la libraia virtuale

Recensioni e consigli di lettura

Resilienza. Prendere sulle spalle i propri morti.

Agota Kristof, “Ieri”, Einaudi 1997

Ieri era tutto più bello

La musica tra gli alberi

Il vento nei miei capelli

E nelle tue mani tese

Il sole

 

È stato questo, leggo da qualche parte, l’ultimo romanzo di Agota Kristof (qui). Dev’essere così. Ne ha la qualità. In certo qual modo lo dichiara; in un modo infine riappacificato – no: in un modo che ha accolto un patto, un obbligo – con la vita.

Ed è una piccola, densa, imperdibile, pure se sofferente parabola del vivere, incarnata dalla necessità e dal sogno.

Tobias Orvath, un giovane operario, straniero di un luogo inespresso, senza famiglia, ne è il protagonista. Tutti i giorni aziona una macchina che fa buchi, uno dietro l’altro, su un pezzo di metallo, in una fabbrica di orologi.

È la storia di un’infanzia e di una giovinezza, impastate con la materia del dolore; la storia del raggiungimento di un’età adulta che saprà, infine, darsi ragione di sé; accogliere la vita, farsene carico dentro quel patteggiamento con la realtà che, pare, tiene ognuno di noi, ognuno a suo modo, dentro la verità delle cose. Dentro la vita.

La sola parola che trovo per dirne è: Resilienza.

Parola, peraltro, del tutto sbagliata. Che tradisce (ma non lo fanno sempre, le parole?) il senso stesso, concreto, privo di alternative, del vivere. Dello scegliere di vivere. Riconoscendo, accogliendo, la matericità del nostro esserci, in sonno, in sogno, e in veglia.

“In genere, mi accontento di scrivere nella testa. È più facile. Nella testa tutto si srotola senza difficoltà. Ma, una volta scritti, i pensieri si trasformano, si deformano, e tutto diventa falso. A causa delle parole.”

Nelle storie – nella scrittura, che è lo stesso – della Kristof, tutto è concreto; è aria, terra, fango, muro, casa, stanza; è albero, animale, cibo, bevanda. È pioggia. Mai astrazione, mai concetto. Mai una ragione che spieghi. La vita è, ci dice Agota Kristof, e basta.

Di lei si dice che, in ogni sua storia, c’è – sempre diversamente, sempre a brandelli – la sua storia, ripetuta e ripetuta. A me non pare. Se non per il fatto che, a partire da sé (e non può essere diversamente) Agota Kristof sa guardare al di fuori e vedere, concrete, fattuali, dentro altre vite, la ripetizione della scissione che l’ha segnata. Che segna ogni vita.

Non guarda, dunque, la propria vita: la riconosce nelle altre. Riconosce una forma universale della scissione.

Le sue storie sono uno sguardo: sulle cose, sulle persone; doloranti, apparentemente perdenti, al proprio interno, e dunque, poiché vivono, tutte eroiche e quietamente invincibili. Tutte: nessuna esclusa.

È la storia, questa, di una persona che ha percorso, singolarmente e irripetibilmente, il suo personale inferno e lo ha denominato vita, avendovi trovato ciò che fa vivere. Nel dolore? Va bene. Purché fatto di cose, denominabili. Nelle morti: che non sono altra cosa dalla vita. Nei sogni? Negli incubi: che, essi pure, della vita sono parte. Che sono materici, che i sensi riconoscono, vivendone tutta la fattualità.

È una storia breve. Un lungo racconto. Che non tralascia nulla di ciò che chiede di essere detto. Fatti: essenziali. Sogni: l’essenzialità li contiene, nella loro interezza. Gli uni e gli altri: realtà. A ognuno la propria.

Luoghi e tempo: inutili. Paesaggio: ciò che serve.

L’ultima scrittura di Agota Kristof, dunque: cui veniamo invitati da un esergo luminoso, pacificato; se non per quell’”Ieri”. E dall’incipit: ma va bene. È stato vissuto.

Ieri soffiava un vento conosciuto. Un vento che avevo già incontrato.”

 È il sogno-incubo-fantasia. In cui appare la tigre.

“Musica! Ha detto. Suoni qualcosa. Al violino o al pianoforte. Meglio al piano. Suoni!

Non sono capace, ho detto. Non ho mai suonato il piano in tutta la mia vita. (…)

In tutta la sua vita? Che sciocchezza! Vada alla finestra e suoni!

Davanti alla mia finestra c’era un bosco Ho visto gli uccelli riunirsi sui rami per ascoltare la mia musica. Ho visto gli uccelli. (…) La mia musica si faceva sempre più forte. Diventava insopportabile.

Un uccello morto è caduto dal ramo.”

 L’autobus porta alla fabbrica di orologi. C’è il parco, al capolinea. Se capita che non si scenda alla solita fermata, alla fabbrica di orologi; se avviene che quel giorno non si entri, per azionare la macchina, fare buchi, uno dopo l’altro, sempre gli stessi, giorno dopo giorno; ci si può perdere.

