sia devastato senza ritorno, mentre insistiamo, come comunità e come singoli, a ricercare una salvezza di qualche tipo, ognuno solo, ognuno per sé.

Daniel Keyes, “Fiori per Algernon”, TEA 2016

Traduzione Bruno Oddera

 

Avviene: di incontrare un libro di cui si ricordava, labilmente, l’esistenza, e che mai era giunto davvero alla nostra attenzione; e lo si scopre essere un libro importante, di quelli che non lasciano indenne il lettore.

Che poi: il tema è, di suo, importante – obbligatorio dirlo – e dunque, se vogliamo, anche no: è uno di quei temi su cui è stato detto tutto, o così pare. Potrebbe sembrare uno di quei libri che sfiorano il luogo comune, fatti apposta per sentirsi buoni. È un libro assegnato alla categoria fantascienza, a torto o a ragione, e già questo basta, forse, a porlo ai margini dell’attenzione.