Thomas Mann, “La montagna incantata”, Corbaccio 2011

Avevo anticipato questa rilettura in corso più di un mese fa. (qui: per una breve sinossi).

Ora, lungi da me l’idea, non osabile, di una recensione di questo capolavoro, e invece il desiderio di raccontare sprazzi di un’esperienza di lettura; unica, frutto, certo, di un “incantesimo” che l’autore ha operato: su di me. Su di sé? Per fuggire il mondo che, dopo la tragedia della Grande Guerra, vedeva evolvere in pazzia una pace mai stata.

Agota Kristof, “Ieri”, Einaudi 1997

Ieri era tutto più bello

La musica tra gli alberi

Il vento nei miei capelli

E nelle tue mani tese

Il sole

 

È stato questo, leggo da qualche parte, l’ultimo romanzo di Agota Kristof (qui). Dev’essere così. Ne ha la qualità. In certo qual modo lo dichiara; in un modo infine riappacificato – no: in un modo che ha accolto un patto, un obbligo – con la vita.

È sicuramente necessario chiudere quest’anno. Non, per la verità, allo scopo di aprire la porta di casa al nuovo anno con grande entusiasmo. Io – non so voi – non provo un grande desiderio di brindare all’anno che verrà. Non sono preda di grandi (e per la verità neppure piccole) aspettative. C’è molto da temere nell’aria del mondo. E di casa nostra.

Qualcosa come il covare seri timori può, tuttavia, produrre l’effetto (controintuitivo, per non dire paradossale) di accendere una piccola fiammella di speranza. Mi ci aggrappo, mentre trovo in me il bisogno di individuare, riconoscere, LEGGERE, un SEGNO, per me, di chiusura di quest’anno; un piccolo segno capace di aprire una piccola speranza per i giorni a venire; qualcosa che, per aprire la porta ad un futuro degno, mi suggerisca una qualità compiuta dell’anno ormai trascorso.

verso un altra estate_janet_frame_recensioneRipropongo un’autrice che amo molto. Che, tuttavia, va assunta, credo, a piccole dosi. Ma con regolarità.

A suo modo, un’autrice, forse, pericolosa: non si è più gli stessi dopo averla letta; in particolare, attraverso le pagine di questo suo libro. Qualcosa, chiuso il libro, sarà cambiato in noi. Ci sarà stato regalato (con lo stupore, anche con qualcosa che può essere assimilato al dolore di una rinascita) un nuovo sguardo sul mondo, liberato dalla foschia dei nostri giorni affannati.

 

Janet Frame,Verso un’altra estate, Neri Pozza Editore 2012

…e dalla loro baia tormentata/ Svaniscono i chiurli verso un’altra estate./ Ovunque tra luce e quiete mormora/L’ombra della partenza: l’orizzonte ci guarda;/ E nessuno sa dove andrà a coricarsi la notte. (Charles Brasch, da “The Islands“)

 Tra le opere di Janet Frame, questo è il romanzo-racconto che l’autrice non ha voluto fosse pubblicato finché lei era in vita. Lo considerava troppo “personale”.

Lo è: per tutti e per ciascuno a modo proprio, nel modo in cui i fantasmi che ognuno porta dentro di sé leggono il proprio mondo e i modi del proprio posto nel mondo.

Identità e violenzaSono trascorsi dodici anni da quando – era, credo, il 2006 – Amartya Sen ci ha regalato questo suo libro. Dopo le Torri Gemelle, Il problema dell’altro-nemico era, credevamo, al suo massimo. Ne avevo proposto la lettura – era il maggio 2015 – a distanza di nove anni; e a distanza di un anno dall’apertura di questo spazio, senza poter dare a questo libro una almeno minima visibilità.

Il libro è sempre in circolazione. Le edizioni sono state multiple; ed è purtroppo un libro sempre molto attuale. Che contiene, in chiusura, una speranza – razionale, limitata – che Amartya Sen esprime con il suo linguaggio caldo, semplice, chiaro, che aiuta chi lo condivide a trovare le parole giuste, e pacate, per dirlo: cosa non sempre facile.

