Abraham B. Yehoshua, “Il tunnel”, Einaudi 2018

Traduzione di Alessandra Shomroni

 

Il libro stava da un po’ di tempo, sul mio tavolo, in attesa. Era un ottimo libro, che mi doveva regalare, come infatti è avvenuto, un buon tempo di lettura dal quale, senza scosse, avrei ricavato di che trattenere, sviluppare, pensieri e, sì, un utile, vivificante permanere di domande prive di ansia e di risposta: pacificate direi; disponibili ad attendere il proprio tempo, avendo trovato almeno uno, due punti fermi, capaci di dare un senso, personalissimo, alla vita.

Antoine Volodine

C’è quel particolare momento in cui, nel girovagare tra libri i più diversi, ci imbattiamo in un autore a noi sconosciuto: a noi, beninteso.

Solitamente accade nei giorni in cui, per i motivi più disparati, tra noi e i libri che stiamo leggendo, si è venuta a creare quella certa atmosfera da matrimonio di lunga data: ci si ama, certo, o forse l’espressione più adatta sarebbe “ci si vuole molto bene”, e anche quel po’ di noia è rassicurante. È una conferma.

Eppure, qualcosa manca. Lo stupore, la scoperta; con quella punta di desiderio di andare a vedere cosa c’è là fuori, mentre si arretra, ci si rifugia nella sicurezza di ciò che è noto, amando e riconoscendo i propri compagni di vita (plurale, attenzione: stiamo parlando dei libri, dei compagni di una vita che non si lasciano mai!).

Segue, come promesso: la piccola bibliotechina (in parte) dimenticata. Magari solo una piccola scelta. Un piccolo esercizio di zonizzazione della lettura.

Vediamo. Ci sono, di Marco Malvaldi, tre piacevolissimi racconti: “Non si butta via nulla”, “Azione e reazione” e “A bocce ferme”.

Ho una regola: di alcune case editrici, e di alcuni autori, acquisto solo il cartaceo. Tra queste, c’è Sellerio. Fino a poco tempo fa, la regola non era mai stata derogata. Questi tre Malvaldi hanno costituito l’eccezione a motivo del fatto che trovo davvero poco interessante comperare “1 Racconto 1”. Piacevole, certo, ma scelgo, è una speranza, di attendere il giorno in cui Sellerio ne pubblicherà la raccolta.

Strana gente “i lettori”. Meglio sarebbe dire: strana non-categoria.

Perché i lettori sono gente, che attua un insieme di comportamenti che più vario non si può, non una categoria; e forse dovrei dire strana la gente – e dunque anche i lettori. I falsi sillogismi possono tornare utili; quando una incongruenza è difficile da mettere a fuoco.

Essere una lettrice, un lettore: ognuno a modo suo; chi legge cosa, quando, quanto, come e perché. Non esiste, nel nostro mondo, chi non legge “mai”, “nulla”. Tra i due insiemi – lettori e non-lettori – non esiste una vera soluzione di continuità.

Thomas Mann, “La montagna incantata”, Corbaccio 2011

Avevo anticipato questa rilettura in corso più di un mese fa. (qui: per una breve sinossi).

Ora, lungi da me l’idea, non osabile, di una recensione di questo capolavoro, e invece il desiderio di raccontare sprazzi di un’esperienza di lettura; unica, frutto, certo, di un “incantesimo” che l’autore ha operato: su di me. Su di sé? Per fuggire il mondo che, dopo la tragedia della Grande Guerra, vedeva evolvere in pazzia una pace mai stata.

È il momento, credo, di aggiornare un mio vecchio post, datato 8 maggio 2018, in cui commentavo l’attesa di una nuova traduzione, uscita prevista per ottobre-novembre 2018, a cura di Ottavio Fatica, di “La compagnia dell’Anello. Il signore degli anelli”, per la casa editrice Bompiani. (qui: ).

La notizia era apparsa su «Robinson», inserto culturale del quotidiano La Repubblica, nonché sul sito dell’Associazione Italiana Studi Tolkieniani e segnatamente in un’intervista rilasciata dallo stesso Ottavio Fatica a Loredana Lipperini.

Ora, novembre è trascorso, così pure dicembre, e gennaio del nuovo anno se ne sta andando mentre io, in questo tempo, ad ogni accesso in librerie diverse, chiedevo: ci sono notizie di…su…?

Agota Kristof, “Ieri”, Einaudi 1997

Ieri era tutto più bello

La musica tra gli alberi

Il vento nei miei capelli

E nelle tue mani tese

Il sole

 

È stato questo, leggo da qualche parte, l’ultimo romanzo di Agota Kristof (qui). Dev’essere così. Ne ha la qualità. In certo qual modo lo dichiara; in un modo infine riappacificato – no: in un modo che ha accolto un patto, un obbligo – con la vita.

L’anno nuovo ha accumulato libri sul mio tavolo. Regali e auto-regali.

Nel mentre, sto ancora leggendo “La montagna incantata”, intercalandone la lettura con qualche racconto, romanzo breve, con qualche spezzone di vecchi libri improvvisamente desiderati, con un piacere e un ritmo lento inusuali.

Il libro di Thomas Mann narra la vicenda di Hans Castorp, giovane ingegnere amburghese, deuteragonista il cugino Joachim Ziemssen, suo coetaneo, militare di carriera, che si trovano ricoverati nel sanatorio Berghof a Davos sulle montagne della Svizzera.  Fanno da contorno alla loro storia, oltre a dei comprimari, spezzoni di altre vite, di medici e pazienti, dentro un tempo sospeso.

