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Nordest: un’identità lacerata

Wu Ming 1Wu Ming 1[1], “Cent’anni a Nordest. Viaggio tra i fantasmi della guera granda” Rizzoli 2015

Si fa presto a dire Nordest, ma le tre regioni dell’Italia nordorientale cingono nei propri confini territori e paesaggi diversissimi: montagna e pianura, altipiani e lagune, entroterra e litorali, oltre a due diverse sponde dell’Adriatico. Sì, l’intera provincia di Trieste è già dall’altra parte. Molti italiani si stupiscono quando glielo fai notare. C’è chi capita a Trieste e poi dice: ‘Ma come, il sole tramonta sul mare?

La rivista ‘Internazionale’, che ha pubblicato a puntate una sintesi di questo libro, lo ha definito un “racconto-inchiesta”. Che parla del ‘Nordest’, inteso come entità geopolitica e, dati certi presupposti, identitaria.

Il Nordest: nella definizione che ne danno l’ISTAT e l’EUROSTAT il termine identifica un territorio che comprende Veneto, Friuli-Venezia Giulia, Trentino Alto Adige ed Emilia Romagna. Il sentire comune degli abitanti di questa parte d’Italia diverge tuttavia leggermente da questa definizione e considera l’Emilia Romagna un po’ altra cosa. Diciamolo chiaro: tendono al rosso, che <non lega> proprio bene con il restante territorio nordestino, non del tutto.

Ma, a ben guardare, neanche le altre tre regioni che compongono il nordest legano poi tanto tra loro. Eppure: sono il Nordest, se ne parla, il termine ha una sua denotazione, che ne rende efficace l’utilizzo. O no?

Questo libro narra e documenta un territorio e la sua storia, il formarsi della sua identità senza, tuttavia – almeno a me così pare – che il tutto sia sostenuto da una tesi che si intenda univocamente dimostrare; e senza che le informazioni raccolte si saldino, consequenzialmente, a documentarla. Come dire: manca il finale. Ma c’è il racconto dei territori, un racconto plurale e colloquiale; un racconto interessante e prezioso, che conduce all’esercizio del pensiero: non tanto, o solo, per argomentare una tesi quanto per aiutare ad essere critici di fronte alla stessa, o a qualunque altra. A mantenere gli interrogativi aperti.

‘Nordest’ è, infatti, molte cose, è soprattutto, da qualunque punto di vista lo si osservi, sempre qualcos’altro.

Nel racconto di Wu Ming1 sembra costituirsi come un punto di vista, della mente e della memoria, nato con la prima guerra mondiale. Un punto di vista saturo di contraddizioni che nascono da lì, da quel fronte, che in quegli anni l’Italia intera ha imparato a conoscere perché era il luogo dove tutto accadeva, era il luogo che accomunava l’Italia nella impossibile conta dei morti; il luogo che ha accomunato, nelle trincee, genti e storie diverse, in un destino di unità lacerata e, solo in quanto tale, condivisa.

Il libro si avvia con il ricordo di The Wandering Cemetery, la performance, concepita e diretta da Alberto Peruffo[2] che ha visto, la sera del 9 giugno 2007, quattrocento persone camminare portando, ognuna, una croce bianca; attraversare il centro di Vicenza; sfilare nel silenzio, e nel silenzio dei passanti: riaccompagnavano simbolicamente nell’al di qua le anime dei morti degli altipiani, a vedere cosa i vivi avevano fatto della terra che aveva visto la loro morte.

Si trattava di una delle tante iniziative del movimento “No Dal Molin”, finalizzata a ostacolare la costruzione della nuova base NATO. La conclusione (ma niente, in questo campo, è mai concluso) si ebbe il 7 agosto 2013 quando – da circa un mese la nuova base era stata inaugurata – ancora Alberto Peruffo ha organizzato e posto in opera The Burning Cemetery, la sua ‘scultura sociale’:

“(…) il sole tramonta su Bocchetta Paù, insellatura nelle Prealpi vicentine, 1286 metri sul livello del mare. Siamo sull’orlo meridionaleburning_cemetery_marco_canton_192 dell’altipiano di Asiago, o meglio, ‘dei Sette Comuni’. Per tutta la durata della Grande guerra, l’altopiano fu prima linea. Quarantuno lunghissimi mesi, quarantuno cimiteri di guerra censiti qui in zona, più di 59mila soldati sepolti, ma quello che vediamo è un altro cimitero, il quarantaduesimo, mai censito da nessuno perché non censibile: è apparso qui solo oggi. Le croci bianche sono centoquattro, di compensato. Presto andranno a fuoco, illuminando la sera.

(…) Più tardi, Alberto si aggira tra le croci annerite, nel blu della sera le svelle una a una, e in ciascun buco pianta una margherita. Domattina presto, gli escursionisti troveranno un prato con centoquattro fiori”

 Segue un racconto, multiplo, che ha a che fare con le bugie in (quasi, poca) buona fede che ci vengono ancora raccontate/che raccontiamo, a noi stessi, agli altri, nel colloquio; meglio, nel sottinteso, che diventa lo scotoma nell’occhio di chi guarda, il non veduto, il <non più> veduto, che falsa il quadro.

Difficile porre in discussione l’implicito, anche a fronte di informazioni, documentate: per questo occorre il racconto, la scrittura colloquiale, la forma del quasi soliloquio, che porta il pensiero a prodursi proprio lì, in quel momento, proprio come avviene quando si parla tra amici, nelle chiacchierate serie, riflessive, in cui si pensa insieme, si ascolta.

