Prima o poi finirà. In questo tempo malsano – e nell’ipotesi, non peregrina, che non se ne stia ancora vedendo la fine – sto costruendomi una piccola idea, che cresce, lenta come questo tempo; che potrebbe persino radicarsi.

L’idea è questa: che se domani esplodesse un liberi tutti – che so, se d’improvviso, nel breve tempo di una settimana, ci giungesse notizia di zero contagiati, zero ricoverati, zero morti, e così in ogni parte del mondo ed ecco, tutto fosse finito, chiuso, dimenticato. E via! Ma quale prudenza! Si torna a vivere! Tutti fuori! – bene, se ciò accadesse, non so. Non credo che uscirei. Non per davvero; e non per prudenza.

…e dunque, val la pena di rimanersene, per un qualche tempo ancora, in campagna, con Giovanni Boccaccio e in bella compagnia, a spettegolare, con la scusa di narrare novelle, quale allegra, quale triste, qual altra un poco ardita e tale da far arrossire le fanciulle del tempo (e anche no); quale densa di insegnamenti morali (si fa per dire) o, più utilmente, su storie di vita tali da renderci accorti, accrescendo la nostra esperienza sui fatti del mondo.

Cento storie, dieci al giorno, cariche di ameni pettegolezzi su fatti chiacchierati, costituiscono un bel mucchio (anche) di malignità succose, per quanto le si voglia acconciate in forma letteraria; quantomeno, costituiscono un bel malloppo di informazioni d’epoca rivelatrici su usi, costumi, credenze, stili di vita, buone azioni e comportamenti censurabili, beffe e quant’altro.

Peste del 1656. Wikipedia

La frase di prammatica è: da dove comincio?

La risposta, scontata: diciamo dall’inizio

Prima giornata

Prima novella: narratore Panfilo

Il protagonista della prima novella, di professione notaio, è uomo specializzato in false testimonianze, spergiuri, frodi, così come uso a trovar piacere nella violenza e persino nell’omicidio. Quel che si dice una brutta persona, felice di esserlo e sicuramente utile a chi avesse bisogno di condurre affari disonesti senza farsene carico.

Sono, questi, giorni in cui, almeno nell’immaginario, chiusi in casa, magari pure in pigiama, si legge, si scrive: nell’immaginario, perché poi, no, non è così.

C’è qualcosa che non torna, in questi giorni, nel leggere, nello scrivere; c’è molto di strano nel ritagliare, dentro la propria giornata, uno spazio di “normalità” – non che ci sia qualcosa di veramente “normale” nel leggere; non parliamo poi dello scrivere. Ma sarebbe un lungo discorso.

Quale tempo potresti ritagliare se, essendo sola o giù di lì, ti trovi a vivere ore collocate nel nulla di un tempo ciondolante e vuoto, o a vivere un tempo estenuante, agitato ed esasperante, se in casa rinchiusi ci sono bambini, o persone in uno stato di dipendenza – con tutte le varianti possibili tra un estremo e l’altro, dal tragico al grottesco. Divertente, temo quasi mai. Solo talvolta.

Il tema librerie, la paura di perderle, di vederle chiudersi, o snaturarsi, come in parte è già avvenuto/sta avvenendo, continua ad essere nei miei pensieri.

Oggi sono andata ad acquistare la copia cartacea del libro che sto leggendo in e-book e di cui dirò; e di cui tutto mi sogno fuorché di avventurarmi in una recensione.

Si tratta di un libro per il quale non ve ne è la necessità. Un libro, una storia, fatta a suo modo. E imperdibile. Che mi era sfuggita.

“Una vita da libraio”, di Shaun Bythell, Einaudi 2018.

Mantova, antica edicola dei giornali in piazza Canossa. Wikipedia

Si tratta di un riflessione che vorrei continuare. (da qui)

Difficile orientarsi, difficile non smarrirsi, tra le voci che si rincorrono sul tema della crisi in cui versano le librerie: si tratta di voci sparse; tra intimi; molte, e tuttavia disconnesse, che non riescono, temo, ad interessare il <grande pubblico>.

Si chiedono interventi governativi e si ottengono: di breve respiro; come di breve respiro appaiono i commenti, tra plausi e critiche, espressi da rappresentanti dell’una o dell’altra categoria interessata.  Non ho trovato voci di lettori.

Tutto pare ridursi, nella sostanza, a sconti si/sconti no. Sostanzialmente, il tema affrontato è economico: che non è poco, ma non è centrale. Diciamolo pure: se le librerie avessero una clientela, il problema non si porrebbe; se la clientela manca, la libreria chiuderà. Fine.

Anche in questo caso il titolo è fuorviante: più che mai. Lo uso, per assenza di alternative valide. Perché ho qualcosa, di personale, da raccontare.

