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Buon 8 Marzo

John Stuart Mill

John Stuart Mill

Negli ultimi mesi ho fatto una vera abbuffata di narrativa, di libri che ho apprezzato moltissimo. Sento una forma di speranza, quando un libro mi regala pensieri e mi aiuta nel bisogno di interpretare ciò che avviene in me e nel mondo che abito. Perché è così: un buon libro può dare persino una sensazione di rinascita, come se ci venisse offerta l’opportunità di un nuovo inizio.

Ora, tuttavia, e forse proprio perché il nutrimento è stato sufficiente, credo sia il momento, mentre le cose lette, le sensazioni, le emozioni, si sedimentano, di lasciare la narrativa per altri generi che, ultimamente, ho solo spiluccato, lasciato in attesa, ancora trattenuta da ciò che stavo assaporando.

Ci avviciniamo all’otto marzo, e da tempo sto rigirando tra le mani (ne ho accennato in “Che fare?” del 19 novembre scorso) lo Stuart Mill di “Sulla servitù delle donne”, un testo che mi lascia sempre esterrefatta per la sua chiarezza, vorrei dire per la tranquilla “ovvietà” della tesi sostenuta, nonché per il fatto che, lontano da noi centoquarant’anni (è stato pubblicato nel 1874) risulta tuttora scritto con un linguaggio che ci corrisponde, con contenuti ancora aderenti a temi in qualche modo e in molti luoghi irrisolti: certo, oggi, le donne hanno conquistato, più o meno, il diritto al voto in quasi tutti gli stati del mondo: le eccezioni sono poche, su piano del diritto, ma non lo sono nei fatti, ed esistono alcune imperdibili chicche nel merito. Ne elenco tre, a titolo di esempio: lo Stato di S. Marino ha ammesso le donne al voto nel 1958 mentre la Svizzera lo ha fatto solo nel 1971; c’è poi il caso molto particolare dell’Algeria, che ammette al voto solo le donne che abbiano compiuto 62 anni.

Ma ritornando al testo di John Stuart Mill, vi si affronta il tema della ‘schiavitùgiuridica” delle donne in Inghilterra (non diritto di voto, non diritto di proprietà, negazione del diritto all’autonomia personale, ecc.), in un tempo che, ovviamente, non è quello attuale: e l’autore non usa il termine ‘schiavitù’ come iperbole ma nella sua esatta accezione giuridica. Perché di questo si trattava. E di questo ancora si tratta per la maggior parte delle donne del mondo.

“Nessuno schiavo è schiavo in modo così completo, e nel pieno senso della parola, come lo è una moglie. Difficilmente uno schiavo, a meno che non sia costantemente vicino alla persona del padrone, è schiavo a tutte le ore e in tutti i minuti; in genere egli ha, come il soldato, un compito ben stabilito e quando lo ha eseguito, o quando è fuori servizio, dispone entro certi limiti del proprio tempo. Inoltre ha una vita familiare in cui è raro che il padrone si intrometta.”

Oggi, tendiamo a non ricordare che la ‘schiavitù’, e spesso una condizione peggiore della schiavitù giuridica classica, riguarda la maggioranza delle donne al mondo. Paghi (e non sarebbe il caso) della condizione femminile giuridicamente (più o meno) corretta nel cosiddetto mondo occidentale, non prendiamo in vera considerazione la condizione in cui vivono la maggior parte delle donne, nei fatti, quando non di diritto. Non prendiamo in adeguata considerazione, cioè, una condizione che, quando ad esserne vittima siano minoranze a vario titolo defraudate dei diritti civili, e perseguitate (la drammatica permanenza dell’antisemitismo nel mondo valga per tutte) ottengono (giustamente) interventi e prese di posizioni molto più puntuali: in questi casi, si prende in considerazione addirittura l’intervento armato, si muove l’ONU.

Per la generalizzata condizione di oppressione in cui vivono le donne non avviene così. Al massimo si depreca. Si avanzano raccomandazioni. Mentre con gli stati, e con gli uomini, che schiavizzano le donne si fanno affari.

E anche là dove la situazione giuridica è la migliore possibile – da questo punto di vista l’Italia fa scuola – non lo è la quotidianità che dovrebbe tradurre in norma di vita la norma giuridica dentro una società che, dopotutto, ha saputo esprimerla – e qui l’Italia non fa più scuola. E questo vorrà pur dire qualcosa.

Ora, da dove viene questa cecità? Cosa porta anche le donne a questa cecità: e dico ‘anche le donne’ perché, comunque, per quante lotte vengano condotte, si tratta sempre di lotte settoriali condotte da una parte minoritaria delle donne: contro il velo, là; contro l’infibulazione dall’altra parte (e tocca anche sentir parlare di ‘norme culturali’ da rispettare); contro il divieto di guida, nel tale stato, contro contro contro. Si opera rincorrendo il mostro. Dentro una serie di battaglie che, come in un videogioco, ad ogni nemico abbattuto ne mostrano la rinascita, più forte di prima, da un’altra parte.

Il problema nella sua interezza non viene mai posto. Mai, sembra, si prende il considerazione il fatto che la discriminazione delle donne è la madre di tutte le discriminazioni, è il ‘luogo che fa esistere la possibilità stessa della discriminazione tra gli esseri umani: dentro le menti, in un luogo da cui nessuna norma locale e parziale potrà estirparla finché non sarà affrontata a partire dalla matrice che ne produce le forme. Fino al giorno in cui nessuna legge dovrà proteggere, specificamente, l’appartenenza al sesso femminile ma solo proteggere le persone, quali le donne sono, e basta. Teoria? Mah! Non mi pare che fin qui la pratica abbia dato buona prova di sé.

E mentre rileggo Stuart Mill, che ha potuto scrivere ciò che ha scritto perché amava in modo intelligente la donna che aveva accanto, sto leggendo, e credo che vi proporrò, un libro di Amartya Sen: “Identità e violenza”, Laterza 2006.

Non è un libro recente, è un rilettura, molto interessante: Il tema del libro ha a che fare, implicitamente (anche se Sen lo tematizza solo di sfuggita), con il tema della discriminazione che colpisce le donne in tutto il mondo e in ogni tempo. L’autore tratta il problema, generale, di come, attraverso l’imposizione di una identità considerata come unica appartenenza capace di definire una persona, ad esempio quella religiosa, o quella, qualsiasi cosa l’enunciato significhi, di appartenenze a una data “civiltà”, escludendo le molte appartenenze e le molte diversità che caratterizzano ognuno di noi, si operi una trasformazione delle diversità in costruzione del nemico e in violenza.

Un libro molto bello, caratterizzato anche da una lettura molto piacevole, a tratti capace anche di far sorridere. Ma soprattutto un libro che a partire da una tesi tanto interessante quanto difficilmente confutabile, consente, tuttavia, l’esercizio di distinguo, la possibilità di critica, un libro che, qua e là, consente anche un qualche disaccordo: dunque, un libro che fa pensare.

Buon 8 Marzo, alle donne e a tutti gli uomini che, a causa della discriminazione in cui vivono le donne, vivono una vita gravemente depauperata. Buon 8 Marzo a quelli che lo sanno bene e a quelli che non lo sanno e credono che la loro, ciò nonostante, sia una vita degna.

 

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