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Gli anni della Fenice

Fahrenheit 451Ray Bradbury, “Fahrenheit 451 (Gli anni della Fenice)”, Mondadori, Oscar settimanali 1966

“Ricordo i giornali che morivano come immense falene! Non c’è stato un cane che li abbia rimpianti! Nessuno ne ha sentito mai la mancanza. Dopo di che il Governo, vedendo quali vantaggi si avessero con un popolo che amava leggere solo di labbra appassionatamente bacianti e di violenti pugni nello stomaco, ha cristallizzato la situazione coi vostri mangiatori di fuoco.”

E’ Granger che parla, il capo dei fuggiaschi ‘uomini-libro’ che vivono nascosti lungo il fiume, nella campagna abbandonata. Granger e i suoi accoglieranno Montag, l’eroe di questo romanzo, tra i fuorilegge, dandogli rifugio e salvezza alla fine di una storia che era iniziata con il suo rientro a casa, al termine di una soddisfacente giornata di lavoro.

Montag, il nostro eroe, è un particolare vigile del fuoco. Vive in una città e in un mondo che l’autore pone in un tempo indefinito, posteriore al 1960 (il libro è stato pubblicato nel 1953). Nel suo mondo le case sono tutte assolutamente ignifughe e gli incendi qualcosa di sconosciuto; il compito suo e dei suoi compagni consiste nell’appiccare il fuoco ai libri, divenuti fuorilegge, e alle case che li contengono, arrestandone i possessori.

Si attende lo scoppio della guerra. Il governo rassicura la popolazione. Sarà vinta in pochi minuti. Niente di cui preoccuparsi.

L’incipit ci mostra un Montag orgoglioso, realizzato nel proprio lavoro. Nel suo mondo era illegale possedere libri ma nessuno, che fosse un cittadino minimamente integrato, avrebbe desiderato possederne e meno che mai leggerli. Non c’era molto lavoro da fare. È il fuoco, la bellezza del fuoco, a dare a Montag un grande senso di realizzazione.

“Era una gioia appiccare il fuoco.
Era una gioia speciale veder le cose divorate, vederle annerite, diverse.”

Pure, nella sua casa era nascosto un libro. Curiosità, chissà. Un rischio.

Tornando a casa, Montag incontrerà una ragazza. Clarissa, diciassette anni, è la figlia dei nuovi vicini di casa. Una strana ragazzina, che vaga, sola, di notte, che osserva, intenta, le foglie che il vento sospinge, e poi osserva Montag che, girato l’angolo, le viene incontro. E gli rivolge la parola.

Dovreste essere l’uomo degli incendi, il pirofilo”. Clarissa si presenta e parla di sé: “Ho diciassette anni e sono pazza. Mio zio dice che queste due cose vanno sempre insieme”.

La ragazzina diventa un incontro di ogni sera e un’occasione, per Montag, di scambiare parole, e fronteggiare domande, occasione mai prima sperimentata nella sua vita. Quegli incontri creano una frattura nel suo mondo; una frattura in particolare con il mondo della sua casa, della relazione con la moglie, assorbita da programmi televisivi che la inglobano in una vita non-vita, dentro un mondo irreale, nell’abuso di psicofarmaci.

Fino al giorno in cui la ragazzina non appare più sul suo percorso. E fino a quando, nel corso di un intervento – si doveva bruciare la casa e la biblioteca di un’anziana signora – Montag si troverà a fronteggiare una persona che, per i suoi libri, darà la vita e che, di fronte alla sua arma, sfodererà parole.

Siate uomo, Mastro Ridley; noi accenderemo quest’oggi tale candela, per grazia di Dio, in Inghilterra, quale io confido nessuno potrà spegnere mai!”.

Montag non comprende, ma quelle parole faranno breccia in lui. Tanto più quando il capitano della sua squadra mostrerà di conoscerle: sono le parole che Hug Latimer, un religioso inglese accusato di eresia, disse salendo sul rogo, correva l’anno 1555, a Nicholas Ridley, suo compagno di fede e di martirio.

E sarà proprio il capitano Beatty, alter ego di Montag, a far (involontariamente?) detonare la crisi.

In questo personaggio, Bradbury opporrà a Montag una figura che, in apparenza fedele e convinta del proprio mandato, ne spiega il senso e la necessità; e mostra, nascondendola attraverso la feroce applicazione della legge, la disperazione che questa sua adesione gli comporta, la disperazione data dalla impossibilità di possedere una fede nell’uomo.