È uscito in e-book una mia <fiaba-racconto lungo>, che ho scritto per i miei primi due nipoti – un tempo era stata una fiaba per i miei figli; ma le nonne funzionano meglio, in queste cose; con maggior professionalità.

“Il Paese di Chebello” era stata, a modo suo, un fiaba ecologista ante litteram. Oggi, è scritta per la lettura da parte dei nonni e dei genitori a bambini abbastanza grandi per desiderare, ed essere avviati, a testi più lunghi della fiaba classica; per essere letti a brevi puntate; o perché bambini in prima età scolare inizino a misurarsi con la lettura autonoma.

Età consigliata: 5 – 9 anni: un’età in cui c’è ancora il bisogno-piacere di incontrare la fiaba e la magia; quando i più grandicelli desiderano ancora, magari in privato, regredire un po’; quando c’è il bisogno-desiderio di incontrare storie appena un po’ più articolate senza, per questo, abbandonare la fatina dei denti – per allontanare il sospetto, ormai una quasi certezza faticosamente negata, dell’esistenza di Babbo Natale & co.

Johannes Gutenberg, Ritratto. Da: Wikipedia

Scopro, smanettando su Google, che il giornale più antico tuttora esistente sarebbe, oppure è, la Gazzetta di Mantova, fondata nel 1664, la cui nascita ha seguito di pochi anni quella del primo giornale in assoluto che fu la Einkommende Zeitungen, fondata nel 1650 a Lipsia dal libraio Timothäus Ritzsch come settimanale, e divenuta quotidiano nel 1660.

Davvero lunga la storia dei giornali; una di quelle che non ti pare possano mai chiudersi; del tipo iniziare la giornata con una tazzina di caffè e, per l’appunto, il giornale. Al bar, ancora per poco.

Un Nuovo Anno è iniziato: momento di bilanci e nuovi progetti; di lettura, beninteso, ma non solo.

I libri stanno nel mondo, interagiscono con il mondo; producono, modificano, pensieri e azioni. I libri parlano con noi e costruiscono percorsi, strade da percorrere per il nostro tempo. Sono, dunque, futuro – contengono ricerca e, con essa, speranza, progetto; un domani da vivere, non foss’altro per finir di leggere una storia.

Senza un futuro non c’è lettura: si è mai sentito di qualcuno che abbia atteso la propria morte leggendo? Che abbia detto aspetta un momento, fammi finire il capitolo?

Titolo, in questo caso, fuorviante: solitamente la dicitura preannuncia un’interruzione dell’attività del blog, causa occasioni vacanziere della libraia – la cui virtualità possiede il vantaggio non secondario di potersene andare lasciando gli scaffali a disposizione del pubblico; e in attesa di un bottino di ritorno.

In questo caso si tratta di un avviso, spero, di riapertura, con annessi nuovi arrivi sugli scaffali dopo oltre due settimane di assenza ingiustificata, con le dovute scuse per il mancato preavviso.

Posso dire che vivo giorni di lettura faticosa? Che necessitano di venir alleggeriti?

In corso di lettura diurna sta, formalmente al primo posto, Le benevoledi Jonathan Littell (lettura che proseguo, temo, con interruzioni e lentezza, forse più per cocciutaggine che per convinzione: ma non è ancora maturo il momento per parlarne).

Le interruzioni sono dedicate alla lettura di un vecchio Adelphi, frutto di un corposo e vario bottino, acquisito in quel di Parma, al “Libraccio”, un luogo che mi conduce a perdere di vista le finanze familiari per non dire del tempo di vita necessario a usufruire del bottino stesso.

Thekla Clark, “Mio due, mio doppio. Storia di W. H. Auden e Chester Kallman”, Adelphi 1999

Poi ci sono le chicche, da leggere, maneggiare, riporre e riprendere; ci sono i piccoli libri di una piccola preziosa editoria che mai sarà scalzata dall’e-book: bella carta, stampa accurata, caratteri a misura di occhi presbiti; grati per piccoli testi perduti, introvabili, di grande interesse. Tanto più preziosa, l’attività delle piccole-medie case editrici, quanto maggiormente difficili da trovare i loro prodotti: la piccola dimensione “aziendale” si scontra con la distribuzione dei loro libri, con la loro reperibilità.

Baudelaire fotografato da Étienne Carjat, circa 1862. Da: Wikipedia

Terminata la lettura di “Il narratore” di Walter Benjamin, mantengo un debito di restituzione di quest’opera sentendo, tuttavia, per un verso di averne già dato un’indicazione e che sarebbe, almeno al momento, inopportuno insistervi mentre, per altro verso, il libro è davvero interessante, denso di contenuti – in aggiunta, ben rilevati e riletti da Alessandro Baricco che, per altro verso ancora (lo dico sommessamente e solo dal mio punto di vista) ridonda e, forse, non sempre è condivisibile.