Terminata la rilettura di quel grande libro che è “La masseria delle allodole”, prima edizione Rizzoli 2004, non ne proporrò una recensione, pur invitando caldamente alla lettura chi non lo conoscesse. Mi limiterò a fornirne poche essenziali informazioni, per un motivo che dirò, pur trattandosi di un libro che, pregevole per scrittura e per la storia narrata, alla sua uscita ha avuto un immediato grande successo, tanto da venir meritatamente tradotto in ventun lingue e sempre rieditato. Ultima edizione 2015. È un libro di grande forza.
Giorni particolari. Non mi rimane che renderne conto e farne un argomento di possibile confronto.
Non era mai accaduto che, senza programmarlo, o quantomeno, annunciarlo, io interrompessi per tanti giorni la mia scrittura in questo spazio. È accaduto e sta accadendo: che si mescolino, invadendo il tempo e i modi della mia lettura, e della scrittura, temi e impegni personali – tipo bellissimi: fare la nonna! – con un abitare il mondo al peggio di sempre che frantuma lettura e scrittura.
Impossibile tuttavia non pensare che il peggio c‘è sempre stato; ai diversi livelli: della nostra povera irredimibile Italia, della nostra infingarda Europa, del mondo intero e lasciamo perdere gli aggettivi. Il peggio è una costante e, tema logico irresolubile, mostra sé ogni giorno di più.
John Fante, “Chiedi alla polvere”, Einaudi 2016
Traduzione di Maria Giulia Castagnone
Introduzione di Alessandro Baricco
Nessuna possibilità. Dico davvero. Non avrò alcuna possibilità di dire qualcosa di questo libro. Non è un libro: è un pezzo di vita e ogni parola è quel momento lì, quel sentimento, quel fatto, quella rabbia; felicità, senso di colpa, dolore, angoscia, bellezza vissuta e allegria; fiducia, totale, in sé e nel mondo; piacere di vivere. Ogni parola non potrebbe essere altro che quella, nessun sostituto possibile e impossibile ogni altro ritmo.
Potrò solo parlare di emozioni.
Solitamente parliamo, in questo spazio, di libri e del mondo in cui essi vivono – le librerie, le […]
Klaus Mann, “Mephisto. Romanzo di una carriera”, Feltrinelli 2007
Introduzione di Goffredo Fofi. Traduzione di Fulvio Ferrari e Marco Zapparoli
Incipit. “Sembra che ultimamente in un centro industriale della Germania occidentale siano stati condannati più di ottocento lavoratori in un unico processo, e tutti a elevate pene detentive”
(…) “Ma i salari sono proprio così spaventosamente bassi?”

Allen Ginsberg, “Urlo” (“Howl”) La voce è tratta dall’omonimo film.
Completo questa breve disordinata e parzialissima visita alla beat generation e dintorni (qui e qui): non riesco a non chiudere con la poesia-manifesto da cui tutto è nato – e fa niente se non è proprio <così>, è uno dei tanti <così> di un fenomeno multiforme, di un percorso-sorgente dai tanti rivoli, genitore di molti fiumi, che ancora scorrono; o di cui, forse, oggi, stiamo assistendo alla fine, arrivati ad un mare ignoto (se non confondo l’esaurirsi di un percorso culturale con l’esaurirsi del mio personale percorso).
S. Francisco anno 1953, apertura della libreria City Lights, di Lawrence Ferlinghetti e Peter D. Martin[i]: un luogo simbolico, se volessimo fissare, in un giorno e in un’ora che non conosco, la data di nascita della beat generation.
Thomas Pynchon, “L’incanto del lotto 49”, Einaudi 2005. Traduzione di Massimo Bocchiola
Mi ero pregustata la lettura di questo libro, unitamente al piacere di una riflessione da condividere, qui, con altri lettori. Non è andata così.
Si tratta di un piccolo libro di grande importanza, del quale scelgo tuttavia, superata la metà del testo, di non terminare la lettura. Non ora. Sarebbe improduttivo. La sprecherei.
Non è stata, tuttavia, una parziale lettura inutile: ha consentito un inizio di pensiero sul periodo, sul genere, su ciò che necessita perché questo libro possa essere letto come merita. Insieme a una domanda sul libro stesso, sul suo essere forse prigioniero di un tempo, per linguaggio, sensibilità, contesto storico.
Temo di dover sospendere, per un breve periodo, le pubblicazioni sul blog – spero per soli ulteriori pochi […]
È un grande piacere partecipare al booktag #Olibriadi, nominata a farlo da “Fall in books”, un blog che seguo e che ringrazio molto.
Un “gioco” interessante, divertente e produttivo.
Trascrivo innanzitutto le regole per partecipare:
In questi giorni, non scrivo: il fatto è che sto leggendo. Perduta saltellante da un libro per ragazzi ad un altro, tra memorie ed emozioni vecchie e nuove – con qualche altro libro, intramezzato, interessante ma altamente a rischio di una lettura distratta.
Nel frattempo rigiro tra me e me il tema, le cui fila si aggrovigliano con i desideri.
Avevo preannunciato (si fa per dire) il tema qui, continuando ad accennarvi qui; ed è almeno un mese che rimugino, scrivo, elimino. Con poco risultato.
Non so voi; io, trovo molto difficile mettere a fuoco cosa si intenda quando si parla di “Narrativa per ragazzi”: mentre lascio, fino ad un certo punto, inesplorato il mondo della “Narrativa per l’infanzia” e per la “prima infanzia”, senza peraltro porre confini a queste fasi, diverse da bambino a bambino.
William Saroyan, “La commedia umana”, Marcos y Marcos 2010
Traduzione di Cludia Tarolo e Marco Zapparoli
Un’emozione profonda, la lettura di questo romanzo, che può essere considerato la summa dell’opera di Saroyan. Non lungo, eppure sufficiente per una lettura senza fine.
Ogni breve capitolo un’esperienza, un’intera storia di vita in un bozzetto che si apre ad ogni personaggio che incontreremo seguendo Homer, quattordici anni, e Ulysses, quattro anni, i due figli minori della famiglia Mcauley, che abita ad Ithaca, Stato di New York.

Chiuse le festività, il nuovo anno è veramente iniziato. Faccio il bilancio di quanto di nuovo c’è sul mio tavolo, in attesa di lettura: un buon piccolo gruzzolo, tre libri in particolare che desidero leggere al punto da non saper decidere con quale iniziare.
William Saroyan, “La commedia umana”, Marcos y Marcos 2010
Thomas Pynchon, “L’incanto del lotto 49”, Einaudi 2005
Klaus Mann, “Mephisto”, Feltrinelli 2007
