Così, mentre annaspo tra i miei libri, e abbozzo senza costrutto letture e riletture, ho pensato che la cosa più giusta da fare sia metter mano a un annoso problema di riordino delle librerie di casa, compito di mia esclusiva spettanza (pur potendo usufruire di aiuto manuale) in quanto titolare delle stesse: non che l’altro che divide la vita con me non possieda libri, solo che mi sono, temo, appropriata anche dei suoi, da quasi mezzo secolo; in casa, come dire, i libri appartengono a me – responsabile acquisti e responsabile di gestione.
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Nelle ultime chiacchierate ho ripreso il tema della favola, saltellando tra autori e opere che appaiono molto diversi (e cos’hanno, infatti, in comune Italo Calvino, Hugo Pratt, J.R.R. Tolkien, Dino Buzzati e, oggi, e non parlo solo del suo primo romanzo, ma anche della sua attività di sceneggiatore e disegnatore, Roberto Recchioni?).
Molto, per la verità. Sono tutti narratori di favole. Sono autori che, in modi diversi, hanno utilizzato, nei loro libri, la struttura della favola quale elemento organizzatore della narrazione.
Capita che io mi chieda, che tutti ci si chieda, credo, particolarmente in certi periodi, quale linea – di pensiero? di bisogno? di interesse? – lega tra loro i libri che scegliamo, che leggiamo, l’uno via l’altro; cosa li collega, necessariamente, in modo che l’uno chiami l’altro. E se talvolta, spesso, il legame è evidente, talaltra, di primo acchito, non lo è affatto.
Mi trovo a riguardare le mie letture dell’ultimo periodo. Ho riletto, e proposto qui, Italo Calvino, «Se un notte d’inverno un viaggiatore», e nel frattempo, per la sera, mi ero riletta le sue «Fiabe Italiane»: sempre bellissime! E durante il giorno prendevo riponevo riprendevo un suo libro via l’altro. Ma nel frattempo qualcosa diceva no, non ancora, più in là.

Mi trovo reduce, dopo la rilettura di Calvino, da una lettura veloce, che ora dovrò ripetere, di un curioso fantasy italiano di Roberto Recchioni: «YA. La battaglia di Campocarne», Mondadori 2015. L’autore è un noto fumettista, disegnatore, sceneggiatore, autore di Graphic Novel, se non mi sbaglio al suo primo romanzo; e dunque al suo primo approccio ad una scrittura che, facendo tesoro, nel suo caso, dei canoni della graphic novel, si sostiene tuttavia unicamente sul testo.
Il romanzo appartiene a un genere che si colloca quale trait d’union tra la narrativa tradizionale e quella che Umberto Eco ha chiamato narrazione verbo-visiva (definendo narratore verbo-visivo Hugo Pratt) e che Marcello Jori fa risalire, come genere, al «Poema a fumetti» di Dino Buzzati, “il big Bang del romanzo verbo-visivo” la cui “scrittura disegnata richiede un nuovo lettore vedente”[i].