La ‘guera granda’, le trincee: il riferimento torna al libro di Paolo Rumiz, “Come cavalli che dormono in piedi”, e agli “Italiani con la divisa sbagliata”: nel 2008 è stata posta, sulla facciata del Municipio di Trento, una targa-ricordo dei soldati dell’Impero caduti sulle comuni montagne, che affianca la lapide posta dal fascismo a ricordo dei caduti irredentisti. Qualcosa di buono si muove.

Occorre ricordare, infatti, che, al censimento del 1910, nel Sud Tirolo “su 221mila residenti i parlanti italiano erano 7mila”. Nel 1921 erano già 20mila e trecento. Nel 1939, erano ormai più di 80mila. E il ricordo va all’italianizzazione forzata, al cambiamento imposto dei nomi dei luoghi, dei paesi, delle montagne, e dei cognomi; allo scioglimento delle associazioni di lingua tedesca, al licenziamento dei dipendenti pubblici di lingua tedesca. Le storie sono molte. E fanno anche male.

Ma ecco la Venezia Giulia; Trieste l’Asburgica, dove il mito di Sua Maestà l’imperatore Francesco Giuseppe permane (curiosamente connettendosi con il mito di Vladimir Putin: se non è più possibile avere l’imperatore, lo Zar è un buon sostituto); Trieste che nel 1382 “fece atto di dedizione agli Asburgo proprio per non finire sotto Venezia”. E rimase asburgica per seicento anni. Era la città porto dell’impero, importante nodo della cultura mitteleuropea.

Ed ecco il Veneto, il mito della Serenissima, madre dei suoi territori e matrigna dell’entroterra colonizzato. Ma poi, in realtà, tutto il nordest è stato terra dell’Impero, quale parte a lungo, quale per poco tempo. Ed anche qui, con altra coloritura, si ritrova lo strano mito che, in modo carsico, si espande nella pianura veneta e che vede, in luogo di Cecco Beppe, innalzarsi la figura del Presidente russo quale ideale di uomo politico che potenzialmente potrebbe sostenere la ‘lotta’ del popolo veneto – ed è certamente gustoso il recupero del “Comunicato del 3 dicembre 2007 del “Veneto Serenissimo Governo”: “La lotta intrapresa dal Presidente Vladimir Putin contro il terrorismo internazionale e per la salvaguardia delle condizioni materiali del proprio popolo sarà lunga e articolata, ma il Veneto Serenissimo Governo ha fiducia nelle capacità della Federazione Russa e dei suoi dirigenti nel gestire la lotta nel migliore dei modi (…). Il Veneto Serenissimo Governo è orgoglioso che il Presidente Vladimir Putin abbia le sue origini nella nostra amatissima Patria Veneta”.

Certo, sorride Wu Ming 1, la finale in <–in> è una prova della veneticità di un cognome. Si incontreranno aneddoti gustosi in proposito. Si ride, ma l’analisi di questa mitologia è seria e documentata, nella leggerezza colloquiale e riflessiva che la contraddistingue.

Che dire. Impossibile riassumere la ricchezza degli incontri di pensiero, di storia e di fatti che questo libro raccoglie. Occorre leggerlo. E, come dicevo, non necessariamente condividere tutto. Godere l’occasione di articolare un pensiero sulle fatiche che i territori compiono, sulle lacerazioni di cui sono frutto: e non c’è un modo per ricomporle diverso dal riconoscerle; e dal riconoscere che, in esse, siamo stati affratellati: da qui solo potrà nascere una vera identità, un nordest italiano, ed europeo, degno di rispondere ai morti degli altipiani, dell’una e dell’altra parte che, a Vicenza, sono scesi a vedere cosa ne avevamo fatto della loro storia.

[1] Wu ming 1: nome che in lingua mandarina utilizzano gli scrittori cinesi che lottano per la libertà di parola, che significa ‘senza nome’; utilizzato dal gruppo di scrittori (Roberto Bui, Giovanni Cattabriga, Luca Di Meo, Federico Guglielmi, Riccardo Pedrini.) che hanno dato vita alla Wu Ming Foundation. La storia del gruppo è articolata e interessante, Per conoscerla è utile fare riferimento a Giap, il blog della Wu Ming Foundation, qui. Wu Ming 1 è Roberto Bui.

[2] Alberto Peruffo: alpinista, editore, dal 2000 con la sua casa editrice Antersass; le sue opere hanno a che fare con l’impegno civile e con la montagna. Nel 2007, con The Wandering Cemetery ha partecipato alla Biennale di Venezia mentre con Ventimila Piedi sopra il mare ha partecipato alle serate-evento del TrentoFilmFestival 2006. V. Antersass. V: www.casadiculturacontemporanea.it

2 commenti su “Nordest: un’identità lacerata

  1. tommasoaramaico
    agosto 23, 2015

    Veramente bello ed interessante. Può essere veramente istruttivo, sprattutto per chi è perso nelle secche di una capitale che crede di esaurire la vita di un intero paese solo perché, in verità, ne ignora la complessità. Grazie per la suggestione.

    Liked by 1 persona

  2. Pingback: Luther Blissett: Qualcosa sull’autore senza nome – 無名 Wu Ming | la libraia virtuale

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