Charlotte Perkins Gilman, “Terradilei”, La Vita Felice 2015

A cura di Franco Venturi

Un libro particolare. Che vale davvero una buona lettura. Un libro “divertente ma inquietante”, ne scrive la professoressa Mary Beard, in un suo articolo per la London Rewiew of Books, riportato nel numero del 31 marzo 2017 di “Internazionale”

Incontro, dunque, per la prima volta Charlotte Perkins Gilman, autrice e studiosa americana, vissuta a cavallo tra ‘800 e ‘900, che ci ha lasciato molte opere delle quali un certo numero tradotte e pubblicate in italiano.

Primo Levi, “La chiave a stella”, Einaudi 2006

primo-levi-la-chiave-a-stellaDopo una riflessione sul tema della buona salute o meno della nostra lingua italiana, del suo supposto decadere, del confine incerto che intercorre tra il suo impoverimento, e non invece, o anche, il suo svilupparsi, cambiare, materia vivente che si adatta al tempo e ai bisogni diversi dei parlanti; dopo questo, è stato quasi inevitabile ritrovarmi tra le mani il Primo Levi di “La chiave a stella”.

truman-capote-larpa-derbaTruman Capote, «L’arpa d’erba», Garzanti 2001, traduzione di Bruno Tasso

“Quando ho sentito parlare per la prima volta dell’arpa d’erba? Molto tempo prima di quell’autunno in cui andammo ad abitare sul sicomoro.”

Mentre la pila dei libri desiderati, in attesa, si accresce, ecco un suggerimento, dal blog di Tommaso Aramaico; un romanzo breve, o lungo racconto, di Truman Capote. È un ricordo lontano, – e infatti, in casa il libro non c’è, ma bastano due giorni a recuperarlo.

Un piccolo tempo di lettura porta a un luogo magico, che tuttavia, strana cosa, sentiamo subito che ci appartiene, che lo conosciamo. Per raggiungerlo, basterà che ci venga regalata una piccola indicazione.

orlando-virginia-woolf-oscar-mondadori-1995E così, sommersa da desideri di lettura incongrui, da richiami sui quali mi è difficile arrestarmi, ho riletto, di getto, e con grande partecipazione, «Orlando» di Virginia Woolf, ripromettendomi di scriverne; e ora questo impegno con me stessa, in certo qual modo, mi inguaia.

Un “libriccino” lo aveva definito la stessa Woolf, con riferimento alle dimensioni, relativamente contenute, di un romanzo che, per molti versi, ha la struttura di un lungo racconto; e con riferimento al suo essere stato concepito come un “gioco” tra lei, Vita Sackville-West e Violet Trefusis: due donne, queste ultime, che sarebbe certo interessante conoscere ma che – ed ecco la difficoltà – alla fine della fiera hanno, dovrebbero avere, poco a che fare con l’opera, che vive di vita propria, al di là dell’intenzione che ne ha motivato la scrittura; e al di là del fatto che, in qualsivoglia recensione, non si parli quasi dell’opera in sé e si parli invece sempre delle biografie, delle storie di vita, che l’hanno fatta nascere. Scandalose per l’epoca – e poi neanche tanto.

il-deserto-dei-tartariDino Buzzati, «Il deserto dei Tartari», Mondadori 2001

Incredibile quante cose avvengano, quanta vita ci sia, in una intera esistenza in cui sembra non succeda niente se non, appunto, il fatto di vivere e di esserne consapevoli.

Di questo libro, che si avvia a compiere ottant’anni senza aver perduto nulla della sua giovinezza, è stato detto e scritto molto. Si tratta di uno di quei libri che anche chi non ha letto sente – erroneamente – di conoscere: assegnandogli il significato allegorico di Vita come Attesa, priva di senso, che richiederà unicamente l’accettazione, ognuno per sé, della propria, unica, individuale, fine.

Se una notte d'inverno un viaggiatoreItalo Calvino, «Se una notte d’inverno un viaggiatore», Einaudi 1979

Terminato questo libro, la voglia di provare, solo provare, a descriverne l’esperienza di lettura è qualcosa che disarticola il pensiero, tra un senso di urgenza (è bellissimo!) e il timore che invita a ritrarsi dal tentativo.

Un libro importante, questo. Un struttura narrativa che ha fatto la storia della letteratura italiana; che Calvino ha scritto sapendo bene ciò che si accingeva a fare – e chissà, anche lui preso tra urgenza e timore. Osando e divertendosi, emozionandosi, interrogandosi, affaticandosi. Senza allentare il controllo sul testo.

Emile Zola 1902
Emile Zola, 1902

Emile Zola, «Al Paradiso delle Signore», Newton Compton 2015

Ecco un libro – interessantissimo, molto godibile, che dovrebbe indurre ad aprire altre opere di questo autore – che, raccontando una storia, ne racconta un’altra, molto più grande. Di cui è difficile raccontare perché ciò che rende piacevole, d’avvio, la lettura; ciò che ne costituisce la trama, e il suo intreccio (che in questo caso, come avviene nelle fiabe, coincidono), non sono il libro.

Ci troviamo di fronte ad una storia che  segue lo schema della fiaba, e se ne distingue solamente per il fatto che manca la situazione iniziale di equilibrio prevista. Il racconto parte infatti dal momento in cui un equilibrio iniziale è già rotto: c’è stato un lutto e l’eroina si appresta ad affrontare la povertà per mancanza di lavoro.

