Letture di ieri, di oggi

Alba de Céspespedes, “Nessuno torna indietro“. Mondadori 1961

Andrea Camilleri, Biografia del figlio cambiato, BUR 2001

Ed ecco: mi ritrovo a scrivere (con la voglia di vacanza che permane; e che spero avrà seguito, senza dover rinunciare alla scrittura) per il desiderio di almeno iniziare a parlare, per titoli, di due libri in particolare; di due letture del genere che lascia il segno. 

Alba De Céspedes, “Nessuno torna indietro”, Mondadori 1961. Oggi finalmente, dopo anni, rieditato, per chi lo desideri, anche in versione e-book. (Avevo finora solo accennato brevemente a questa autrice (qui)).

Il libro racconta di un gruppo di ragazze, ospiti del “Grimaldi”, un pensionato per studentesse universitarie, gestito da suore, a Roma. Ambientato alla fine degli anni ‘30 del secolo scorso,  mentre in Spagna è in corso la guerra civile, e ha quale tema il trovarsi a vivere “l’attraversamento di un ponte” – il passaggio tra la vita lasciata al paese, in famiglia e la vita adulta che le attende al termine degli studi.

Nel mondo del Grimaldi vengono condivise attese, taciuti sogni e speranze, progetti, desideri e timori frutto di appartenenze familiari, sociali, diverse; vengono condivise, e celate, storie. La vita delle suore interseca, in sottofondo, nutrendosene, la vita delle ragazze ospiti.

È stato per me davvero inatteso, ed entusiasmante, lo scontrarmi, oggi, con libri capaci, se ne avessi ancora il tempo, di cambiarmi la vita; specialmente se uno di questi lo aveva già fatto, in un tempo lontanissimo; e se da lungo tempo chiedeva di essere riletto – venendo allontanato, ripetutamente, per il timore di non ritrovarlo in questo mio tempo diverso.

Augusta, Milly, Xenia, Anna, Vinca, Emanuela, Silvia, Valentina: otto giovani donne si incontrano, di passaggio, alla ricerca di un futuro diverso da quello delle loro madri: laurearsi, guadagnarsi la vita, emanciparsi – sognando l’amore? un matrimonio?

Nel frattempo occorre vivere  la vita del collegio, dentro le regole delle suore: il cibo povero, la luce che alla sera viene spenta, lo studio al lume della lampada a petrolio, della candela.

Alba De Céspedes

Storie si intrecciano e proteggono, nella condivisione, l’estraneità di fondo di ognuna, dentro un tempo di passaggio in cui tutto avviene, a determinare ogni futuro.

Nel mio lontano ricordo di lettrice forse troppo giovane, mentre mi avvicinavo a vivere gli stessi anni, era rimasta la potenza di un romanzo che rileggevo e rileggevo, pur se, allora, mi faceva star male – ed ecco, ora, il bisogno, a lungo respinto, di riprenderlo, dopo aver ‘camminato la mia strada’; ecco il bisogno di chiedere a questo libro di ricondurmi nuovamente a quel tempo, a quel ponte: per fare un bilancio? A cose sapute? Dopo che tutto è accaduto? A rileggere una strada e una vita percorse?  

Spero – spero solo – che riuscirò a raccontarne ancora. È un libro della vita. Ed è un libro – oggi lo posso dire – viatico, non falsamente consolatorio, nell’incamminarsi a vivere; e compagno, infine, nell’accogliere un bilancio di vita, con le sue luci e le sue ombre; per la riconciliazione necessaria con i propri sogni e con la realtà. 

Non lo avrei pensato, al tempo della prima, amara, non falsamente rassicurante lettura: ora posso dire che sì, è un libro che fa bene; un libro che aiuta l’accoglienza del bilancio. 

Una scrittura asciutta, sicura. Tesa. Che non fa sconti alla realtà: che aiuta a guardare la vita negli occhi.  

