Finalmente! Il 30 ottobre uscirà, è ufficiale, “La compagnia dell’anello“, il primo libro de “Il signore degli anelli“, per l’attesissima traduzione di Ottavio Fatica.
Nikolaj Leskov, “Il pellegrino incantato. Il mancino”, e-book, realizzato con StreetLib Write, a cura di Bruno Osimo. Editore: Bruno Osimo
Nikolaj Leskov, “Il viaggiatore incantato”, Adelphi 2004. Traduzione di Tommaso Landolfi
Questa non è una recensione, che seguirà. Si tratta solo della cronaca di un’esperienza che desidero condividere a proposito di una lettura di un bel libro e di una evenienza editoriale particolare: per me; che probabilmente scopro l’acqua calda.
Ecco di cosa si tratta.
Vorrei riprendere da dove ero rimasta; dal pensiero sui libri capaci di superare il tempo. Al solito, è un tentativo per riconoscere, per trovare, un sentiero e non vagare, perduta, nel mio personale bosco dei libri, a rischio di incontrare il lupo – anche se, perché no: da un po di tempo gli incontri interessanti si rarefanno.
Come avevo cercato di dirlo, quel pensiero confuso? Dov’ero rimasta? Mentre fatico a tenere il segno.
Walter Benjamin, “Il Narratore. Considerazioni sull’opera di Nikolaj Leskov”, Einaudi 2011
Traduzione di Renato Solmi
Note a commento di Alessandro Baricco
Questo è un libro in corso di lettura. Un saggio breve di Walter Benjamin al quale, tuttavia, vorrei dedicare del tempo. E dedicarvi una riflessione condivisa, in cammino.
È un testo di agile e piacevole lettura, utile per raccogliere un pensiero e produrne altri, anche fuori tema, collaterali.
John Steinbeck, “La valle dell’Eden”, Bompiani 2014
Traduzione di Maria Baiocchi e Anna Tagliavini
“Quando sei bambino, sei il centro di tutto. Tutto succede per te. Gli altri? Solo fantasmi che sono lì perché tu abbia qualcuno con cui parlare. Ma quando cresci, occupi il tuo posto, hai certe dimensioni, una certa forma. Le cose vanno da te agli altri, e dagli altri a te. È peggio, ma è anche meglio.”
Avevo lasciato questo libro con la mia adolescenza. La mia età adulta lo aveva quasi scordato, dopo averlo letto fino alla consunzione delle pagine.
Talvolta ero raggiunta dal pensiero, che non si traduceva tuttavia, non ancora, in desiderio, di doverlo rileggere.
Ora credo di sapere il perché: ero adulta, avevo occupato, oppure ero intenta, o almeno così credevo, a occupare il mio posto, ad assumere la mia dimensione, la mia forma.
Sugli scaffali della mia libreria si segnala, con ben tre opere, pur non recensite, la presenza di Mark Twain. [i]
Ora, sono reduce dall’essermi goduta “Uno yankee alla corte di re Artù”, pronta a riporlo sullo scaffale trovando impari il compito di una sua adeguata restituzione – e dico impari perché le “storie”, i racconti, i reportages di Twain sono sempre <altro da> ciò che vi si racconta. In esse ogni frase è pietra fondante di un infinito discorso, mentre l’autore intercala, a commento delle sue storie, sintesi fulminee di pensieri che lasciano il lettore a gingillarsi con sani dubbi – nel piacere di una franca risata.

È stato un strano agosto.
Accumulo libri, attese di lettura che chiedono il giusto momento per venir apprezzate. Accumulo letture che apprezzo ma che, trascorso il breve tempo necessario a completarle, mi lasciano insoddisfatta. C’è qualcosa che non va, o forse manca qualcosa, nei nuovi libri che sto incontrando; qualcosa che non mi porta, se non in pochi casi, il desiderio di darne una restituzione.
Incontro cose già lette, storie che, sotto nuove apparenze, ripetono paradigmi noti. E penso che, certo, è anche l’età che porta con sé un ridotto interesse per temi in altri tempi di grande fascino.