È sicuramente necessario chiudere quest’anno. Non, per la verità, allo scopo di aprire la porta di casa al nuovo anno con grande entusiasmo. Io – non so voi – non provo un grande desiderio di brindare all’anno che verrà. Non sono preda di grandi (e per la verità neppure piccole) aspettative. C’è molto da temere nell’aria del mondo. E di casa nostra.

Qualcosa come il covare seri timori può, tuttavia, produrre l’effetto (controintuitivo, per non dire paradossale) di accendere una piccola fiammella di speranza. Mi ci aggrappo, mentre trovo in me il bisogno di individuare, riconoscere, LEGGERE, un SEGNO, per me, di chiusura di quest’anno; un piccolo segno capace di aprire una piccola speranza per i giorni a venire; qualcosa che, per aprire la porta ad un futuro degno, mi suggerisca una qualità compiuta dell’anno ormai trascorso.

verso un altra estate_janet_frame_recensioneRipropongo un’autrice che amo molto. Che, tuttavia, va assunta, credo, a piccole dosi. Ma con regolarità.

A suo modo, un’autrice, forse, pericolosa: non si è più gli stessi dopo averla letta; in particolare, attraverso le pagine di questo suo libro. Qualcosa, chiuso il libro, sarà cambiato in noi. Ci sarà stato regalato (con lo stupore, anche con qualcosa che può essere assimilato al dolore di una rinascita) un nuovo sguardo sul mondo, liberato dalla foschia dei nostri giorni affannati.

 

Janet Frame,Verso un’altra estate, Neri Pozza Editore 2012

…e dalla loro baia tormentata/ Svaniscono i chiurli verso un’altra estate./ Ovunque tra luce e quiete mormora/L’ombra della partenza: l’orizzonte ci guarda;/ E nessuno sa dove andrà a coricarsi la notte. (Charles Brasch, da “The Islands“)

 Tra le opere di Janet Frame, questo è il romanzo-racconto che l’autrice non ha voluto fosse pubblicato finché lei era in vita. Lo considerava troppo “personale”.

Lo è: per tutti e per ciascuno a modo proprio, nel modo in cui i fantasmi che ognuno porta dentro di sé leggono il proprio mondo e i modi del proprio posto nel mondo.

Identità e violenzaSono trascorsi dodici anni da quando – era, credo, il 2006 – Amartya Sen ci ha regalato questo suo libro. Dopo le Torri Gemelle, Il problema dell’altro-nemico era, credevamo, al suo massimo. Ne avevo proposto la lettura – era il maggio 2015 – a distanza di nove anni; e a distanza di un anno dall’apertura di questo spazio, senza poter dare a questo libro una almeno minima visibilità.

Il libro è sempre in circolazione. Le edizioni sono state multiple; ed è purtroppo un libro sempre molto attuale. Che contiene, in chiusura, una speranza – razionale, limitata – che Amartya Sen esprime con il suo linguaggio caldo, semplice, chiaro, che aiuta chi lo condivide a trovare le parole giuste, e pacate, per dirlo: cosa non sempre facile.

Ve lo ripropongo: in questi giorni che non riesco a descrivere se non come paurosi.

 

Amartya Sen, “Identità e violenza”, Laterza 2006 (4a edizione 2011)

L’Islam”, “i musulmani”, “i cristiani”, “lo scontro tra civiltà”, “loro”, “noi“. Sen affronta il tema dell’identità e del come questa diventi, necessariamente, una “identità violenta” quando, ponendosi come il tutto che definisce una persona, cancella la molteplicità delle appartenenze che ci caratterizzano. E questo avviene, in particolare, quando un’identità, resa cosignificante del tutto di un essere umano, è quella etnica (qualsiasi cosa ciò significhi, mi permetto di aggiungere) e religiosa.

È probabile, quasi certo, che la libraia virtuale si prenderà un periodo di ferie, fino alla conclusione dell’anno. Magari non del tutto, ma per lo più. Salvo fatti, o letture, eccezionali, di cui non possa trattenersi dal dar conto immediato.

La libreria, ovviamente, rimane sempre aperta ai visitatori, sempre graditissimi: è il grande vantaggio del virtuale. Rimarrà naturalmente sempre attiva anche l’attenzione alle novità che gli altri blog amici proporranno, e il colloquio, il confronto. Solamente, non troverete, per il momento, nuove proposte di lettura, che cercherò, nel caso, di accumulare per un buon avvio del nuovo anno.

Dubito che questo pezzo abbia un senso, ma mi va di condividerlo. Suggerito da una conversazione privata, uno scambio sul tema della dipendenza, nella fattispecie dal fumo, e sull’opportunità di abbandonarla, ha dato luogo a un mio, privatissimo, momento di gioco a ritrovare, in letteratura, momenti di sostegno alla mortifera e piacevole pessima abitudine. Pezzetti d’autore che desidero condividere, in allegria, pure se il tema, poi, passando a parlare di libri, non ha alcunché di piacevole.

Giuseppe Berto, “Oh Serafina! Fiaba di ecologia, di manicomio e d’amore”, Rusconi editore 1973

 

Le bancarelle: una volta al mese, a Treviso, sotto la Loggia dei Cavalieri, si tiene la “Mostra mercato del libro antico, raro, introvabile”. Cerco di non frequentarla con regolarità, a tutela delle finanze familiari e degli scaffali di casa. Capita, tuttavia, anche senza alcuna intenzione, di passare di lì, proprio nel giorno giusto.

Sono sempre le piccole cose a rallegrare la giornata: una copia, rivelatasi una prima edizione, Rusconi Editore 1973, di “Oh Serafina!” di Giuseppe Berto.  Un libro che mi mancava, di un autore che amo.