Quanto al secondo, è un libro di Andrea Camilleri  – “Biografia del figlio cambiato”, BUR 2001: una anomala biografia, di cui nulla sapevo, che l’autore descrive come un suo “racconto orale sulla vita di Luigi Pirandello da un punto di vista del tutto personale.

(E se scopro l’acqua calda ci sta; non sarò, immagino, la sola. Si tratta di un libro che mi ha non solo riconciliato ma addirittura appassionato ad un autore – Luigi Pirandello – che, pur nel dovuto e ovvio riconoscimento, non avevo mai sentito – posso dire? – vicino. Da cui avevo sempre vissuto una distanza, forse semplicemente per l’incapacità di recuperarne le pagine a partire dalla sgradevolezza di una monumentalità scolasticamente forgiata).

La scuola fa di questi danni: ci siamo sorbiti e abbiamo più o meno tutti letto la “La giara”, immagino; bel racconto, certo ma, diciamocelo, da questo racconto a quel monumento – Premio Nobel Luigi Pirandello – dalla faccia severa e sorniona, dal sorriso tutto da indovinare e dalla barba luciferina, ce ne corre: a chi mai, per merito della scuola, verrebbe “gana” di leggerlo ancora? Fuor d’aula e fuori d’obbligo? Poi, certo, più avanti è stato inevitabile ritrovarsi tra le mani “Il fu Mattia Pascal” (più o meno sempre a scuola, apprezzandolo nonostante la scuola, insieme, per dire, al Giovanni Verga di “I Malavoglia, o di “Mastro don Gesualdo”, a piacere).

C’è tuttavia di mezzo un mondo tra i due autori, in quel drammatico fine-inizio secolo. C’è la distanza tra due generazioni segnate da una cesura, dal crollo di un vecchio mondo senza che – oggi lo possiamo tragicamente dire – l’entrata in un mondo nuovo sia ancora compiutamente avvenuta.

Oggi, mentre si celebra (senza grandi eco al di fuori della Sicilia, salvo il dovuto francobollo) il centenario della morte di Giovanni Verga (1840 – 27 gennaio 1922), possiamo ben dire che tale cesura colloca l’appartenenza dei due nostri grandi autori (generazionalmente padre e figlio, che avrebbero dovuto passarsi il testimone) a mondi che nulla avvicina – quale dialogo possibile tra la poetica dell’umorismo (posso chiamarla così?), lo scardinamento degli schemi narrativi, l’accesso al mondo dell’introspezione di Luigi Pirandello e il verismo, e il tardo-romanticismo di Giovanni Verga, con il suo “ideale dell’ostrica” che vede i poveri del mondo, gli ultimi della società, necessitati a rifuggire ogni desiderio, ogni spinta a superare la propria condizione; che li invita al mantenersi abbarbicati al proprio scoglio, alle tradizioni e all’accettazione della propria condizione di “vinti”.

Pure, come non vedere la vicinanza ideale tra i due nella condivisa adesione a uno spirito risorgimentale unito al feroce conservatorismo che portò Giovanni Verga a sostenere le repressioni attuate dal Governo Crispi (l’esperienza dei Fasci siciliani; la repressione del maggio 1898 a Milano, attuata a colpi di cannone contro i manifestanti ad opera del Generale Bava Beccaris; l’approvazione della politica colonialista italiana); che, alla fine della sua vita, gli diede un breve tempo per riporre una speranza nel giovane Benito Mussolini; mentre il, generazionalmente figlio, Luigi Pirandello (1867 – 1936) aderiva al fascismo (a modo suo, riuscendo a non farsi amare dal regime ma comunque firmando il Manifesto degli intellettuali fascisti di Giovanni Gentile). 

La cesura resta tuttavia totale tra la generazione morta con la fine della Grande Guerra e chi, come Luigi Pirandello, ha veduto, nel pieno della propria vita adulta, avviarsi un nuovo mondo, dopo la Rivoluzione di Ottobre e il crollo degli Imperi, con l’avvento dei regimi fascisti spagnolo e italiano (il secondo peraltro, ai suoi inizi, pure ben visto dal consesso internazionale occidentale).

Ed ecco “Sei personaggi in cerca d’autore” (1921), e la rivoluzione del teatro con cui Pirandello inaugurò il crollo della quarta parete; fino alla nuova forma romanzo di “Uno, nessuno, centomila” (1926).

In quel mondo spezzato era peraltro apparso Sigmund Freud (1857 – 1939). Tutto era cambiato.

“… pregare. C’è pure chi ha ancora questo bisogno, e se ne fanno voce le campane. Io non l’ho più questo bisogno, perché muoio ogni attimo, io, e rinasco nuovo e senza ricordi: vivo e intero, non più in me, ma in ogni cosa fuori”.*

Interessante, in effetti: tutti e tre morti prima che il secondo conflitto mondiale mostrasse loro…difficile dire cosa – qualcosa che non è stato concluso, pare, come credevamo; e certo io non ci voglio neppure provare: a dire cosa? Meglio: neppure ci voglio pensare, mentre assistiamo al disastro ancora in corso.

Parlo a vanvera, pensieri, domande, a casaccio. Ma come posso, pure se vorrei, impedirmeli? 

“Uno, nessuno, centomila” ed ecco l’incontro con il Monumento Pirandello senza, tuttavia (vale per me) che, fino ad oggi, il monumento si sgretololasse, lasciando emergere ossa, carne e sangue dell’artista. Non so il perché. Forse, per la mia generazione, si è trattato di un ostracismo comminato al “fascista” Pirandello che, morto nel 1936, prima che tutto ciò che si fingeva di non vedere e non sapere accadesse – come oggi? Ancora e ancora? 

Luigi Pirandello, 1884 – Wikipedia

Camilleri (incidentalmente cugino di Luigi Pirandello, forse di secondo grado o giù di lì), ha affrontato (e immagino con grande piacere) una specie di immersione nella sua vita intima, interiore, a partire da una sua fantasia: di non essere il vero figlio dei propri genitori.

È stata una fantasia che ha dato luogo (in Sicilia in particolare? Non solo; si tratta di una leggenda diffusa) al racconto del “figlio cambiato”, scambiato in culla, diciamo, dalle “Donne”, dalle streghe.

Andrea Camilleri, ripreso il tema dalla novella di Pirandello “Il figlio cambiato” ci restituisce dunque l’autore in forma umana: ed ecco apparire il piccolo uomo insieme al grande artista, con le sue idiosincrasie, le sue fragilità e le sue nevrosi, autogiustificatorie e non; ecco la pessima relazione con il padre che trasmuterà in scrittura; ecco lo svilupparsi della scissione tra la forma e la vita, tra la recita obbligata, la maschera – le maschere – sociale e i sogni, i bisogni, le fantasie, di sé e su di sé. 

Per giungere alla relazione con la verità del padre e all’accogliere, infine, la propria identità e la propria appartenenza.

Che dire: dalla penna di Camilleri esce un uomo (neppure simpatico, in realtà; ma anche sì, per una sua costitutiva fragilità e complessità, e dunque umanità) che si lascia alle spalle il monumento. 

Un libro del quale, forse, l’autore avrebbe auspicato un maggior, meritatissimo, riconoscimento. E ci sta pure che l’abbia avuto; che questo sia stato, come si dice, a mia insaputa, uno dei suoi libri più acclamati ma, che dire: Camilleri, per colpa/merito del suo Commissario Montalbano, ha avuto la sorte, in parte, di George Simenon che, dovendo una grande popolarità al suo Commissario Maigret, ha veduto, forse, la propria miglior produzione rimanere maggiormente in ombra, riservata a pochi (si fa per dire) intimi.

Ora so di poter, finalmente, accostare Pirandello; di poterlo accogliere in consonanza e, come sempre accade con le pagine dei grandi, trovare presso di lui pezzetti di me da conoscere.

____________________

*excipit di “Uno, nessuno e centomila”