“Parliamone” ancora, solo per poco, di una lingua italiana divenuta, nel corso di centocinquant’anni, patrimonio comune di un popolo, contribuendo a farlo divenire (più o meno) una “nazione”; integrandosi, in effetti, senza sostituirle, a una confusione, ma anche ad un amalgama, di lingue e dialetti diversi; che, a loro volta, hanno fornito e acquisito vocaboli, costruzioni, contribuendo al modificarsi della lingua nazionale, materia vivente che assume la forma del mondo che è chiamata ad esprimere.
Primo Levi, “La chiave a stella”, Einaudi 2006
Dopo una riflessione sul tema della buona salute o meno della nostra lingua italiana, del suo supposto decadere, del confine incerto che intercorre tra il suo impoverimento, e non invece, o anche, il suo svilupparsi, cambiare, materia vivente che si adatta al tempo e ai bisogni diversi dei parlanti; dopo questo, è stato quasi inevitabile ritrovarmi tra le mani il Primo Levi di “La chiave a stella”.
“È chiaro ormai da molti anni che alla fine del percorso scolastico troppi ragazzi scrivono male in italiano, leggono poco e faticano a esprimersi oralmente. (…) servono interventi urgenti”.
È l’incipit della lettera che seicento tra docenti universitari e personalità del mondo della cultura hanno indirizzato al Governo italiano, chiedendo provvedimenti.
Devo dire che, di primo acchito, sono rimasta perplessa. Lo scoprono ora?
Repubblica, Libro I (Da: Platone, Tutti gli scritti, A cura di Giovanni Reale, Rusconi editore 1992
Queste righe non sono nate come proposta di lettura. Pure, possono esserlo, certo. Dopotutto, le opere di Platone vengono pubblicate senza interruzioni da…In realtà non lo so, diciamo da sempre, da che esiste la stampa?
Pure, difficile che qualcuno cui si chieda cosa sta leggendo, risponda “I dialoghi socratici”; o “Repubblica” di Platone. Salvo obbligo scolastico, e correlati. Mentre è reale che costituiscono una lettura interessante, e piacevole, quando non addirittura divertente (I dialoghi, dico; la Repubblica no, è solo interessante).
Roberta De Monticelli, “Al di qua del bene e del male”, Einaudi 2015
“Ma se dei pezzenti avidi di trar profitto personale si avventano sul bene pubblico, con tutte le intenzioni di doverne strappare il proprio tornaconto, non ti sarà possibile avere una Città ben governata, in quanto, essendo il potere oggetto di discordia, una guerra fratricida e intestina prima o poi manderà in rovina i contendenti e con loro tutto il resto della Stato”
Platone, Repubblica, Libro VII
“Tra le figure dell’affresco, io rimango nello sfondo”
(Luther Blissett, Q, Einaudi 1999)
Se l’autore è “nessuno”: “Che fare?”, dove gli echi del titolo possono essere evocativi, ognuno scelga come vuole.
Si parte da un nome: Luther Blissett: ignorando il calciatore, deludente cannoniere del Milan dei tempi andati, resta un nome, a rappresentare un collettivo di cui ci si può, oggi, legittimamente chiedere: c’è veramente stato?
La risposta è: certo, sì. Lo documenta, non fosse altro, un libro quale “Q”. Lo documentano una serie di “azioni” che, al tempo – tra il 1994 e il 1999 – hanno portato alla ribalta della cronaca un nome, e nulla più, quale autore di burle molto particolari, potremmo chiamarle “azioni politiche”, a carattere di beffe feroci, aventi quale obiettivo il sistema dei media. Peraltro, andate perfettamente a segno. Un percorso che, oggi, nella realtà dei social, e dei mutamenti che questi hanno portato nella relazione delle persone con la stampa quotidiana e periodica, assume un nuovo interesse; apre altre domande.
… in attesa, si teme, di esondazioni e quant’altro.
Nel frattempo, terremoto magnitudo 8 alle Isole Salomone, Papua Nuova Guinea. Leggo un articolo del maggio scorso a firma di Ben Guarino − The Washington Post, dal titolo “Le Isole Salomone stanno scomparendo” (qui).
“Quando il livello dell’oceano si è alzato, hanno dovuto scappare. «Il mare ha iniziato ad arrivare nell’entroterra; ci ha costretto a spostarci in cima alla collina e a ricostruire lì il nostro villaggio, lontano dal mare», ha raccontato Sirilo Sutaroti, il capo 94enne della tribù Paurata, a un gruppo di scienziati ambientali australiani. (…) l’aumento del livello del mare sta erodendo la costa e, secondo i ricercatori, intere porzioni di territorio.”
Giulia Depentor, “Il vestito verde”, Lettere animate editore 2016
Desiderate trascorrere qualche ora in poltrona, con un bel romanzo; con una storia, anzi più storie d’amore avvincenti, che si snodano nel corso di tre generazioni e vi porteranno ad attraversare l’Europa e la sua storia? Vi piacciono anche gli enigmi? Ecco il vostro libro.
Un tema classico, addirittura abusato, se vogliamo – una ragazza si sveglia in una stanza sconosciuta, in questo caso di un albergo, e non ricorda nulla di sé. Chi sarà la (ovviamente) bella e giovane sconosciuta?
Dopo un periodo di abbuffate, ci starebbe; ma più che altro, finite le feste, ci si trova alle prese con resti vari, bocconi sparsi di golosità che intasano congelatori frigoriferi e dispense, e inducono alla crisi di coscienza: buttare no, non va bene; arrangiarci su qualche pranzo e cena, dal punto di vista della salute, non rappresenta il massimo, non corrisponde alla dieta bilanciata che sarebbe necessaria. Purtuttavia: è la sola strada che consentirà di non sprecare e, solo a seguito, riprendere le buone regole, soddisfacendo nel contempo il palato (perché, ecco, si tratta di bocconcini golosi, e “non sprecare” dà anche, ancora, piacere). Poi, solo poi, riassumeremo i corretti comportamenti alimentari. Avendo ben presente che non di solo pane vive l’uomo.
Truman Capote, «L’arpa d’erba», Garzanti 2001, traduzione di Bruno Tasso
“Quando ho sentito parlare per la prima volta dell’arpa d’erba? Molto tempo prima di quell’autunno in cui andammo ad abitare sul sicomoro.”
Mentre la pila dei libri desiderati, in attesa, si accresce, ecco un suggerimento, dal blog di Tommaso Aramaico; un romanzo breve, o lungo racconto, di Truman Capote. È un ricordo lontano, – e infatti, in casa il libro non c’è, ma bastano due giorni a recuperarlo.
Un piccolo tempo di lettura porta a un luogo magico, che tuttavia, strana cosa, sentiamo subito che ci appartiene, che lo conosciamo. Per raggiungerlo, basterà che ci venga regalata una piccola indicazione.
Tullio De Mauro non scriverà più per noi.
Con Umberto Eco erano amici. Non è trascorso neppure un anno; e, come è avvenuto per Eco, la notizia coglie impreparati e lascia una grande amarezza, non vorrei dire dolore, come fosse venuta a mancare una persona cara, no, conosco troppo bene il lutto personale, privato, per dire una cosa simile. Ma davvero di dolore si tratta. Di fatica ad accettare. Di rifiuto.
Tommaso Aramaico, «Ringraziare», Lazy BOOK 2016. Augurando il buon Natale, avevo segnalato questo romanzo di Tommaso Aramaico: una […]
Sono giorni così, distratti, tra incontri, familiari ed amici, abbuffate e regali. Si ciondola per casa, saltano le regole del quotidiano e dei giorni. Non è il momento per parlare di un libro specifico, di <quel> certo libro.
Sono, peraltro, giorni in cui si regalano e si ricevono libri (io no, per la verità, credo di aver esercitato un’adeguata dissuasione; o meglio, ho amiche lettrici e che dunque <non> regalano libri, sapendo bene quanto sia personale la scelta – e invece consigliano, prestano, scambiano).
Ci avviciniamo a Natale e sono giorni in libreria, oltre che in altri luoghi. Ma sicuramente molto in libreria. Per i regali di Natale, cosa che, occorre dirlo, è quasi una scusa dato che regalare un libro, mi è stato detto, è come regalare un profumo, o una cravatta a un uomo: non si fa!
Io regalo libri. A richiesta, ad amiche di cui ritengo di conoscere i gusti di lettura (poi, naturalmente, quanto io sbagli lo intuisco, talvolta, a posteriori: e non demordo, mi limito a raddrizzare la scelta, quantomeno a provarci). Li ho sempre regalati anche e soprattutto ai bambini, facendomi odiare, temo, ma da parte di una, in senso lato, vecchia zia, ci può stare. Da nonna, non tollerando il non farmi amare, regalo il libro in aggiunta al regalo “vero”.