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“Accarezzai Wellington e mi domandai chi l‘avesse ucciso, e perché.”

mark-haddon-lo-strano-caso-del-cane-ucciso-a-mezzanotteMark Haddon, «Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte», Einaudi 2005. Traduzione di Paola Novarese

 

Uno strano bel libro. Che si avvia dal capitolo 2.

E il capitolo 1? Errore di stampa? L’interrogativo, al momento, resta insoluto. Al momento.

“Mezzanotte e 7 minuti. Il cane era disteso sull’erba in mezzo al prato di fronte alla casa della signora Shears. Gli occhi erano chiusi. Sembrava stesse correndo su un fianco, come fanno i cani quando sognano di dare la caccia a un gatto. Il cane però non stava correndo, e non dormiva. Il cane era morto. Era stato trafitto con un forcone. Le punte del forcone dovevano averlo passato da parte a parte ed essersi conficcate nel terreno, perché l’attrezzo era ancora in piedi.”

Il cane era un barbone di grossa taglia, dal pelo riccio e nero. Si chiamava Wellington. Era di proprietà della signora Shears.

L’azione del protagonista-narratore si avvia: “aprii il cancelletto di casa della signora Shears, richiudendolo dietro di me. Attraversai il prato e mi inginocchiai vicino al cane. Gli appoggiai la mano sul muso. Era ancora caldo.

Questo qualcuno, che ancora non conosciamo, si è fermato e sta esaminando il quadro; si attarda ad accarezzare il cane –  esprime affetto, dunque, pur se non si tratta del padrone.

“Accarezzai Wellington e mi domandai chi l‘avesse ucciso, e perché.”

Fine paragrafo.  Una cartella. Trenta sole righe che, tuttavia, ci hanno già fornito molte informazioni. Un linguaggio chiaro, con frasi brevi, descrivono, con estrema sintesi e, insieme, cura dei dettagli, una situazione che immerge il lettore, con immediatezza, nel tema.

Abbiamo di fronte a noi l’incipit di un “noir” di qualità. C’è un qualcuno ucciso – è un cane. Ci sarà un’attività di indagine per scoprire il colpevole. Non ci è stato detto, ma abbiamo già in mente un luogo, un quartiere residenziale di una piccola città inglese.

Non ci sarà del superfluo, in queste pagine; non ci sarà, pur nella lentezza, nella accuratezza delle descrizioni, alcuna noia. L’interesse del lettore è catturato e non cadrà più.

Ci manca solo di conoscere il protagonista, la voce parlante. Lo abbiamo già veduto muoversi, agire. Ora, certamente, sapremo di lui.

Si apre il nuovo capitolo. E tutto cambia.

Capitolo 3. Dopo il due viene il tre. Giusto.

Mi chiamo Christopher John Francis Boone. Conosco a memoria i nomi di tutte le nazioni del mondo e delle loro capitali, e ogni numero primo fino a 7507.

Christopher è un ragazzo di quindici anni. È portatore di Sindrome di Asperger – una forma di disabilità che viene assegnata ai Disturbi dello Spettro Autisticoad alto funzionamento”. Chi ne è affetto vive serie difficoltà di relazione, presenta problemi comportamentali anche gravi, e trasforma la sua disabilità – le sue diverse abilità – in una grave condizione di handicap per chi lo ama, per chi vive con lui, se ne occupa, per chi gli è vicino per situazione sociale; magari per amicizia. Difficile, faticoso, il volergli bene.

Cristopher non ha molte persone intorno a sé. Ma è un genio matematico, e ama guardare le cose, ascoltare, riflettere sui nessi logici che gli consentono di interpretare il mondo, di esercitare il dono della curiosità. Impossibile, per Christopher, annoiarsi. Quasi impossibile lo stare in compagnia.

“La gente mi confonde.

Per due ragioni fondamentalmente.

