Sherwood Anderson, “L’uomo che diventò donna”, elliot 2019

Traduzione di Gabriele Baldini

“Mio padre aveva un emporio nella nostra città, in Nebraska, una città talmente uguale a mille altre dove sono andato in seguito che è inutile che perdiamo tempo, io e voi, a fare la sciocchezza di tentare di descriverla.”

James Purdy, “Non chiamarmi col mio nome”, Racconti edizioni 2018

Traduzione di Floriana Bossi

 

È accaduto di nuovo: mi sono innamorata di (o forse appassionatamente odio?) un autore che non avevo mai letto, che era per me solo uno dei tanti nomi vagamente già sentiti, o fors’anche no; e ora dovrò farmi una piccola scorpacciata impossibile: per i pochi titoli tradotti in italiano di un autore tanto riconosciuto dal Gotha della letteratura USA e anglosassone quanto misconosciuto oggi al grande pubblico dei lettori; per la fatica, il dolore, che una tale scrittura, nella sua linearità, scarna, essenziale, “facile” alla lettura, porta con sé, stremando chi legge. Imperdibile.

 

Abraham B. Yehoshua, “Il tunnel”, Einaudi 2018

Traduzione di Alessandra Shomroni

 

Il libro stava da un po’ di tempo, sul mio tavolo, in attesa. Era un ottimo libro, che mi doveva regalare, come infatti è avvenuto, un buon tempo di lettura dal quale, senza scosse, avrei ricavato di che trattenere, sviluppare, pensieri e, sì, un utile, vivificante permanere di domande prive di ansia e di risposta: pacificate direi; disponibili ad attendere il proprio tempo, avendo trovato almeno uno, due punti fermi, capaci di dare un senso, personalissimo, alla vita.

Thomas Mann, “La montagna incantata”, Corbaccio 2011

Avevo anticipato questa rilettura in corso più di un mese fa. (qui: per una breve sinossi).

Ora, lungi da me l’idea, non osabile, di una recensione di questo capolavoro, e invece il desiderio di raccontare sprazzi di un’esperienza di lettura; unica, frutto, certo, di un “incantesimo” che l’autore ha operato: su di me. Su di sé? Per fuggire il mondo che, dopo la tragedia della Grande Guerra, vedeva evolvere in pazzia una pace mai stata.

Agota Kristof, “Ieri”, Einaudi 1997

Ieri era tutto più bello

La musica tra gli alberi

Il vento nei miei capelli

E nelle tue mani tese

Il sole

 

È stato questo, leggo da qualche parte, l’ultimo romanzo di Agota Kristof (qui). Dev’essere così. Ne ha la qualità. In certo qual modo lo dichiara; in un modo infine riappacificato – no: in un modo che ha accolto un patto, un obbligo – con la vita.

È sicuramente necessario chiudere quest’anno. Non, per la verità, allo scopo di aprire la porta di casa al nuovo anno con grande entusiasmo. Io – non so voi – non provo un grande desiderio di brindare all’anno che verrà. Non sono preda di grandi (e per la verità neppure piccole) aspettative. C’è molto da temere nell’aria del mondo. E di casa nostra.

Qualcosa come il covare seri timori può, tuttavia, produrre l’effetto (controintuitivo, per non dire paradossale) di accendere una piccola fiammella di speranza. Mi ci aggrappo, mentre trovo in me il bisogno di individuare, riconoscere, LEGGERE, un SEGNO, per me, di chiusura di quest’anno; un piccolo segno capace di aprire una piccola speranza per i giorni a venire; qualcosa che, per aprire la porta ad un futuro degno, mi suggerisca una qualità compiuta dell’anno ormai trascorso.

verso un altra estate_janet_frame_recensioneRipropongo un’autrice che amo molto. Che, tuttavia, va assunta, credo, a piccole dosi. Ma con regolarità.

A suo modo, un’autrice, forse, pericolosa: non si è più gli stessi dopo averla letta; in particolare, attraverso le pagine di questo suo libro. Qualcosa, chiuso il libro, sarà cambiato in noi. Ci sarà stato regalato (con lo stupore, anche con qualcosa che può essere assimilato al dolore di una rinascita) un nuovo sguardo sul mondo, liberato dalla foschia dei nostri giorni affannati.

 

Janet Frame,Verso un’altra estate, Neri Pozza Editore 2012

…e dalla loro baia tormentata/ Svaniscono i chiurli verso un’altra estate./ Ovunque tra luce e quiete mormora/L’ombra della partenza: l’orizzonte ci guarda;/ E nessuno sa dove andrà a coricarsi la notte. (Charles Brasch, da “The Islands“)

 Tra le opere di Janet Frame, questo è il romanzo-racconto che l’autrice non ha voluto fosse pubblicato finché lei era in vita. Lo considerava troppo “personale”.

Lo è: per tutti e per ciascuno a modo proprio, nel modo in cui i fantasmi che ognuno porta dentro di sé leggono il proprio mondo e i modi del proprio posto nel mondo.

