Ivy Compton-Burnett, “Il capofamiglia”, Fazi editore 2020. Traduzione di Manuela Francescon

 

Attendendo le prossime pubblicazioni, e traduzioni di libri di Ivy Compton-Burnett, appena terminata la lettura di “Il capofamiglia”, ho con molto piacere trovato tra i miei contatti due belle recensioni di questo romanzo (qui e qui). Con piacere, dico, e molto, perché si tratta di un’autrice, una grande del ‘900, che a lungo, e inspiegabilmente, era stata assente dai cataloghi delle CE italiane, con poche benemerite eccezioni che, viene da pensare, abbiano dovuto recedere dal proseguire a pubblicarla non avendo incomprensibilmente trovato riscontro da parte dei lettori.

Tornare in libreria, negli ultimi tempi, è stato qualcosa di speciale; qualcosa di anomalo; un’esperienza esaltante e insieme frustrante. È stato diverso. Dopo un’astinenza pesante, qualcosa ha messo a nudo quell’andare in luoghi del cuore, ben noti, familiari. Li ha rivelati in tutto il loro valore e in tutta la loro criticità.

Siamo tutti preda di una particolare forma di cecità selettiva verso i luoghi e gli oggetti che ci sono abituali; ne è controprova il fatto che, di ritorno da periodo di assenza abbastanza lungo, persino la nostra casa ci sembra diversa, con un qualche sentore di estraneità. Ci sembra un luogo di cui dover rinnovare la conoscenza, ristabilendola su basi diverse.

Karen-Blixen
Karen Blixen

Nel frattempo, sono avviluppata dentro scelte di letture multiple, poco produttive; non sapendo bene, non riuscendo a riconoscere il desiderio-bisogno del momento, rischio di sprecare dei buonissimi libri leggendoli al tempo sbagliato. Sto rincorrendo riletture: cerco di andare sul sicuro – e fingo di non sapere che la cosa non funziona così, proprio no, anche la rilettura necessita del suo giusto tempo; ogni libro, sempre, necessita di venir ri-creato da chi lo legge, e ogni lettura è unica. Non si legge due volte lo stesso libro, così come non leggeranno lo stesso libro due persone diverse.

Penelope MortimerSi tratta di un’autrice la cui vita, la cui storia, mi incuriosiscono molto. Penelope Mortimer è una scrittrice che ha inaugurato, con il suo romanzo “The Pumpkin Eater”, quello che sarebbe diventato per antonomasia il romanzo ‘femminile’: per la prima volta, almeno con questi risultati, una voce ha parlato dell’essere donna alle donne e agli uomini. Ha raccontato una donna, non un’eroina; una fatica di vivere, non una tragedia, il male di vivere, certo, e pure grande, ma il tutto osservato dentro un quotidiano, possiamo chiamarlo ‘normale’ e ‘perbene’? Dal divano dello psicanalista.

Notte e GiornoCome sempre, un libro apre domande, mostra percorsi diversi, porta a individuare connessioni: è un hub. Così, il romanzo di Elizabeth von Arnim, punto di arrivo di altri percorsi, non si fa lasciare, ha ancora vie da indicare, connessioni da esplorare. Il bello, trattandosi di libri, sta nel fatto che, diversamente da quanto accade in un aeroporto, non occorre sapere dove si andrà; si può andare, e la meta sarà un altro hub, che consente pure il viaggio nel tempo. Rimanendosene sul divano.

Mi intriga la storia di vita della von Arnim che, per vicinanza come per distanza, apre ad altre storie.

Ivy Compton-Burnett, Un’eredità e la sua storia, Adelphi Edizioni 2001Un'eredità e la sua storia

Nell’ultima chiacchierata sulle letture in corso ho già presentato quest’autrice, di cui tuttavia voglio proporre in particolare questo romanzo. Non perché sia il suo migliore, ammesso che, specialmente sulle opere di Ivy Compton-Burnett si possano fare classifiche di questo tipo ma perché, a mio parere, è uno dei suoi romanzi più gradevoli, che si legge con il sorriso (nel retro del quale c’è, comunque, sempre, un leggero stridor di denti: non del tutto spiacevole, no.)

Mi dilungherò dunque sulla sinossi, ed eccederò un po’ in citazioni di dialoghi, dato che, al di là della storia narrata, sono senza dubbio l’elemento prevalente in questa scrittura. Se ne viene travolti, non c’è respiro, e ci si chiede come mai l’autrice non abbia scritto per il teatro. La casa, i personaggi, i dialoghi, sono visibili. Non si ‘leggono’, si ‘odono’ e si ‘vedono’.

Mine.Haha, ovvero Dell'educazione fisica delle fanciulleUn mese di libri e di pensieri diversi. Un po’ di resoconto. Qualche chiacchiera.

Ho letto “Mine-Haha ovvero Dell’educazione fisica delle fanciulle”, di Franz Wedekind

Provo molta incertezza nei riguardi di questo autore, che non avevo mai letto; e del suo racconto, che mi ha comunque affascinato. Il perché non saprei esprimerlo.

Ho già detto che lo devo rileggere. Poi c’è tutto da capire. C’è Wedekind, personaggio anomalo, posso dire così? Di cui risulta difficile anche una biografia, anche limitandosi ai fatti della sua vita. Appartiene al linguaggio del teatro, anche se quest’opera è un racconto, meglio forse uno spezzone di qualcosa.