Gli uomini preferiscono le biondeAnita Loos, «Gli uomini preferiscono le bionde ma Gli uomini sposano le brune», Garzanti 1966

Sicuramente un long seller questo romanzo che è stato in auge dal suo apparire, nel 1925, quantomeno fino a tutti gli anni ’70. In seguito, una edizione del 1976 e un’ultima (se non sbaglio) edizione, Sellerio 1992. Oggi ancora reperibile in remainder e al mercato dell’usato, ha avuto una vita lunga un secolo, sostenuto (o diminuito?) anche da una grande versione cinematografica della sua prima parte (la seconda, «ma Gli uomini sposano le brune» in effetti è di minor interesse).

Walter Tevis, «L’uomo che cadde sulla terra», Beat 2012

L'Uomo che cadde sulla terra, Wikipedia
Da Wikipedia. L’uomo che cadde sulla terra, David Bowie in una immagine del film

Dovendo dire che non ricordo come mi è avvenuto di incontrare questo libro (sicuramente a partire dal riferimento a David Bowie, interprete della trasposizione in film di questo romanzo), sono incappata in un vero gioiello di cui non sapevo, che per me era solo un titolo tra altri, nel genere fantascientifico.

Zazie nel metroRaymond Queneau, “Zazie nel metro”, Einaudi 1994. Traduzione di Franco Fortini

Macchifastapuzza, si chiese Gabriel, arcistufo. Impossibile, mai che si puliscano. Sul giornale c’è scritto che a Parigi non c’è nemmeno l’undici per cento di appartamenti col bagno, non c’è da meravigliarsi, ma ci si può lavare anche senza.

Gabriel, un omone a tutti gli effetti, è alla Gare d’Austerlitz e aspetta il treno con cui stanno arrivando la sorella, Jeanne Lalochère, e la nipotina undicenne, Zazie. Jeanne ha programmato di prendersi tre giorni di libertà con il suo uomo del momento, e lascerà la figlia ospite dello zio Gabriel e della zia Marceline, sua moglie. Epoca: anni ’50; il romanzo è stato pubblicato nel ’59; il dopoguerra è ancora in corso.

La lettera scarlattaNathaniel Hawthorne, “La lettera scarlatta”, Einaudi 2008

Rileggere questo romanzo è stato un grande piacere; ed è stata la lettura di un libro totalmente nuovo, nel corso della quale il fatto di conoscerne la storia è risultato ininfluente. Ero alle prese con un testo che, per me, aveva mutato di significato. I fatti erano gli stessi, la lettura di quei fatti non lo era. Molto interessante.

Ho potuto gustare tutta la ricchezza di questo romanzo, la ricchezza di letture possibili, ma soprattutto la ricchezza di tonalità del linguaggio di Hawthorne che conduce a un grande coinvolgimento, nella pluralità delle storie che compongono il romanzo, dato dalla pacatezza con la quale il tutto è narrato, dal gioco, che ammicca al lettore, dell’assenza (impossibile) di un punto di vista (che ovviamente c’è) da parte dell’autore; dalla partecipazione agli avvenimenti, dalle alleanze ai punti di vista dei diversi personaggi che, di volta in volta, vengono proposte al lettore.

Gran bella cosa è vivere, miei cariNâzim Hikmet, “Gran bella cosa è vivere, mei cari”, Mondadori 2010

Il titolo di questo libro (titolo originale: «Eh, vivere è una bella cosa, fratello”) contiene tutta la narrazione di una storia di vita in cui il poeta, attraverso, anche, “io” multipli racconta non tanto la propria storia personale – anche, certo, ed è importante – ma soprattutto l’infinità di emozioni che i giorni, i luoghi, gli amici, gli ideali, l’amore, portano con sé.

Il giardino di ElizabethElizabeth von Arnim, “Il giardino di Elizabeth”, Bollati Boringhieri 2002

Il giardino di Elizabeth è un romanzo che ‘parla’ di fiori e della cura di un bellissimo giardino, ma ‘racconta’ tutt’altro, e questo altro costituisce tutto il significato del giardino, che Elizabeth ama appassionatamente, a cui dedica tutte le sue energie e tutto il suo tempo.

L’<altro>, che costituisce il vero corpo del romanzo, è narrato così come si narrano il clima, le ambientazioni, sociale e familiare, il mondo in cui la storia si dipana, e mostra la tranquilla, talvolta ilare, più spesso ironica e allegramente testarda battaglia di Elizabeth per la propria esistenza: di donna, di moglie, di scrittrice.

Ivy Compton-Burnett, Un’eredità e la sua storia, Adelphi Edizioni 2001Un'eredità e la sua storia

Nell’ultima chiacchierata sulle letture in corso ho già presentato quest’autrice, di cui tuttavia voglio proporre in particolare questo romanzo. Non perché sia il suo migliore, ammesso che, specialmente sulle opere di Ivy Compton-Burnett si possano fare classifiche di questo tipo ma perché, a mio parere, è uno dei suoi romanzi più gradevoli, che si legge con il sorriso (nel retro del quale c’è, comunque, sempre, un leggero stridor di denti: non del tutto spiacevole, no.)

Mi dilungherò dunque sulla sinossi, ed eccederò un po’ in citazioni di dialoghi, dato che, al di là della storia narrata, sono senza dubbio l’elemento prevalente in questa scrittura. Se ne viene travolti, non c’è respiro, e ci si chiede come mai l’autrice non abbia scritto per il teatro. La casa, i personaggi, i dialoghi, sono visibili. Non si ‘leggono’, si ‘odono’ e si ‘vedono’.