Giuseppe Berto, “Oh Serafina! Fiaba di ecologia, di manicomio e d’amore”, Rusconi editore 1973

 

Le bancarelle: una volta al mese, a Treviso, sotto la Loggia dei Cavalieri, si tiene la “Mostra mercato del libro antico, raro, introvabile”. Cerco di non frequentarla con regolarità, a tutela delle finanze familiari e degli scaffali di casa. Capita, tuttavia, anche senza alcuna intenzione, di passare di lì, proprio nel giorno giusto.

Sono sempre le piccole cose a rallegrare la giornata: una copia, rivelatasi una prima edizione, Rusconi Editore 1973, di “Oh Serafina!” di Giuseppe Berto.  Un libro che mi mancava, di un autore che amo.

Neil Gaiman, “American Gods”, Oscar Mondadori

Traduzione di Katia Bagnoli

 

Avvertenza per i viaggiatori”: così inizia la storia. Una anomala forma di disclaimer, con la quale l’autore definisce il genere – narrativa – cui appartengono le pagine che seguiranno; nonché ciò che, in tali pagine, trova corrispondenza nella realtà – ad esempio alcuni luoghi – e ciò che non possiede tale corrispondenza. E conclude affermando:

Va da sé che tutte le persone vive o morte, nominate nel libro, sono frutto della mia immaginazione, oppure usate in modo immaginario. Soltanto gli dei sono reali.”

Segue: (da qui)

Il Novecento. Anni ’30. Il Commissario De Vincenzi indaga. Ed è, per me che leggo, una Milano dei ricordi; di una bambina molto piccola, giorni e settimane a casa dei nonni, Porta Genova, Porta Ticinese, quartieri, allora, popolari, di case a ringhiera; i Navigli, il Parco Solari; il cono di “latte e miele”, panna montata con una spruzzata di cannella, mai più gustato.

Si andava, Via Cesare Correnti, Via Torino, a Piazza al Duomo, e a Piazza della Scala – era bello, lo è ancora, lo sferragliare del tram. Ma si andava anche a piedi, e la città ad ogni incrocio, si faceva più splendente.

Katherine Mansfield, “Viaggio in Urewera”, Adelphi 2015; a cura di Nadia Fusini

Kathrine Mansfield, “Tutti i racconti”, Adelphi – due volumi

A cura di Nadia Fusini

 

Tutti i racconti

Si può ben dire che, nella scrittura di Katherine Mansfield, i racconti coprono, traducono, tutta la sua esperienza della vita che la circonda; tutto il suo essere nel mondo; tutto ciò che del mondo, della gente, della natura in tutte le sue forme, nutre il suo bisogno; sono vita che lei incorpora – tutti i sensi costantemente all’erta – per tutto restituire.

Nella struttura che KM imprime alla sua creazione si rivela la musicista – il violoncello, l’altro suo strumento, è, dopotutto, una voce umana: alla fine il suo mezzo, la parola scritta, sarà uno spartito, che si impone al lettore-esecutore; che potrà interpretarlo sulle proprie corde e purtuttavia senza poterne deviare.

Karen Blixen, “Ehrengard”, Adelphi 1979.

Traduzione di Adriana Motti

 

“Una vecchia dama raccontò questa storia.”

Questa mia storia, ella cominciò, è avvenuta centovent’anni or sono (…). (…) Gli uomini e donne che allora contribuirono al suo svolgimento, e per i quali essa fu una questione di vita o di morte, sono tutti scomparsi da un pezzo. Può darsi che adesso, davanti al trono dell’Agnello, si scambino ogni tanto un sorriso e un accenno: “Oh sì! E vi ricordate…?” Le strade e i sentieri lungo i quali essa trascorse sono ormai sommersi dalle erbacce, non si riesce nemmeno a trovarli

Pina Bertoli, “Infondate ragioni per credere all’amore”, edizioni Io scrittore 2018

 C’è ora questo libro: da cui sono stata profondamente catturata e di cui potrò parlare solo riuscendo a separare la mia emozione dalla riflessione su di una storia che racchiude una proposta: una chiave di lettura per una filosofia di vita. Da condividere, in tutto, in parte; con cui misurarsi.

Prima di poterne parlare, ho dunque riletto il libro – ne ho sentito l’esigenza immediata: per prenderne le distanze, per pormelo dinnanzi e vederlo?

Nel corso della prima lettura, è certo, vi ero finita immersa, vittima di una partecipazione totale: mi ero ritrovata personaggio tra i personaggi, a prender parte, a vivere dentro quel mondo.

Yaniv Iczkovits, “Tikkun, o la vendetta di Mende Speismann per mano della sorella Fanny”, Neri Pozza 2018

Traduzione dall’ebraico di Ofra Bannet e Raffaella Sardi

 

“Ci sono momenti nella vita di una nazione, pensa il tenente colonnello Novak, che ne preannunciano la fine. La fine comincia sempre con una piccola cosa, una cosa irrilevante.”