Non so perché, quest’anno, cosa che non mi accade mai, sento il bisogno di augurare Buon Natale a tutti. Non Buone Feste. Proprio “Buon Natale”.
Nello stesso momento sento, forte, la consapevolezza che no, non è possibile. Che solo un ascolto silenzioso del Natale in un mondo silenzioso sarebbe una cosa buona, per chi è legato a una fede e per tutti gli altri.
Pubblicazione e Traduzione sotto la direzione di Mario Andrea Rigoni
Devo confessare una fascinazione che mi prende, sempre, quando leggo Cioran. Mi prende lo stupore per la densità e la precisione delle sue parole, che non di rado incontrano, regalando un senso di vertigine, l’impossibilità di accogliere ciò che scrive, ne verrebbe a rischio ogni serenità mentale; sento la tranquillità con cui infine sarà non solo possibile ma addirittura facile, direi risolutivo per la propria pace interiore, accoglierle, aderendovi nel sentimento profondo della meta raggiunta, in cui il pensiero può finalmente riposare:
Alice Liddell, la bambina per cui è stata scritta “Alice nel paese delle meraviglie”, in una fotografia dell’autore Lewis Carroll. Da Wikipedia
Avevo accennato, nei miei progetti per il prossimo anno, alla possibilità di dedicare una specifica attenzione alla cosiddetta “narrativa per ragazzi”. Alla “narrativa per l’infanzia”. Mi piacerebbe davvero metterla a tema, anche solo per sciogliere il nodo di cosa sia, come si possa concettualizzare questa speciale area di lettura. “Se”, dopotutto, sia possibile, o utile, il farlo.
Per ora, ho solo il desiderio di lasciar vagare il pensiero su questa cosa, sperando anche in un dialogo, sognando un brain storming sul tema, lasciando che per il momento qualche riflessione se ne vada a zonzo in questo spazio, senza obiettivi, senza alcun punto di sintesi da raggiungere.
Alice Basso, “L’imprevedibile piano della scrittrice senza nome” (2015), “Scrivere è un mestiere pericoloso” (2016), “Non ditelo allo scrittore” (2017), Garzanti
Mentre proseguo la lettura di “La caduta nel tempo” di Cioran e cerco, nel contempo, di inquadrare meglio ciò che conosco di questo autore perché senza di ciò la lettura dei suoi scritti risulta, per me, difficilmente inquadrabile all’interno di una linea di pensiero, le mie notti sono state favorite da tre romanzi umoristici – una trilogia, in effetti – genere giallo ma non proprio. Autrice: Alice Basso; di cui questi tre libri – pubblicati a scansione annuale: 2015, 2016, 2017 – costituiscono unitariamente l’opera prima.
Ci avviciniamo alla fine d’anno. Non che, nell’aria, ci sia sentore di feste, anche se le nostre città mostrano già più di qualche sbrilluccichio natalizio fuori tempo e fuori contesto: essendo il Natale una Festa assegnata alla categoria del religioso, questo periodo si chiamava, un tempo, Avvento, ed era dedicato al raccoglimento in attesa della nascita del Messia.
Da non credente, mi dispiaccio del fatto che, a quanto pare, si sia gettata l’acqua col bambino, come si dice; cancellando il bisogno di una consonanza con la ciclicità delle stagioni di vita, con la nostra stessa ciclicità di esseri umani, capaci persino di una rinascita attraverso il prenderci cura del tempo e di chi verrà dopo di noi.
“Un tempo, là dove hanno sradicato le macchie di dulcamara e i cespugli di more per far posto al «Campo da golf Città di Medallion», esisteva un quartiere. Sorgeva sulle colline sovrastanti la vallata di Medallion e si stendeva sino al fiume. Adesso lo chiamano sobborgo, ma quando ci viveva la gente di colore era detto Fondo. Lo collegava alla valle una strada, ombreggiata da faggi, querce, aceri e castagni. Oggi i faggi sono scomparsi (…). Presto smantelleranno anche il Circolo ricreativo del Dopolavoro, frequentato da uomini dalle lunghe scarpe nocciola poggiate sui pioli delle sedie. Un maglio di acciaio ridurrà in polvere il salone di bellezza di Irene, dove le donne si appisolavano col capo sulla tazza del lavello, mentre Irene le frizionava col Nu Nile. Alcuni uomini in tuta da lavoro color kaki sfodereranno le assi del Reba’s Grill, dove la padrona cucinava col cappello in testa, perché senza non ricordava gli ingredienti.”
Janet Frame, “Parleranno le tempeste”, gabrielecapellieditore, Lugano 2017
GCE/POESIA – Collana diretta da Fabiano Alborghetti.
