Con vari cambi di direzione e non solo, attiva dal 1925 al 1927. Da 1928 al 1936 con la condirezione di Curzio Malaparte.

Proseguendo una riflessione iniziata non molto tempo addietro (qui)  vorrei parlare di qualcosa di cui conosco, a dir poco, nulla. Di un prodotto rispetto al quale mi trovo nel ruolo della consumatrice, pure irregolare, e null’altro. Mi sto documentando, ma so bene che non lo potrò fare se non in termini molto generali, utili unicamente a chiedere un confronto – e possibilmente a ricevere informazioni. Potete aiutarmi?

La domanda è questa: Che sta avvenendo nel mondo delle riviste letterarie? È possibile fermare un’immagine di quel mondo che, in movimento come tutto intorno a noi, rende difficile una sua messa a fuoco? Ha un suo posto nella vita dei libri e dei lettori?

Donald Barthelme, “Atti innaturali, pratiche innominabili”, Minimum Fax 2005. Traduzione di Ranieri Carano. Prefazione di Aimée Bender

Donald Barthelme, “La vita in città” Minimum Fax 2013. Traduzione e Prefazione di Vincenzo Latronico

 

 Ho detto, credo, altre volte, il mio amore per i racconti, anche se di rado ne propongo la lettura.

Non ho dimenticato il mio proposito (qui) di tematizzare la narrativa per ragazzi – giovani – adolescenti; e sono giunta a una piccola, molto provvisoria, scelta, che lascia aperta tutta la grande difficoltà di discriminare una classe di età sempre più incerta, che si sta estendendo a rubare, da un lato, una quota di infanzia ai nostri bambini mentre dall’altro pare aver termine, per molti, per troppi, con l’entrata, ferocemente negata, nell’età anziana, a talloni puntati, scuotendo la testa e dicendo forsennatamente di no. Pietoso.

Terminata la rilettura di quel grande libro che è “La masseria delle allodole”, prima edizione Rizzoli 2004, non ne proporrò una recensione, pur invitando caldamente alla lettura chi non lo conoscesse. Mi limiterò a fornirne poche essenziali informazioni, per un motivo che dirò, pur trattandosi di un libro che, pregevole per scrittura e per la storia narrata, alla sua uscita ha avuto un immediato grande successo, tanto da venir meritatamente tradotto in ventun lingue e sempre rieditato. Ultima edizione 2015. È un libro di grande forza.

Giorni particolari. Non mi rimane che renderne conto e farne un argomento di possibile confronto.

Non era mai accaduto che, senza programmarlo, o quantomeno, annunciarlo, io interrompessi per tanti giorni la mia scrittura in questo spazio. È accaduto e sta accadendo: che si mescolino, invadendo il tempo e i modi della mia lettura, e della scrittura, temi e impegni personali – tipo bellissimi: fare la nonna! – con un abitare il mondo al peggio di sempre che frantuma lettura e scrittura.

Impossibile tuttavia non pensare che il peggio c‘è sempre stato; ai diversi livelli: della nostra povera irredimibile Italia, della nostra infingarda Europa, del mondo intero e lasciamo perdere gli aggettivi. Il peggio è una costante e, tema logico irresolubile, mostra sé ogni giorno di più.

John Fante, “Chiedi alla polvere”, Einaudi 2016

Traduzione di Maria Giulia Castagnone

Introduzione di Alessandro Baricco

 

Nessuna possibilità. Dico davvero. Non avrò alcuna possibilità di dire qualcosa di questo libro. Non è un libro: è un pezzo di vita e ogni parola è quel momento lì, quel sentimento, quel fatto, quella rabbia; felicità, senso di colpa, dolore, angoscia, bellezza vissuta e allegria; fiducia, totale, in sé e nel mondo; piacere di vivere. Ogni parola non potrebbe essere altro che quella, nessun sostituto possibile e impossibile ogni altro ritmo.

Potrò solo parlare di emozioni.

Klaus Mann, “Mephisto. Romanzo di una carriera”, Feltrinelli 2007

Introduzione di Goffredo Fofi. Traduzione di Fulvio Ferrari e Marco Zapparoli

 

Incipit. “Sembra che ultimamente in un centro industriale della Germania occidentale siano stati condannati più di ottocento lavoratori in un unico processo, e tutti a elevate pene detentive”

(…) “Ma i salari sono proprio così spaventosamente bassi?”

Allen Ginsberg, 1979

Allen Ginsberg, “Urlo” (“Howl”) La voce è tratta dall’omonimo film.

Completo questa breve disordinata e parzialissima visita alla beat generation e dintorni (qui e qui): non riesco a non chiudere con la poesia-manifesto da cui tutto è nato – e fa niente se non è proprio <così>, è uno dei tanti <così> di un fenomeno multiforme, di un percorso-sorgente dai tanti rivoli, genitore di molti fiumi, che ancora scorrono; o di cui, forse, oggi, stiamo assistendo alla fine, arrivati ad un mare ignoto (se non confondo l’esaurirsi di un percorso culturale con l’esaurirsi del mio personale percorso).

Thomas Pynchon, “L’incanto del lotto 49”, Einaudi 2005. Traduzione di Massimo Bocchiola

Mi ero pregustata la lettura di questo libro, unitamente al piacere di una riflessione da condividere, qui, con altri lettori. Non è andata così.

Si tratta di un piccolo libro di grande importanza, del quale scelgo tuttavia, superata la metà del testo, di non terminare la lettura. Non ora. Sarebbe improduttivo. La sprecherei.

Non è stata, tuttavia, una parziale lettura inutile: ha consentito un inizio di pensiero sul periodo, sul genere, su ciò che necessita perché questo libro possa essere letto come merita. Insieme a una domanda sul libro stesso, sul suo essere forse prigioniero di un tempo, per linguaggio, sensibilità, contesto storico.

Oggi, 31 gennaio 2018:

In questi giorni, non scrivo: il fatto è che sto leggendo. Perduta saltellante da un libro per ragazzi ad un altro, tra memorie ed emozioni vecchie e nuove – con qualche altro libro, intramezzato, interessante ma altamente a rischio di una lettura distratta.

Nel frattempo rigiro tra me e me il tema, le cui fila si aggrovigliano con i desideri.