La prima è che la gente parla molto senza usare le parole”

Conosceremo, tramite i suoi occhi, Siobhan, la sua “insegnante di sostegno”, diremmo noi, che lo aiuta a individuare strategie per comprendere i linguaggi non verbali delle altre persone, le indicazioni di emozione espresse dai volti.

La seconda ragione è che la gente spesso parla usando delle metafore. Ecco alcuni esempi di metafore.

Ho riso a crepapelle – Avevano uno scheletro nell’armadio – Toccare il cielo con un dito – Avere un diavolo per capello – Gli è andata la luna di traverso.” .

Christopher ci tiene a farci sapere che sa bene cosa sia una metafora. Solo, la trova una stupida, inutile complicazione del linguaggio che, a parte questo “dettaglio”, egli padroneggia con assoluta competenza. Tuttavia, il suo prossimo dovrebbe, a suo parere, evitare di esprimersi in modo confusivo, così come dovrebbe evitare le bugie – e sarà molto interessante, ci insegnerà qualcosa, la spiegazione che il ragazzo fornirà, a noi confusi, sul perché, logicamente, non è possibile, per lui, dire bugie.

Conosceremo il padre di Christopher e il suo grande affetto per il figlio; conosceremo, in incontri di breve respiro, dei poliziotti, e quando uno di essi gli dirà “ti arresto per oltraggio a pubblico ufficiale”, Christopher si sentirà finalmente bene. Tali parole avranno “un effetto calmante (su di lui) perché sono quelle che pronunciano i poliziotti alla televisione e nei film”, e dunque sono collocabili, rientrano in uno schema noto.

Conosceremo le molte idiosincrasie che regolano la vita di Chirstopher e complicano la vita di chi gli è vicino.

Incontreremo, con gli occhi di Christopher, altre persone, seguendo l’indagine sulla morte di Wellington che il ragazzo si impegna con se stesso a condurre, ignorando qualsiasi divieto in merito mentre, su consiglio di Siobhan, scrive un libro – questo, che stiamo leggendo, nel corso del quale narrerà il suo percorso di indagine e i percorsi logici che lo giustificano. E ci parlerà di sé e del suo mondo.

Il suo modello, per la conduzione dell’indagine, è il suo eroe, Sherlock Holmes. Nel frattempo, è in attesa di svolgere le prove di matematica necessarie ad essere ammesso all’università, appositamente organizzate per lui. E che, ne è certo, supererà agevolmente. Il suo sogno, essere un astronauta, non gli appare del tutto irrealizzabile.

La storia avanza, alternando le riflessioni del protagonista, i chiarimenti sul percorso dei suoi pensieri, le sue azioni; e la scrittura del libro, ordinato in capitoli che verranno numerati, dal Capitolo 2 al Capitolo 233 in una sequenza – ecco svelato l’arcano – che segue la progressione dei numeri primi. Christopher li ama molto perché:

“(…) sono ciò che rimane una volta eliminati tutti gli schemi: penso che i numeri primi siano come la vita. Sono molto logici ma non si riesce mai a scoprirne le regole, anche se si passa tutto il tempo a pensarci su.”

Naturalmente sapremo chi ha ucciso Wellington, anche se ciò avverrà, nel corso dell’attività di indagine, in un debordare di emozioni provocate dall’azione di Christopher e non come esito di un percorso logico. Lo svelamento avverrà in un modo che Christopher mai avrebbe potuto supporre, e che travolgerà la sua vita.

Pure, senza la sua indagine, e la cura da lui posta nel non farsi dissuadere dal compito, Christopher non avrebbe potuto scoprire il colpevole né, soprattutto, provarsi in un compito ben più difficile dei problemi logico matematici cui tanto si affida.

Christopher sperimenterà, insieme a chi lo ama, un duro confronto con una inattesa matematica delle emozioni, e dei bisogni umani, che non potrà più allontanare da sé.