Astrid LIndgren, “Pippi Calzelunghe“, Salani Editore 1988
Traduzione di Donatella Ziliotto e Annuska Palme Sanavio
In questo agosto troppo caldo e, diciamolo, preoccupante su molti fronti, la ricerca di “cosa leggo stasera” è un tormentone.
Sono distratta, fa caldo, sono stanca; alle prese con una serie infinita di desideri incerti, con la voglia di recuperare “libri mattone” che il momento, la cronaca a rischio di farsi biecamente storia, chiama a rileggere, ripensare; desideri che il caldo e la stanchezza afflosciano.
Così, sul mio tavolo si accumulano vecchi libri, senza un loro vero richiamo. O meglio, senza l’energia, la fiducia necessaria ad affrontarli.
Marco Presta, “Un calcio in bocca fa miracoli”, Einaudi 2011 “Sono un vecchiaccio. Dovrei dire che sono una […]
Parole scritte, parole cantate, in un altro tempo – che forse prefigurava?
Era un altro tempo?
Oggi le reincontro. Mi pare di non doverle perdere.
Ascanio Celestini, 2007
Cadaveri vivi
La proposta di legge dal titolo “Disposizioni per la promozione ed il sostegno della lettura”, presentata il 6 aprile 2018, è stata approvata dalla Camera dei Deputati con una maggioranza inconsueta: si è sfiorata l’unanimità. Non ci dovrebbero essere, dunque, dubbi, su di una prossima rapida approvazione definitiva; e ne dovremmo tutti gioire.
Umberto Eco, “Il fascismo eterno”, La nave di Teseo 2017
Il 25 aprile del 1995 Umberto Eco tenne un discorso presso il Dipartimento di Italiano e Francese alla Columbia University, per celebrare il cinquantenario della liberazione dell’Europa dal nazifascismo.
Pochi giorni prima, il 19 aprile, ad Oklahoma City era stato compiuto un grave attentato dinamitardo che aveva causato – leggo, per recuperare il ricordo -168 morti e 672 feriti. L’attentatore veniva, come si dice, dall’interno: si trattava di un veterano della Guerra del Golfo. Impazzito. Che in seguito fu condannato a morte tramite iniezione letale.
Kurt Vonnegut, “Perle ai porci, o Dio la benedica Mr. Rosewater”, Feltrinelli 2015
Leggere Vonnegut è sempre un’esperienza speciale. Si tratta di un autore prolifico che, dalla vetta di un’opera quale “Mattatoio n. 5 o la crociata dei bambini” (qui) ci ha lasciato opere caratterizzate, allo stesso livello, da un linguaggio agile, discorsivo, segnato da un fondo di umorismo che potrebbe essere definito solo dall’aggettivo “buono”; e da un messaggio carico di empatia per le persone, pur senza alcuna cecità verso i loro comportamenti.
Aprendo il libro, ci verrà detto da subito, quale incipit, che…
Avevo variamente e vagamente riflettuto sul fatto che “la lettura non è separabile da un “dove”, da un luogo – e soprattutto non da quel “dove” assoluto che è il mio ubi consistam, che viene con me ovunque io vada e che non mi può lasciare, con i connessi legami alla mia terra, alle mie relazioni, alla mia lingua.” (qui, e scusate l’autocitazione)
Ora, credo di non essere sola nel sentire un pericolo, l’attesa di un disfacimento dei nostri giorni, intesi come storia, lingua, cultura, comunità che si riconosce e, a partire da questo, riconosce e incontra altri.
La domanda non ha a che fare con un qualsivoglia confronto di <realtà>. Ha a che fare con un <racconto> che solo, se condiviso, può dar luogo ad un Noi, ad una comunità in cui vi sia reciproco riconoscimento. Vale per il singolo e vale per il gruppo: ciò che importa è, sempre, il racconto condiviso da trasmettere quale immagine di sé e di noi. Scegliendo, in coerenza, comportamenti e obiettivi che lo confermino. Sta tutto qua, credo.