Ve lo ripropongo: in questi giorni che non riesco a descrivere se non come paurosi.

 

Amartya Sen, “Identità e violenza”, Laterza 2006 (4a edizione 2011)

L’Islam”, “i musulmani”, “i cristiani”, “lo scontro tra civiltà”, “loro”, “noi“. Sen affronta il tema dell’identità e del come questa diventi, necessariamente, una “identità violenta” quando, ponendosi come il tutto che definisce una persona, cancella la molteplicità delle appartenenze che ci caratterizzano. E questo avviene, in particolare, quando un’identità, resa cosignificante del tutto di un essere umano, è quella etnica (qualsiasi cosa ciò significhi, mi permetto di aggiungere) e religiosa.

Giuseppe Berto, “Oh Serafina! Fiaba di ecologia, di manicomio e d’amore”, Rusconi editore 1973

 

Le bancarelle: una volta al mese, a Treviso, sotto la Loggia dei Cavalieri, si tiene la “Mostra mercato del libro antico, raro, introvabile”. Cerco di non frequentarla con regolarità, a tutela delle finanze familiari e degli scaffali di casa. Capita, tuttavia, anche senza alcuna intenzione, di passare di lì, proprio nel giorno giusto.

Sono sempre le piccole cose a rallegrare la giornata: una copia, rivelatasi una prima edizione, Rusconi Editore 1973, di “Oh Serafina!” di Giuseppe Berto.  Un libro che mi mancava, di un autore che amo.

Neil Gaiman, “American Gods”, Oscar Mondadori

Traduzione di Katia Bagnoli

 

Avvertenza per i viaggiatori”: così inizia la storia. Una anomala forma di disclaimer, con la quale l’autore definisce il genere – narrativa – cui appartengono le pagine che seguiranno; nonché ciò che, in tali pagine, trova corrispondenza nella realtà – ad esempio alcuni luoghi – e ciò che non possiede tale corrispondenza. E conclude affermando:

Va da sé che tutte le persone vive o morte, nominate nel libro, sono frutto della mia immaginazione, oppure usate in modo immaginario. Soltanto gli dei sono reali.”

Wolfram Eilenberger, “Il tempo degli stregoni. 1919 – 1929. Le vite straordinarie di quattro filosofi e l’ultima rivoluzione del pensiero”, Feltrinelli 2018

Traduzione dal tedesco di Flavio Cuniberto[i]

 

È stata una lettura lenta, godibile e goduta. È stata pure una lettura che mi ha suscitato un qualche disagio, una qualche riserva mal chiarita, anche mentre mai avrei lasciato la pagina che, lungo tutto il libro, mi teneva avvinta.

È stata una lettura che ha provocato in me una vera e propria urgenza di altri libri da leggere; che ha provocato la riemersione di testi abbandonati da tempo e di testi mai letti, da recuperare.

È stata dunque una lettura fruttuosa. Segnata tuttavia da una riserva, unita al timore di scoprirmi ingenerosa, di scoprirmi a volere la luna. Capita, quando un libro suscita speranze eccessive, per qualche motivo indecifrabile, anche solo per un buon incipit, come questo:

Pat O’Shea, “La pietra del vecchio pescatore”, TEA 2010

Titolo originale: “The Hounds of the Morrigan”

Traduzione di Pier Francesco Paolini

 

Come accade che, tra le mani, ti arrivi un libro, datato e a te sconosciuto, quello giusto per il tuo desiderio e per la particolarità del momento? A me è arrivata notizia, subito colta, di questo libro in quanto citato in un altro libro: un riferimento en passant, come si trattasse di una storia che tutti conoscono.

Segue: (da qui)

Il Novecento. Anni ’30. Il Commissario De Vincenzi indaga. Ed è, per me che leggo, una Milano dei ricordi; di una bambina molto piccola, giorni e settimane a casa dei nonni, Porta Genova, Porta Ticinese, quartieri, allora, popolari, di case a ringhiera; i Navigli, il Parco Solari; il cono di “latte e miele”, panna montata con una spruzzata di cannella, mai più gustato.

Si andava, Via Cesare Correnti, Via Torino, a Piazza al Duomo, e a Piazza della Scala – era bello, lo è ancora, lo sferragliare del tram. Ma si andava anche a piedi, e la città ad ogni incrocio, si faceva più splendente.

Questa non è una recensione. Anche se c’è un libro, la cui lettura mi piacerebbe condividere; con il desiderio, tuttavia, di ricercare il particolare legame che un libro, e forse qualcuno più di altri (ma non è detto), intreccia con la vita del suo lettore; con una storia individuale, nel tempo e nei giorni in cui viene letto.

Quando vita e lettura si intrecciano, il libro colora le esperienze, che a loro volta segneranno le pagine con le luci e le ombre del nostro personale tempo.

Avviene che i ricordi portino a mutare la sostanza della pagina letta, venendone a loro volta mutati. Capita, di scoprirsi incerti tra l’aver vissuto un qualcosa in prima persona e l’averne letto, dentro una singolare mescolanza di esperienze. Trasformati dal nostro particolare, i libri faranno di noi la persona che siamo, sempre provvisoriamente. Le pagine lette intruderanno gli eventi della nostra vita, modificandone la forma.

Katherine Mansfield, “Viaggio in Urewera”, Adelphi 2015; a cura di Nadia Fusini

Kathrine Mansfield, “Tutti i racconti”, Adelphi – due volumi

A cura di Nadia Fusini

 

Tutti i racconti

Si può ben dire che, nella scrittura di Katherine Mansfield, i racconti coprono, traducono, tutta la sua esperienza della vita che la circonda; tutto il suo essere nel mondo; tutto ciò che del mondo, della gente, della natura in tutte le sue forme, nutre il suo bisogno; sono vita che lei incorpora – tutti i sensi costantemente all’erta – per tutto restituire.

Nella struttura che KM imprime alla sua creazione si rivela la musicista – il violoncello, l’altro suo strumento, è, dopotutto, una voce umana: alla fine il suo mezzo, la parola scritta, sarà uno spartito, che si impone al lettore-esecutore; che potrà interpretarlo sulle proprie corde e purtuttavia senza poterne deviare.

Karen Blixen, “Ehrengard”, Adelphi 1979.

Traduzione di Adriana Motti

 

“Una vecchia dama raccontò questa storia.”

Questa mia storia, ella cominciò, è avvenuta centovent’anni or sono (…). (…) Gli uomini e donne che allora contribuirono al suo svolgimento, e per i quali essa fu una questione di vita o di morte, sono tutti scomparsi da un pezzo. Può darsi che adesso, davanti al trono dell’Agnello, si scambino ogni tanto un sorriso e un accenno: “Oh sì! E vi ricordate…?” Le strade e i sentieri lungo i quali essa trascorse sono ormai sommersi dalle erbacce, non si riesce nemmeno a trovarli

J.R.R. Tolkien, “Il cacciatore di draghi”, Bompiani 2015, VI edizione

Illustrato da Pauline Baynes – curato da Cristina Scull e Wayne G. Hammond

Traduzione di Isabella Murro

 

Non è possibile, o quantomeno non lo è per me, parlare di una favola. È necessario, al meglio, ascoltarla; quantomeno leggerla, specialmente quando è scritta da un vero grande cantastorie.

Un piacere senza tempo. Una delle grandi forme attraverso cui, da sempre, gli umani hanno appreso ciò che è necessario per affrontare bene la vita. Nei secoli, la favola è stata uno dei modi di trasmissione delle culture più efficaci, alla portata di tutti, un modo senza tempo.

Oggi sono spariti i cantastorie Ci sarebbe, c’è, il teatro: divenuto difficile da raggiungere, non più piacere di massa, di piazza.