È una bella storia che contiene il confronto con un grande dolore, che contiene una grande fatica, non solo di Christopher. E che consentirà, a lui (e al lettore), di venirvi immerso senza esserne travolto, sperimentando quel contatto con il limite che appartiene ad ognuno di noi, che ci rende tutti diversamente abili in modi che ognuno, vivendo, dovrà dolorosamente comprendere e felicemente superare da sé. È la storia di come si apprende a divenire resilienti attraverso la conoscenza della propria fragilità, e l’accoglienza della fragilità altrui.

Al di là del guado, la vita di Christopher si apre.

L’autore, l’inglese Mark Haddon, classe 1962, ha al suo attivo la scrittura e l’illustrazione di molti libri per l’infanzia. Questa è stata la sua prima opera destinata al lettore adulto, in cui esprime, sia pure in veste romanzata, una speciale “diversa abilità” di comprensione e comunicazione dell’interiorità altrui – e di un’interiorità “altra”, che difficilmente, e solo parzialmente, nella realtà supera la prova della relazione.

È un libro destinato al lettore adulto, sicuramente, ma che credo di grande interesse per il lettore che all’età adulta si avvia.

8 commenti su ““Accarezzai Wellington e mi domandai chi l‘avesse ucciso, e perché.”

  1. Alessandra
    novembre 10, 2016

    Molto interessante, terrò presente il titolo. Se un libro è in grado, anche attraverso una storia romanzata, di spingere i ragazzi a riflettere sulla realtà di certe disfunzioni, allora è un buon libro. Dalla comprensione delle cose nasce poi, quasi sempre, un rafforzamento dell’attenzione e del rispetto per l’altro. Magari attendo che mio figlio abbia almeno sedici anni, che forse è un’età più adatta per affrontare questa lettura.

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  2. Ivana Daccò
    novembre 10, 2016

    A mio parere è, innanzitutto un romanzo molto godibile, come dicevo adatto a un ragazzo/ragazza; tenendo conto del fatto che, a 14 anni, i ragazzi presentano diversi gradi di maturità. In realtà, mentre non c’è difficoltà nell’affrontare il tema della disabilità – il libro è “parlato” dal protagonista che si presenta con una buona, anche alta, stima di se stesso – la durezza si troverà nei problemi dei suoi adulti, nella loro vita, che, forse, possono richiedere una maturità da valutare.
    Da parte mia, leggerò sicuramente altro di questo autore.

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  3. wwayne
    novembre 13, 2016

    Rieccomi! A proposito di gialli, ti consiglio caldamente questo: http://www.fratinieditore.it/la_bambina_e_il_buio.html. L’hai già letto?

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  4. Letizia
    novembre 15, 2016

    Non sono una grande lettrice di gialli, lo ammetto, ma questo titolo mi ha sempre incuriosito moltissimo; e la tua recensione ha fatto scoccare la scintilla.
    Interessante anche – lo ignoravo, lo ammetto – che l’autore sia uno scrittore di letteratura per l’infanzia che si cimenti con un testo da adulti; immagino che questo gli consenta di trattare con una certa poesia e delicatezza anche il tema crudo di un noir “puro”.
    Credo proprio che lo metterò nella lista (sempre lunghissima, ahimè) dei miei prossimi acquisti.

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    • Ivana Daccò
      novembre 16, 2016

      E io devo apportare una piccola correzione a quanto ho scritto. L’ho classificato “giallo” perché è ciò che lo definisce il protagonista che, con cura, cerca di muoversi dentro un’indagine condotta secondo, pensa lui, i dettati del suo eroe Sherlock Holmes. E, sia pure indirettamente, la sua “indagine” porta al risultato. Tuttavia il libro è altro.
      Spero che lo leggerai.
      Grazie per l’attenzione.

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  5. ilmestieredileggereblog
    aprile 12, 2017

    Sono d’accordo, è molto più che una ricerca per scoprire cosa è successo. i miei figli lo hanno letto alle medie e lo hanno apprezzato. Entrambi avevano in classe un bambino come Christopher…

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