“Ora la pioggia era fitta, mista a neve. Il vento batteva selvaggiamente sul mio viso. Ma era lui, lo stesso vento.” (…)

Ho lanciato la testa all’indietro e a braccia aperte mi sono lasciato cadere. Ho affossato il viso nel fango gelato e non mi sono più mosso.

È così che sono morto.

Presto il mio corpo s’è confuso con la terra.”

 

Naturalmente non sono morto.

Non si può scrivere la propria morte.

È lo psichiatra che mi ha detto così, e sono d’accordo con lui perché, quando si è morti, non si può scrivere. Ma, dentro di me, penso di poter scrivere qualunque cosa. Anche se è impossibile, anche se non è vera.

 Tobias Orvath era scappato di casa, aveva dodici anni.

“Posso persino dire di aver avuto un’infanzia felice perché non sapevo che esistessero altre infanzie.”

Prima che tutto accadesse.

Aveva commesso un delitto? Ha lasciato il paese. Ha cambiato nome. È sopravvissuto. Ora è un adulto, che vive in un paese straniero. Ora si chiama Sandor Lester.

Non tornerà. Non è più rintracciabile.

C’era una bambina, al suo paese, la figlia del maestro, sua compagna di scuola. Si chiamava Caroline: la sua Line.

Lo psichiatra mi domanda:

Chi è Line?

Line non è che un personaggio inventato. Non esiste.

La tigre, il pianoforte, gli uccelli?

Incubi, nient’altro.

Lei ha cercato di morire per colpa dei suoi incubi?

Se avessi cercato di morire sarei già morto. Volevo soltanto riposarmi.”

I piani di realtà convivono. Condividono la trama di una storia, che si svolge, giungendo a completezza. Il lettore segue il farsi di un percorso di vita. Ci sono la casa, di cui aver cura (un giorno Line potrebbe abitarla), qualche relazione, ci sono le amicizie, con le loro storie, del quotidiano.

C’è una donna, Yolande. C’è Il lavoro.

Nel percorso, entrerà Line: quella vera, titolare a sua volta di una propria storia di vita. Entrerà nella storia di Tobias – no: di Sandor – transitando da una forma di realtà ad un’altra. Una possibile felicità? Un confronto, ancora e sempre, con la sofferenza.

Il reale prende possesso dei giorni. Un modo del sogno chiude la propria storia.

La vita vince sempre, dopotutto. Come ogni nascita, percorrendo l’attraversamento all’esserci, nel dolore. Poi vince. Un patto si compie.

Infine – il costo è diverso, per ognuno che lo paga – dovrà “prendere sulle spalle i propri morti”.

 

Di questa storia, pubblicata dalle Éditions du Seuil, Paris, nel 1995, è stato tratto, nel 2002, il film “Brucio nel vento”, diretto da Silvio Soldini, musica di Giovanni Venosta.

 

3 commenti su “Resilienza. Prendere sulle spalle i propri morti.

  1. ilmestieredileggereblog
    gennaio 13, 2019

    E’ un romanzo che non si dimentica. Cento pagine così dense e cariche, un’ossessione che insegue la vita del protagonista, con le sue colpe, con la sua speranza di affrancarsi da una vita che è stata ingiusta con lui. Grandissima autrice

    Mi piace

  2. Henry DeTamble
    gennaio 15, 2019

    Difficilmente mi è capitato di imbattermi in un autore o un’autrice così permeato/a di sofferenza, così cupa, così al limite della follia.

    Mi piace

    • Ivana Daccò
      gennaio 15, 2019

      E’ sicuramente un’autrice che non si deve perdere. Una che è stata capace di fronteggiare il limite della follia senza oltrepassarlo, traducendolo in storie costruite con l’essenzialità delle parole.

      Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Informazione

Questa voce è stata pubblicata il gennaio 11, 2019 da in Contemporanei, Narrativa, Recensioni con tag , , , , , .
Follow la libraia virtuale on WordPress.com

Archivi

Disclaimer

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 07.03.2001. I contenuti sono di proprietà di lalibraiavirtuale.com salvo diritti di terzi. Alcune foto pubblicate sul blog sono state prese da internet e valutate di pubblico dominio. Se ritenete che la pubblicazione di qualsiasi foto leda i vostri diritti vi invitiamo a scriverci a lalibraiavirtuale [at] gmail [dot] com indicando il materiale di cui chiedete la rimozione. Rimuoveremo nel più breve tempo possibile.
Il Blog di Roberto Iovacchini

Prima leggo, poi scrivo.

Tratto d'unione

Ma cosa c'è dentro un libro? Di solito ci sono delle parole che, se fossero messe tutte in fila su una riga sola, questa riga sarebbe lunga chilometri e per leggerla bisognerebbe camminare molto. (Bruno Munari)

Il grado zero della lettura

di Paola Lorenzini

Unreliablehero

libri e storie di eroi imperfetti

librai clandestini

Letture e riflessioni da una libreria che non esiste (ancora)

libroguerriero

se non brucia un po'... che libro è?

La siepe di more

“I like persons better than principles, and I like persons with no principles better than anything else in the world.” O. Wilde

Fall in "Books"

Innamorarsi dei libri giorno dopo giorno.

Il Salotto Irriverente

Libri, storie e chiacchiere

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: