Pina Bertoli, “Infondate ragioni per credere all’amore”, edizioni Io scrittore 2018

 C’è ora questo libro: da cui sono stata profondamente catturata e di cui potrò parlare solo riuscendo a separare la mia emozione dalla riflessione su di una storia che racchiude una proposta: una chiave di lettura per una filosofia di vita. Da condividere, in tutto, in parte; con cui misurarsi.

Prima di poterne parlare, ho dunque riletto il libro – ne ho sentito l’esigenza immediata: per prenderne le distanze, per pormelo dinnanzi e vederlo?

Nel corso della prima lettura, è certo, vi ero finita immersa, vittima di una partecipazione totale: mi ero ritrovata personaggio tra i personaggi, a prender parte, a vivere dentro quel mondo.

Yaniv Iczkovits, “Tikkun, o la vendetta di Mende Speismann per mano della sorella Fanny”, Neri Pozza 2018

Traduzione dall’ebraico di Ofra Bannet e Raffaella Sardi

 

“Ci sono momenti nella vita di una nazione, pensa il tenente colonnello Novak, che ne preannunciano la fine. La fine comincia sempre con una piccola cosa, una cosa irrilevante.”

Auður Ava Ólafsdóttir, Hotel Silence”, Einaudi 2018. Traduzione di Stefano Rosatti.

In questi giorni mi ero prefissa di non acquistare nuovi libri; ho già un impegno importante con letture che attendono sul mio tavolo e che desidero leggere; con attenzione, con tranquillità. MI sono addirittura presa una consistente fetta di tempo-vacanza, anche per questo. E tuttavia, lo sappiamo tutti come va, due passi in centro, l’amica entra alla libreria Einaudi, un saluto al libraio, due chiacchiere mentre io gironzolo, guardo libri, accarezzo copertine, sfoglio qualche pagina ed esco con un libro in mano – l’autrice islandese dal nome impronunciabile e conosciuto, di cui qualcosa avevo annusato – sì, sono certa di aver letto di lei e di aver preso tra le mani un suo precedente libro, per poi riporlo dopo una veloce scorsa alla quarta di copertina, all’incipit e no, non faceva per me, non in quel momento.

Elvis Malaj, “Dal tuo terrazzo si vede casa mia”, Racconti edizioni 2017

Un bel libro. Candidato allo Strega; che forse non vincerà; un libro che forse neppure entrerà nella cinquina finalista: pure se dovrebbe. Potrebbe.  Vincere lo Strega, dico. Mi piacerebbe che questo avvenisse, mi piacerebbe davvero molto.

Una piccola casa editrice, giovanissima, due soli anni di vita ma che occupa, nella produzione libraria italiana, un suo spazio, forse di nicchia ma assolutamente interessante. Un giovane autore alla sua prima prova, dotato di un linguaggio originale, che scorre, dialogico, parlato, rivelando una cura preziosa della lingua; una cura che permea di sé anche un turpiloquio della quotidianità ben collocato, con caratteristiche che mi riportano alla mente, senza che vi sia relazione alcuna tra i due libri, il linguaggio di Raymond Queneau in “Zazie nel metro” (qui).

        Una storia per la vita

Michael Ende

LA STORIA INFINITA”,

Dalla A alla Z

con capilettera di

Antonio Bassi

traduzione di

Amina Pandolfi

Longanesi & C – Milano

1987

 

Grace Paley, “Fedeltà”, minimum fax 2011. Traduzione di Livia Brambilla e Paolo Cognetti.

 

Dopo Raymond Carver e Donald Barthelme – è trascorso un po’ di tempo ma era passato da queste parti anche il poco più anziano William Saroyan  – è necessario chiudere, per il momento, con quel tempo e quei narratori.

Vorrei farlo con un ritorno a Grace Paley (1922 – 2007), e alla Poesia che, a ben vedere, è la matrice di tutti i Racconti. Non ci possono essere dubbi: dentro ad ogni buon racconto opera un poeta, che ha scelto un linguaggio un po’ diverso, solo in apparenza più accessibile; che si è dilettato utilizzando un leggero mascheramento, tra cronaca e fiaba.

Raymond Carver, “Di cosa parliamo quando parliamo d’amore”, Einaudi 2015

Raymond Carver, “Cattedrale”, Einaudi 2011

 

I racconti brevi hanno una caratteristica. Alla rapidità di lettura fa da contrappeso una permanenza nel nostro ricordo di tipo particolare. Il racconto rimane, prima che nella nostra memoria, nella nostra immaginazione come qualcosa che ci appartiene, nella cui elaborazione ulteriore ci troviamo presi, come se la storia ce l’avesse raccontata un amico, a casa nostra, a casa sua, nel corso di una chiacchierata serale tra amici, del genere “hai saputo del tale?”, come se il finale, o anche i dettagli all’interno della storia, fossero modificabili, diversamente interpretabili. Come se potessimo, anzi, come se ci accingessimo a, discuterne.