Al momento sto, dunque, leggendo Calvino; una lettura di oggi e di un ieri ormai lontano ma che si ricongiunge, oggi come allora, all’esperienza di essere una donna che legge (ne ho parlato nel precedente post) e che, al tempo, è stata sostenuta nel diventare una lettrice: un fatto non così scontato, allora, anche se oggi, si dice, le donne leggono più degli uomini.
A partire da questa lettura, e da questi pensieri, stanno scaturendo queste righe che, forse, parranno “fuori tema”, come si diceva al tempo della scuola. Pure, io non credo lo siano, poiché la lettura costituisce una relazione al reale. Sono, forse, solo prolegomeni incongrui ad un pensiero che fatica a dipanarsi.
ad acquistare QUEL libro, proprio quello, fresco di stampa, del TUO autore. Proprio lui.
Italo Calvino, «Se una notte d’inverno un viaggiatore», Einaudi 1979, pag. 5 – 6:
«Già nella vetrina della libreria hai individuato la copertina col titolo che cercavi. Seguendo questa traccia visiva ti sei fatto largo nel negozio attraverso il fitto sbarramento dei Libri Che Non Hai Letto che ti guardavano accigliati dai banchi e dagli scaffali cercando di intimidirti. Ma tu sai che non devi lasciarti mettere in soggezione, che tra loro s’estendono per ettari ed ettari i Libri Che Puoi Fare A Meno Di Leggere, I Libri Fatti Per Altri Usi Che la Lettura, I Libri Già Letti Senza Nemmeno Bisogno D’Aprirli In Quanto Appartenenti Alla Categoria Del Già Letto Prima Ancora D’essere Stato Scritto. E così superi la prima cinta dei baluardi e ti piomba addosso la fanteria dei Libri Che Se Tu Avessi Più Vite Da Vivere Certamente Anche Questi Li Leggeresti Volentieri Ma Purtroppo I Giorni Che Hai Da Vivere Sono Quelli Che Sono. Con rapida mossa li scavalchi e ti porti in mezzo alle falangi dei Libri Che Hai Intenzione Di Leggere Ma Prima Ne Dovresti Leggere Degli Altri, dei Libri Troppo Cari Che Potresti Aspettare A Comprarli Quando Saranno Rivenduti A Metà Prezzo, dei Libri Idem Come Sopra Quando Verranno Ristampati Nei Tascabili, dei Libri Che Potresti Domandare A Qualcuno Se Te Li Presta, dei Libri Che Tutti Hanno Letto Dunque È Quasi Come Se Li Avessi Letti Anche Tu.
Sventando questi assalti, ti porti sotto le torri del fortilizio dove fanno resistenza

Agosto: C’è un genere di libri la cui lettura è, per me, tutt’uno con il concetto di ferie che il nostro immaginario collettivo culla nel proprio intimo. E in nome dei vecchi tempi – quando esistevano i lavoratori dipendenti, le aziende, di concerto, chiudevano tutte in sincrono, e tutta l’Italia andava in ferie (immaginario collettivo, appunto) – desidero dedicar loro questo mese. A voi scegliere qualcosa da leggere, se vi va.
Vorrei occuparmi dei noir seriali, di quelle storie che rappresentano per il lettore una fonte certa di rassicurazione e riposo, regalando l’accesso a mondi che, se pur di fantasia, fanno parte di un universo di significati noto, basati su trame che rispondono a regole precise e su un protagonista fisso da seguire nelle sue investigazioni di libro in libro (oppure nella sua attività criminale, come possibilità, Arsenio Lupin è sempre godibile).
Inutile dire che questa ultima non non è stata una settimana qualsiasi per il nostro, limitato, mondo occidentale – per altri mondi a noi vicini, che poi sono sempre il nostro, da ormai troppi anni non esistono settimane qualunque.
Mentre tutto accade, io leggo i miei libri: e penso in che modo il mio leggere abbia a che fare con l’oggi, con le storie degli accadimenti in corso. Leggere, che si tratti di libri di narrativa o altro, significa aver a che fare con la diacronia; quanto meno, non equivale ad un essere in sincronia con ciò che accade nel nostro mondo, che richiede il nostro pensiero e la nostra presenza. Attiva, se possibile. Nella lettura non c’è sincronia con il nostro qui ed ora.
È stato decretato, pochi giorni fa, il libro vincitore del Premio Strega 2016: si tratta di «La scuola cattolica», di Edoardo Albinati, pubblicato da Rizzoli. Senza veri avversari, dicono.
Ecco un autore di cui non ho letto nulla, anche se il suo nome e alcune cose che ha scritto mi sono note, per sentito dire; così come avevo (come abbiamo) sentito parlare di questo suo libro-monstre, incentrato sul delitto del Circeo, e non solo.

