Un Nuovo Anno è iniziato: momento di bilanci e nuovi progetti; di lettura, beninteso, ma non solo.

I libri stanno nel mondo, interagiscono con il mondo; producono, modificano, pensieri e azioni. I libri parlano con noi e costruiscono percorsi, strade da percorrere per il nostro tempo. Sono, dunque, futuro – contengono ricerca e, con essa, speranza, progetto; un domani da vivere, non foss’altro per finir di leggere una storia.

Senza un futuro non c’è lettura: si è mai sentito di qualcuno che abbia atteso la propria morte leggendo? Che abbia detto aspetta un momento, fammi finire il capitolo?

Titolo, in questo caso, fuorviante: solitamente la dicitura preannuncia un’interruzione dell’attività del blog, causa occasioni vacanziere della libraia – la cui virtualità possiede il vantaggio non secondario di potersene andare lasciando gli scaffali a disposizione del pubblico; e in attesa di un bottino di ritorno.

In questo caso si tratta di un avviso, spero, di riapertura, con annessi nuovi arrivi sugli scaffali dopo oltre due settimane di assenza ingiustificata, con le dovute scuse per il mancato preavviso.

Posso dire che vivo giorni di lettura faticosa? Che necessitano di venir alleggeriti?

In corso di lettura diurna sta, formalmente al primo posto, Le benevoledi Jonathan Littell (lettura che proseguo, temo, con interruzioni e lentezza, forse più per cocciutaggine che per convinzione: ma non è ancora maturo il momento per parlarne).

Le interruzioni sono dedicate alla lettura di un vecchio Adelphi, frutto di un corposo e vario bottino, acquisito in quel di Parma, al “Libraccio”, un luogo che mi conduce a perdere di vista le finanze familiari per non dire del tempo di vita necessario a usufruire del bottino stesso.

Thekla Clark, “Mio due, mio doppio. Storia di W. H. Auden e Chester Kallman”, Adelphi 1999

Poi ci sono le chicche, da leggere, maneggiare, riporre e riprendere; ci sono i piccoli libri di una piccola preziosa editoria che mai sarà scalzata dall’e-book: bella carta, stampa accurata, caratteri a misura di occhi presbiti; grati per piccoli testi perduti, introvabili, di grande interesse. Tanto più preziosa, l’attività delle piccole-medie case editrici, quanto maggiormente difficili da trovare i loro prodotti: la piccola dimensione “aziendale” si scontra con la distribuzione dei loro libri, con la loro reperibilità.

Baudelaire fotografato da Étienne Carjat, circa 1862. Da: Wikipedia

Terminata la lettura di “Il narratore” di Walter Benjamin, mantengo un debito di restituzione di quest’opera sentendo, tuttavia, per un verso di averne già dato un’indicazione e che sarebbe, almeno al momento, inopportuno insistervi mentre, per altro verso, il libro è davvero interessante, denso di contenuti – in aggiunta, ben rilevati e riletti da Alessandro Baricco che, per altro verso ancora (lo dico sommessamente e solo dal mio punto di vista) ridonda e, forse, non sempre è condivisibile.

Nikolaj Leskov, “Il pellegrino incantato. Il mancino”, e-book, realizzato con StreetLib Write, a cura di Bruno Osimo. Editore: Bruno Osimo

Nikolaj Leskov, “Il viaggiatore incantato”, Adelphi 2004. Traduzione di Tommaso Landolfi

 

Questa non è una recensione, che seguirà. Si tratta solo della cronaca di un’esperienza che desidero condividere a proposito di una lettura di un bel libro e di una evenienza editoriale particolare: per me; che probabilmente scopro l’acqua calda.

Ecco di cosa si tratta.

Vorrei riprendere da dove ero rimasta; dal pensiero sui libri capaci di superare il tempo. Al solito, è un tentativo per riconoscere, per trovare, un sentiero e non vagare, perduta, nel mio personale bosco dei libri, a rischio di incontrare il lupo – anche se, perché no: da un po di tempo gli incontri interessanti si rarefanno.