Donald Barthelme, “Atti innaturali, pratiche innominabili”, Minimum Fax 2005. Traduzione di Ranieri Carano. Prefazione di Aimée Bender

Donald Barthelme, “La vita in città” Minimum Fax 2013. Traduzione e Prefazione di Vincenzo Latronico

 

 Ho detto, credo, altre volte, il mio amore per i racconti, anche se di rado ne propongo la lettura.

John Fante, “Chiedi alla polvere”, Einaudi 2016

Traduzione di Maria Giulia Castagnone

Introduzione di Alessandro Baricco

 

Nessuna possibilità. Dico davvero. Non avrò alcuna possibilità di dire qualcosa di questo libro. Non è un libro: è un pezzo di vita e ogni parola è quel momento lì, quel sentimento, quel fatto, quella rabbia; felicità, senso di colpa, dolore, angoscia, bellezza vissuta e allegria; fiducia, totale, in sé e nel mondo; piacere di vivere. Ogni parola non potrebbe essere altro che quella, nessun sostituto possibile e impossibile ogni altro ritmo.

Potrò solo parlare di emozioni.

Klaus Mann, “Mephisto. Romanzo di una carriera”, Feltrinelli 2007

Introduzione di Goffredo Fofi. Traduzione di Fulvio Ferrari e Marco Zapparoli

 

Incipit. “Sembra che ultimamente in un centro industriale della Germania occidentale siano stati condannati più di ottocento lavoratori in un unico processo, e tutti a elevate pene detentive”

(…) “Ma i salari sono proprio così spaventosamente bassi?”

Thomas Pynchon, “L’incanto del lotto 49”, Einaudi 2005. Traduzione di Massimo Bocchiola

Mi ero pregustata la lettura di questo libro, unitamente al piacere di una riflessione da condividere, qui, con altri lettori. Non è andata così.

Si tratta di un piccolo libro di grande importanza, del quale scelgo tuttavia, superata la metà del testo, di non terminare la lettura. Non ora. Sarebbe improduttivo. La sprecherei.

Non è stata, tuttavia, una parziale lettura inutile: ha consentito un inizio di pensiero sul periodo, sul genere, su ciò che necessita perché questo libro possa essere letto come merita. Insieme a una domanda sul libro stesso, sul suo essere forse prigioniero di un tempo, per linguaggio, sensibilità, contesto storico.

William Saroyan, “La commedia umana”, Marcos y Marcos 2010

Traduzione di Cludia Tarolo e Marco Zapparoli

 

Un’emozione profonda, la lettura di questo romanzo, che può essere considerato la summa dell’opera di Saroyan. Non lungo, eppure sufficiente per una lettura senza fine.

Ogni breve capitolo un’esperienza, un’intera storia di vita in un bozzetto che si apre ad ogni personaggio che incontreremo seguendo Homer, quattordici anni, e Ulysses, quattro anni, i due figli minori della famiglia Mcauley, che abita ad Ithaca, Stato di New York.

Daniel Pennac, “Signori bambini”, Feltrinelli 2000

Traduzione di Yasmina Melaouah

 

“E vi diranno che i bambini sono cambiati! Se così fosse, un professore come Crastaing sarebbe rinchiuso in una clinica tutta bianca a incollare i pezzi di una identità polverizzata dal bazooka della modernità infantile. Invece Crastaing è qui. Regna come un macigno, e gli sbarbati nemmeno fiatano”

Abbiamo avuto tutti un professor Crastaing, e il bello è che, riguardando le cose a posteriori, non è stato del tutto un elemento negativo della nostra infanzia. Ha ricoperto il ruolo dell’orco delle fiabe cui, alla fine, non è mai riuscito di mangiarsi, se non per nomea mai comprovata, un solo bambino; ed ha fatto, lui, una brutta fine, lasciandoci una grande soddisfazione e un piccolo moto di tenerezza.

Cosa ne sarebbe stato di qualunque infanzia se non avesse appreso a sconfiggere l’orco? Se non si fosse potuta misurare con l’amore, mal espresso ma tanto tanto utile, di un orco?

E. M. Cioran, La caduta nel tempo, Adelphi 1995

Pubblicazione e Traduzione sotto la direzione di Mario Andrea Rigoni

Devo confessare una fascinazione che mi prende, sempre, quando leggo Cioran. Mi prende lo stupore per la densità e la precisione delle sue parole, che non di rado incontrano, regalando un senso di vertigine, l’impossibilità di accogliere ciò che scrive, ne verrebbe a rischio ogni serenità mentale; sento la tranquillità con cui infine sarà non solo possibile ma addirittura facile, direi risolutivo per la propria pace interiore, accoglierle, aderendovi nel sentimento profondo della meta raggiunta, in cui il pensiero può finalmente riposare: