E no, le mie vacanze non sono terminate; non del tutto. Sono semplicemente state, diciamo così, strane, vaghe, segnate da inciampi di diversa natura, a partire dal non funzionamento del Wi-Fi – che DOVEVA funzionare, era stato previsto e programmato perché funzionasse – fino al tempo meteorologico traditore, di cui mia madre diceva che non si fosse mai sposato per non dover mai obbedire.

Un vita e una storia di scrittura interessanti, quelli di Charlotte Perkins Gilman, nei quali il luogo di nascita, le appartenenze familiari allargate, il tempo di vita, sembrano aver collaborato nel costruire una particolare figura di studiosa, di scrittrice, di attivista.
Charlotte Perkins Gillman è nata il 3 luglio 1860 ad Hartford, città capitale del Connecticut, figlia di Mary e Frederick Beecher Perkins. [i]
Hartford, in quegli anni, era la città statunitense in cui maggiormente era attivo il movimento abolizionista; e la famiglia paterna di Charlotte era molto nota in quell’ambito. Il nonno paterno, reverendo Lyman Beecher, era uno dei maggiori sostenitori dell’abolizione della schiavitù.
Possiamo ben chiamarla una comunità, quella che si esercita sui nostri blog a scambiare libri, recensioni, proposte di lettura; a parlare di libri acquistati, portati a casa dalla biblioteca comunale; posseduti e amati; riletti più volte; dimenticati e riemersi, talvolta da un lungo oblio.
Stiracchiando il termine, esistono elementi per definire un cosiffatto insieme di persone una “comunità”: Controllo il lemma. Il Treccani elenca una miriade di esempi (comunità statuale, locale, nazionale, internazionale; religiosa, terapeutica, familiare e così via) ognuno contrassegnato tuttavia da una formalizzazione che, ovviamente, non ci appartiene.
Charlotte Perkins Gilman, “Terradilei”, La Vita Felice 2015
A cura di Franco Venturi
Un libro particolare. Che vale davvero una buona lettura. Un libro “divertente ma inquietante”, ne scrive la professoressa Mary Beard, in un suo articolo per la London Rewiew of Books, riportato nel numero del 31 marzo 2017 di “Internazionale”
Incontro, dunque, per la prima volta Charlotte Perkins Gilman, autrice e studiosa americana, vissuta a cavallo tra ‘800 e ‘900, che ci ha lasciato molte opere delle quali un certo numero tradotte e pubblicate in italiano.

“Un pensiero mi ha sorpreso, inatteso; un pensiero strano. Questo: forse, leggo troppo. Troppi libri, intendo. E il troppo impedisce il trattenere, e – non so.”
Avevo scritto questo, era il 23 novembre scorso, in un post (qui). Qualche riflessione un po’ a casaccio, forse un pensiero non ancora giunto a maturazione.

Nicolai Lilin, “Favole fuorilegge”, Einaudi 2017
“Questa storia è accaduta in un lontano villaggio siberiano, nel cuore della taiga, dove regna Amba, che ha le sembianze di una tigre.
Là dove si può camminare tutta una vita senza mai incontrare essere umano, tra paludi infestate di spiriti maligni, sulla rive del fiume Lena, nelle cui acque hanno dimora creature magiche, vivevano due amici (…)”
In un bel sabato mattina di sole, dà piacere il gironzolare per le strade del centro e fermarsi a librerie, senza fretta o quasi. Indipendentemente dal bottino che, nell’occasione, è stato contenuto, senza grandi sorprese, se non per un piccolo libro fresco di stampa.
“Favole fuorilegge”, di Nicolai Lilin, Einaudi 2017. Titolo accattivante, una copertina con un disegno bello e curioso (sembrerebbe una Madonna, agghindata in modo orientaleggiante. Eppure: braccia incrociate, con due pistole in mano? È davvero così! Fashion design!).
Stefano Merenda, “Il tempio della piccola foresta“, Algra editore 2016
Da tempo desideravo proporre questo libro; un romanzo di formazione che si legge con piacere e interesse, merito anche di una scrittura scorrevole e pulita che consente al lettore di immergersi in una storia e empatizzare con il protagonista, seguendone la vita e le peripezie, senza far caso al narratore.
In questo libro la scrittura di Stefano Merenda si rivela efficace, capace di trattenere chi legge – meglio: chi ascolta – bilanciando lo svolgimento di un intreccio, la caratterizzazione dei personaggi – centrale, con Shui, l’amico/antagonista Chen – con il racconto del percorso di formazione del protagonista, avviato dalla famiglia ad apprendere le arti marziali nel Monastero buddista Shaolin, nella relazione con il suo Shifu (padre, maestro), il monaco Shi De Zeng.
Tre anni sono trascorsi dall’avvio di questo blog. Non so, per la verità cosa pensavo, davvero, allora, quando ho iniziato a “giocare” ad essere una “Libraia”, che legge e propone libri, che costruisce un catalogo per lettori speciali; a trascorrere finalmente le mie giornate in una libreria speciale, dove importi quali, non quanti, libri si venderanno – anzi, dove neppure occorrerà venderli, essendo questa la parte fondamentale del gioco, quella che si chiama “giocare a far finta” – cosa totalmente diversa dal banale “fingere”, come sanno bene i bambini che, essendo saggi, conoscono quanto questo modo del gioco costruisca la realtà.
Marylinne Robinson, “Le cure domestiche”, Einaudi 2016
Preannunciando la lettura in corso di questo romanzo, pubblicato da Einaudi a grande distanza dalla sua uscita negli U.S.A., e giustamente acclamato dalla critica, avevo scritto “Una scrittura pregevole. Una storia affascinante. Non so ancora se manterrà le promesse.”
A lettura in corso non avevo alcun dubbio sul fatto che si trattava, in effetti, di un libro che non si lascia, che trattiene il lettore nel piacere di una scrittura magistrale e dentro una storia e un ambiente insieme segnati dalla matericità della natura e dalla concretezza della vita che, dentro di essa, si svolge. Perché, dunque, mi ponevo un non giustificato interrogativo? Mentre gustavo ogni riga e ogni parola, perché è un libro che si legge con voluta lentezza, e tuttavia senza sosta che non sia obbligata.
Il mio tempo di lettrice sembra tornare al suo giusto ritmo, e sono reduce da un giro in libreria. Relativamente breve, per la verità, ma fruttuoso, per una qualità inattesa degli acquisti – scarsi ma entusiasmanti: per me, e per motivi personali. E perché considero questa breve gita solo un aperitivo, cui programmo di far seguire un pasto luculliano.
Sono rientrata a casa con soli due libri tra le mani, non c’era tempo per una sosta più lunga (e, per la verità, c’era anche un’intenzione, per quanto vaga, di contenere la spesa).
Desmond Morris, “L’animale donna. La complessità della forma femminile”, Mondadori 2006 – Traduzione di Cecilia Scerbanenco
Lorella Zanardo, “Il corpo delle donne”, Feltrinelli 2011
Con il desiderio di lasciare, per un momento, la narrativa, mi ero proposta un libro particolare – “L’animale donna. La complessità della forma femminile” – dello zoologo ed etologo Desmond Morris. Il libro richiama, anche l’opera principale di Morris, “La scimmia nuda”, un lavoro, del 1967, che è stato ed è tuttora fondamentale per la conoscenza della nostra specie.
Edoardo Sanguineti Ballata delle donne Quando ci penso, che il tempo è passato, le vecchie madri che ci […]
