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L’esperienza e il dolore dell’altro

Walter Tevis, «L’uomo che cadde sulla terra», Beat 2012

L'Uomo che cadde sulla terra, Wikipedia

Da Wikipedia. L’uomo che cadde sulla terra, David Bowie in una immagine del film

Dovendo dire che non ricordo come mi è avvenuto di incontrare questo libro (sicuramente a partire dal riferimento a David Bowie, interprete della trasposizione in film di questo romanzo), sono incappata in un vero gioiello di cui non sapevo, che per me era solo un titolo tra altri, nel genere fantascientifico.

Si tratta di un romanzo che ha avuto più edizioni, e che periodicamente viene riproposto, rimanendo tuttavia impropriamente confinato nella conoscenza, e nell’apprezzamento, dei cultori del genere (tra i quali mi annovero. Vergogna a me, dunque.)

«L’uomo che cadde sulla terra» è, o forse è stato, un film molto noto (che non ho visto), uscito nelle sale nel 1976, per la regia di Nicolas Roeg e l’interpretazione di David Bowie, mentre il libro ha patito la scarsa rilevanza mediatica del suo autore.

Walter Tevis (1928 – 1984) è stato uno scrittore scarsamente prolifico, dalla vita difficile, segnata da un’infanzia di malattia e anni di ricovero ospedaliero, di lontananza dalla famiglia; una biografia, la sua, che costituisce l’ossatura di questo romanzo insieme al tema della dipendenza dall’alcool che ha segnato per un lungo periodo la sua vita adulta. Eppure, dei suoi soli sei romanzi, tre sono stati trasposti in film importanti che, forse, ne hanno cancellato la scrittura allo sguardo del grande pubblico.

Oltre a «L’uomo che cadde sulla terra», pubblicato nel 1963, sono stati trasposti in film «Lo spaccone» (1961) diretto da Robert Rossen per la grande l’interpretazione di Paul Newman e, a distanza di venticinque anni, il suo sequel, «Il colore dei soldi» (1986), per la cui interpretazione Paul Newman guadagnò il suo unico Oscar come attore protagonista (incredibile, vero?).

Walter Tevis morì, a cinquantasei anni, ignorato dal mondo letterario di cui, mentre era in vita, non ha mai fatto veramente parte, mentre le sue opere sono state ampiamente tradotte, collocandosi, se non al vertice della notorietà, sicuramente sulla strada dei long sellers che, magari dopo un oscuramento anche lungo, riemergono, come un fiume carsico, rivelando di non aver subito il tempo trascorso.

Ora, in questi ultimi anni la casa editrice Minimum Fax ha rieditato i suoi romanzi, che peraltro erano stati tutti pubblicati in Italia, in particolare nella grande collana di fantascienza Urania di Mondadori.[i]

La storia.

Divisa in tre parti, che ne forniscono un percorso di lettura (1985, La discesa di Icaro; 1988, Rumpelstiltskin; 1990, L’annegamento di Icaro) è collocata in un futuro non molto remoto, dove tutte le ansie per ilL'uomo che cadde sulla terra, BEAT timore di una nuova guerra, nel tempo in cui fu scritta, lasciano intuire un’umanità vicina all’olocausto nucleare, che nasconde a se stessa la consapevolezza.

Un uomo cammina, raggiunge a piedi, faticosamente, la cittadina di Haneyville, 1400 abitanti.

«A un angolo di strada lì vicino vide una panchina verde, di legno e andò a sedersi, il corpo tutto indolenzito per lo sforzo del gran camminare. Fu di lì a qualche minuto che vide un essere umano.»

Si trattava di una donna; poi vide altre persone. Le trovava strane, si era aspettato che fossero più alte, diverse. È distrutto per lo sforzo della strada, dovendo affrontare la forza di gravità della terra, troppo elevata per lui. Da subito, il fatto che l’uomo sia un alieno è implicito; poco più avanti, viene commentato.

«Non era un uomo, eppure era molto simile a un uomo. Era alto uno e novanta, e certi uomini sono anche più alti; aveva i capelli bianchi come quelli di un albino ma la faccia era leggermente abbronzata, e gli occhi di un azzurro pallido.

La struttura del corpo era oltremodo esile, le fattezze delicate, le dita lunghe, sottili, e la pelle quasi traslucida, priva di peli. Il volto faceva pensare a un elfo (…).»

Thomas Jerome Newton (il nome ‘umano’ adottato dal protagonista) inizia così il suo percorso, la sua missione, sulla terra. Ha sepolto la piccola astronave con cui è arrivato. Si avvia verso Haneyville, dove si procurerà i primi soldi vendendo un anello. Sessanta dollari.  Sarà il suo capitale iniziale per la sua vita nel nostro mondo.