In questo mese ho letto, ho scritto, ho passeggiato, ho scattato (abbiamo scattato) foto in giro per l’Italia, e ho lavorato al blog; il risultato è la nuova Pagina – dal titolo: Libri sugli scaffali – che potete trovare, se vi parrà utile, sulla home page, lato sinistro, tra le Pagine elencate sotto la lumachina.
Utile? Non so, lo spero.
La libraia virtuale chiuderà, per rinnovo dei locali e, beata me, anche per ferie, per tutto il mese di giugno.
La riapertura è prevista con inizio luglio
In questo tempo, saranno riordinati gli scaffali – operazione già in corso ma che richiede, di necessità, una interruzione nell’attività della libraia mentre la libreria, essendo virtuale, rimane aperta per chi volesse entrare e scartabellare tra ciò che c’è, così come rimarranno aperti gli spazi per commenti e la mail di comunicazione con i lettori, che riceverà sempre risposta.
Alla riapertura, ci sarà un nuovo CATALOGO PER AUTORE che consentirà di recuperare suggerimenti di libri proposti negli articoli ma non formalmente recensiti, e il link all’articolo che ne parla, talvolta solo come segnalazione, quasi sempre con qualche informazione sul libro e sull’autore, più o meno concisa: ove si parla, dunque, di libri, pur non recensiti, presenti in libreria.
Altre novità? Forse, lo spero, ma il lavoro (virtualissimo, nulla di concreto, ancora solo pensieri nella testa) è in fase di progetto, non è stato ancora aperto il cantiere, e dunque staremo a vedere se e cosa ne uscirà.
Nel frattempo, confido di ritrovarvi tutti. Io continuerò a seguire l’attività dei blog, a lavorare per la riapertura e per un’estate in compagnia.
Volendo riprendere, rispettare, la regola di queste chiacchiere, che consiste nel parlare di libri in lettura, libri letti, ripresi, lasciati, inizio rifornendo la libreria con gli arrivi dell’ultimo periodo.
Si tratta di libri in attesa di lettura, da consumare senza urgenza, riserva per un eventuale periodo di carestia o per un momento di desideri particolari. E che possono costituire un suggerimento, per chi sia interessato.

Desiderando spezzare una lancia a favore dei long seller (qui), dei libri che il tempo non intacca, e che non sono solo i grandi classici, la prossima recensione sarà un libro che, riletto dopo un numero di anni che preferisco non ricordare, mi ha regalato qualche ora di vero piacere: Anita Loos, «Gli uomini preferiscono le bionde», Garzanti 1966. Un libro che, con la sua seconda parte «ma Gli uomini sposano le brune», è il solo libro, credo, pubblicato in Italia di questa elegante scrittrice, commediografa e sceneggiatrice americana; un libro che non sente il tempo e regala allegria (nonché, ancor oggi, qualche leggera riflessione e persino un divertente richiamo alla nostra attualità). Per non dire che, in queste pagine, un po’ di leggerezza farà bene.
E passo al discorso serio (magari noioso? Su cui, tuttavia, mi piacerebbe molto dialogare, se qualcuno ne ha voglia).
Ormai quasi due anni fa, avevo scritto qualcosa sull’andare in libreria, provando a riflettere sulla quantità e qualità del lettori italiani, sul diffondersi degli e-book e degli acquisti online dei libri, anche cartacei (che sono e restano “I LIBRI” ma che non necessariamente costituiranno, in futuro, lo strumento per fruirne). È bene, è male, possiamo discuterne ma è così.
Le caratteristiche della nostra editoria, il costo unitario dei libri, le vendite scarse, la distribuzione malfunzionante, la presenza maldistribuita di librerie: sono tutte variabili che concorrono a fare del libro quello strano bene di prima necessità che si comporta come un bene di lusso, superfluo al di fuori di confini molto precisi: la scuola, gli studi in genere, la documentazione di lavoro per chi ne dipende e, all’altro estremo, un oggetto da diporto per occupare un qualche tipo di tempo libero. Il che va benissimo. Ma non basta.