Come avevo cercato di dirlo, quel pensiero confuso? Dov’ero rimasta? Mentre fatico a tenere il segno.

John Steinbeck, 1962. Da: Wikipedia

È stato un strano agosto.

Accumulo libri, attese di lettura che chiedono il giusto momento per venir apprezzate. Accumulo letture che apprezzo ma che, trascorso il breve tempo necessario a completarle, mi lasciano insoddisfatta. C’è qualcosa che non va, o forse manca qualcosa, nei nuovi libri che sto incontrando; qualcosa che non mi porta, se non in pochi casi, il desiderio di darne una restituzione.

Incontro cose già lette, storie che, sotto nuove apparenze, ripetono paradigmi noti. E penso che, certo, è anche l’età che porta con sé un ridotto interesse per temi in altri tempi di grande fascino.

La proposta di legge dal titolo “Disposizioni per la promozione ed il sostegno della lettura”, presentata il 6 aprile 2018, è stata approvata dalla Camera dei Deputati con una maggioranza inconsueta: si è sfiorata l’unanimità. Non ci dovrebbero essere, dunque, dubbi, su di una prossima rapida approvazione definitiva; e ne dovremmo tutti gioire.

Avevo variamente e vagamente riflettuto sul fatto che “la lettura non è separabile da un “dove”, da un luogo – e soprattutto non da quel “dove” assoluto che è il mio ubi consistam, che viene con me ovunque io vada e che non mi può lasciare, con i connessi legami alla mia terra, alle mie relazioni, alla mia lingua.” (qui, e scusate l’autocitazione)

Ora, credo di non essere sola nel sentire un pericolo, l’attesa di un disfacimento dei nostri giorni, intesi come storia, lingua, cultura, comunità che si riconosce e, a partire da questo, riconosce e incontra altri.

La domanda non ha a che fare con un qualsivoglia confronto di <realtà>. Ha a che fare con un <racconto> che solo, se condiviso, può dar luogo ad un Noi, ad una comunità in cui vi sia reciproco riconoscimento. Vale per il singolo e vale per il gruppo: ciò che importa è, sempre, il racconto condiviso da trasmettere quale immagine di sé e di noi. Scegliendo, in coerenza, comportamenti e obiettivi che lo confermino. Sta tutto qua, credo.

Inizia il tempo (per lo più immaginato) delle vacanze, del mare e dei monti; dei sogni di un tempo da dedicare a sé, al riposo, alla deposizione degli impegni lavorativi e sociali.

Poi, le cose, per ognuno, non stanno propriamente così; la vacanza sarà in parte il sogno della vacanza: ma l’immaginario aiuta. Induce, sotto l’ombrellone, nonché in procinto o meno, ad alleggerire la nostra presa sulle cose, sul pensiero, sugli impegni.

Florac, Parco Nazionale delle Cevennes

Eccomi rientrata, dopo tre settimane di vagabondaggi verso il sud della Francia. Il progetto prevedeva un percorso sulle Cevennes, ad annusare il Cammino di Stevenson, la storia dei luoghi, e verdi percorsi di media montagna dove girovagare in tranquillità. Sottotraccia libri, che indicano vie da percorrere, e vie che portano a libri.

I tre moschettieri, illustrazione

… ma è qualcosa che ho voglia di raccontare, dato che anche i viaggi, come ogni esperienza, hanno a che fare con i libri.

E i libri, hanno a che fare con le librerie.

In viaggio verso le Cevennes, in un giorno di sosta-riposo a Aix en Provence, approfittiamo per una visita alla città. Incrociamo tre o quattro librerie, una delle quali dall’aspetto antico e molto bella: tutte chiuse. Proprio chiuse, inattive. Di ognuna di loro rimane qualche libro abbandonato al di là di una vetrina impolverata, e l’insegna, a sua volta impolverata, dai colori sbiaditi. Poi non so, mi è rimasta questa immagine nella memoria. Desolata. Probabilmente, anche intessuta di fantasia. Unica cosa certa: erano librerie che avevano chiuso la loro attività.