Il popolo del suo pianeta, ormai ridotto a poco più di un pugno di persone, per aver distrutto, con la guerra, il proprio mondo, vive ora il destino cui la nostra terra sta andando incontro. Newton sa di avere poco tempo per salvare la terra e farvi arrivare la sua poca gente.

Il suo è un progetto disperato. Si è preparato per lunghi anni al compito di avamposto, alla vita nel nostro pianeta, studiandolo attraverso le trasmissioni radiotelevisive, e avendo predisposto un piano per poter, in breve tempo, accumulare una grande ricchezza, producendo tecnologie innovative per il nostro mondo.

Dovrà costruire un’astronave. Dovrà divenire rapidamente un uomo ricco, ricchissimo. E infatti giungerà a fondare una grande azienda a diffusione mondiale, trovando un socio che, all’oscuro della sua natura aliena, fungerà per lui da rappresentante per i rapporti esterni che egli, per quanto possibile, eviterà.

Un professore universitario di chimica, Nathan Bryce, incuriosito dalla improbabilità delle sue scoperte allo stato della scienza umana, e sospettando la verità, si farà assumere presso la sua azienda, per il desiderio di indagare tale mistero. Finirà per diventargli amico, giungendo a conoscere la sua natura aliena, e ad accoglierla; così come diverrà una relazione affettiva importante per lui una donna, Betty Jo, una alcoolista, che vive della pubblica assistenza. Dopo un incontro, avvenuto in situazione critica, nel corso del quale lei gli aveva dato aiuto, diverrà la sua governante e vivrà nella sua casa, prendendosi cura di lui.

Nella seconda parte del libro, «Rumpelstiltskin», Thomas Newton suggerirà a Nathan Bryce il nome del nano malefico della fiaba di Grimm quale proprio vero nome; il nome cioé di colui che, non umano, sa fabbricare l’oro filando la paglia ma chiede in cambio una ricompensa dolorosa. Il Rumpelstiltskin della fiaba potrà essere sconfitto, e costretto a rinunciare alla sua richiesta, solo se il suo nome sarà scoperto.

Sarà l’inizio di un’amicizia, una specie; di un rapporto di lealtà e riconoscimento, innanzitutto ai propri occhi. E Thomas Newton scoprirà che la vita con gli umani, a poco a poco, lo invischierà in modi che non aveva previsto, compreso il provare affetto per le persone, così uguali e così diverse, incommensurabili a lui e a sua misura.

«A volte ci fate l’effetto di scimmie sguinzagliate nei musei e armate di coltelli per squarciare i quadri e di martelli per abbattere le statue. (!)

Per un po’ Bryce non parlò. Poi disse: – Ma sono stati gli esseri umani a dipingere i quadri e scolpire le statue.

Solo qualcuno degli esseri umani – disse Newton.»

La terza parte, «L’annegamento di Icaro» mostrerà l’umanità straniata di Thomas Newton, profondamente alieno nel suo vivere tra gli uomini, dove tuttavia l’alienazione apparirà condizione profondamente umana.

Un libro che non può essere confinato nel genere fantascientifico e nel suo tempo, per la carica di profonda umanità che lo segna, per la capacità di mostrare l’alterità che ogni uomo porta in sé; e per la tenerezza che, attraverso occhi alieni (ma gli occhi sono tali per natura, in ognuno di noi, gli occhi guardano sempre l’altro da sé), mostra, con l’alterità, il bisogno di ognuno di venir compreso, nel suo essere altro, dentro una comune appartenenza.

Non so se questo libro, che regala emozione, empatia, anche pena, certo, ma buona, sia un libro di grande successo (di vendite, voglio dire), ma è un libro che, se avverrà che venga ancora perso di vista per qualche tempo, nel frastuono dei best sellers, riemergerà sempre, per il suo contenere l’uomo tutto intero, l’uomo che è e sarà sempre un ‘altro da sé’.

Non perdetevelo.

 

.

[i]  «L’uomo che cadde sulla terra» ha avuto più edizioni italiane.

Prima edizione in, Urania Mondadori n.357, Mondadori, 1963.

Seguono: nel 1973, la ristampa nella Collana Omnibus, nel volume «Stella a cinque mondi», una raccolta in cui è inserito con altri quattro autori, e, nel 1976, la ristampa in Urania.

A distanza di 43 anni, viene pubblicato da Minimum Fax, nel 2006 e da Beat (Biblioteca Editori Associati di Tascabili) nel 2012

 

 

 

 

 

Un commento su “L’esperienza e il dolore dell’altro

  1. gilda.m
    maggio 25, 2016

    Che belle recensioni, ricche di spunti… da curiosa per curiosi. Felice di seguirti 🙂

    Mi piace

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