Un tempo i libri si rivolgevano a un numero limitato di persone, sparse su estensioni immense. Ed esse potevano permettersi di essere differenti. Nel mondo c’era molto spazio disponibile, allora. Ma in seguito il mondo si è fatto sempre più gremito di occhi, di gomiti, di bocche.
(…) Il moto si accelera notevolmente. I libri si fanno più brevi e sbrigativi. Riassunti. Scelte. Digesti. Giornali tutti titoli e notizie, le notizie praticamente riassunte nei titoli. Tutto viene ridotto a pastone, a trovata sensazionale, a finale esplosivo.”
“(…) Basta seguire l’evoluzione della stampa popolare: Clic! Pic! Occhio, Bang! Là! Qua! Su! Giù! Guarda! Fuori! Sali! Scendi! Uff! Clac! Cic! Eh? Pardon! Etcì! Uh! Grazie! Pim, Pum, Pam!”
(…..) “Ecco, ci siamo, Montag, capisci? Non è stato il Governo a decidere; non ci sono stati in origine editti, manifesti, censure, no! Ma la tecnologia, lo sfruttamento delle masse e la pressione delle minoranze hanno raggiunto lo scopo, grazie a Dio!
(…) “Noi dobbiamo essere tutti uguali. Non è che ognuno nasca libero e uguale, come dice la Costituzione, ma ognuno VIENE FATTO uguale. Oggi essere umano a immagine e somiglianza di ogni altro”.
” Ecco perché un libro è un fucile carico nella casa del tuo vicino. Diamolo alle fiamme! Rendiamo inutile l’arma! Castriamo la mente dell’uomo. Chi sa chi potrebbe essere il bersaglio dell’uomo istruito?”

Il capitano Beatty parla esattamente come Granger, il ribelle, l’uomo-libro che accoglierà Montag tra i resistenti. Fornisce la medesima lettura dei fatti: ciò che fa la differenza è la fede nell’uomo, nella sua capacità di ricominciare; è la disperazione che Beatty vive, mentre in Granger, in Montag, c’è fede nella rinascita.

C’era un buffissimo uccello, chiamato Fenice, nel più remoto passato, prima di Cristo, e questo uccello ogni quattro o cinquecento anni si costruiva una pira e ci s’immolava sopra. Ma ogni volta che vi si bruciava, rinasceva subito poi dalle sue stesse ceneri, per ricominciare.”

Gli uomini, dice Granger, si comportano come la Fenice, ma hanno il vantaggio di una differenza: “Sappiamo la colossale sciocchezza che abbiamo appena fatta.

La storia è avvincente. La violenza si scatena. La caccia all’uomo si conclude con l’uccisione di un innocente. Il pubblico non deve sapere che Montag è riuscito a fuggire.

Alla fine la guerra, attesa, deflagrerà, annientando la città in una manciata di minuti, e Montag e gli uomini-libro si incammineranno verso una nuova vita e un nuovo compito: contribuire a far sì che il mondo, che rinascerà dalle proprie ceneri, possa contare sul patrimonio di pensiero, di conoscenza, che ognuno di loro incarna, avendo memorizzato, conservato, ristampato, i libri.

“E quando ci domanderanno che cosa stiamo facendo, tu potrai rispondere loro: Noi ricordiamo”

5 commenti su “Gli anni della Fenice

  1. Alessandra
    maggio 14, 2015

    Bella analisi… e mi dispiace veramente di non aver ancora letto questo famoso romanzo distopico, che giustamente è ritenuto un mito. Da quello che hai scritto, mi sembra che le tematiche trattate non siano per nulla svincolate dalla nostra epoca, visto che il rischio di un livellamento culturale gestito dai governi con l’aiuto dei mezzi di informazione pilotati a proprio piacere e vantaggio – tra cui in primis la televisione – è una realtà già ben radicata e operante da anni, anche se si esplica in modi più subdoli e meno violenti di quelli tracciati nel libro. Ma proprio per questo, forse, anche più pericolosi.

    Liked by 1 persona

  2. Ivana DaccòIvana Daccò
    maggio 15, 2015

    Eh certo, rileggerlo oggi dà (a me ha dato, almeno) un senso di capogiro. A distanza di sessant’anni il mondo è, per molti versi, più fantascientifico di quanto Bradbury non avesse immaginato; il suo racconto contiene anche, letto oggi, alcune ingenuità. Per altri versi, è un libro drammaticamente profetico. E il problema, temo, è anche quello che l’autore ben segnala: non è stato necessario l’intervento dei governi (nel piccolo mondo occidentale; ci sono altri mondi, più grandi del nostro). Al massimo,a cose fatte, questi ultimi hanno messo il timbro sul tutto. Con il consenso popolare.Credo che dovremmo, tutti, prenderci la responsabilità di quanto avviene. E non distrarci.
    Grazie della tua attenzione

    Liked by 1 persona

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