A cura e traduzione di Francesca Benocci e Eleonora Bello
Un piccolo grande libro, da leggere sentendosi profondamente grati all’editore Gabrielle Capelli di Lugano e al curatore Fabiano Alborghetti. La prima antologia in lingua italiana delle poesie di una grande scrittrice.
Janet Frame (1924 – 2004), riconosciuta tra le grandi del ‘900, nel suo diario di adolescente diceva di sé “Tutti pensano che farò l’insegnante, ma io farò la poetessa”.
Scusatemi se insisto: ancora una volta, è la seconda (qui il precedente), suggerisco un libro che, da me molto apprezzato, avevo proposto nel settembre del 2014.
L’autore è Robert Louis Stevenson il cui nome porta, con immediatezza a “L’isola del tesoro” (qui), a “Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde”, in qualche modo relegandolo alla sua produzione maggiormente mainstream, dimenticando la mole di scritti, tra cui i libri di viaggio, poco reperibili in italiano.
Morto all’età di 44 anni, dopo una vita segnata dalla salute precaria e dalla malattia, di lui va forse detto, più che di altri, come abbia avuto una vita intensa, completa, che ha saputo anche tradurre in scrittura, spesso grande, sempre di grande interesse, credo. Il mio dubitativo è riferito unicamente al fatto che, per Stevenson più che per altri, mi dolgo molto della mia non conoscenza della lingua inglese e della conseguente impossibilità di leggerlo in originale, mentre le pubblicazioni italiane delle sue opere, a parte i suoi più noti romanzi, scarseggiano.
Tanto più è pregevole questa bella edizione di “Viaggio con un’asina nel cuore della Francia”, pubblicata dalla Casa Editrice Santi Quaranta Una bella lettura. Una bella edizione (nonché la sola che mi risulti reperibile in commercio di quest’opera).
Buona lettura, dunque (anche del libro se possibile: non avrete a pentirvene).
Robert Louis Stevenson, “Viaggio con un’asina nel cuore della Francia”, Editrice Santi Quaranta 2012
a cura di Alessandra Poletto
Traduzione dall’inglese di Paola Della Giustina
Parlando dell’acquisto di questo libro, e mentre lo stavo leggendo, lo avevo definito una chicca, e così è stato. In tanti sensi.
Innanzitutto la storia: il libro è la narrazione, in prima persona, di un viaggio che l’autore fa, tenendo un diario che in seguito sarebbe dovuto diventare un libro in cui raccontare, come gli suggerirà una locandiera, saputo del suo proposito di scrivere del viaggio che stava compiendo, “se la gente coltiva o meno la terra in questo o in quell’altro posto, se ci sono foreste, quali sono gli usi e i costumi, quello che vi diciamo, ad esempio, io e il padrone di casa, le meraviglie della natura e via discorrendo”.
Riprendo da qui, dall’aver scritto, non molto tempo fa: “Posso dire che, in questi giorni, non ho voglia di leggere? Non sarebbe la verità, direi una bestemmia, pur trovandomi di certo preda di qualcosa che un po’ somiglia a un’asserzione tanto balorda. …Potrei rovesciare i termini e dire che non ho voglia di scrivere, anche se pure questo non è vero. Sto scrivendo, infatti… (qui)
È stato il momento in cui mi sono imbattuta nel libro (che stava attendendo, quasi dimenticato) di Albinati: “Oro colato. Otto lezioni sulla materia della scrittura.”
Al solito. Mi sono entusiasmata, l’entusiasmo si è un po’ ridimensionato, per stabilizzarsi ad un apprezzamento nei giusti confini del tutto.
Roger Frison-Roche, “Primo in cordata“, Garzanti 1960. Traduzione di Roberto Ortolani
Nel dicembre dello scorso anno ho letto “Le otto montagne” di Paolo Cognetti, (qui) attirata e respinta da un tema che è parte della mia vita. Una parte importante: la montagna. Scrivendone, ho premesso di non poterne svolgere una recensione, non riuscendo io a prendere la giusta distanza da quel libro.
Leggendo, riconoscevo (come ognuno fa, nel rapporto con un libro) la mia parte in quella storia: ed emergevano ricordi, e inevitabilmente (ancora come ognuno fa) attraverso la lettura riscrivevo quel libro.
Leggiamo un certo numero di storie, appartenenti alla categoria “giallo”, di autori italiani, che occupano uno spazio ricco in particolare di racconti seriali. È una tendenza non primariamente italiana ma che sta avendo una produzione nazionale con punte anche di ottima qualità. Si tratta inoltre di serie che, direi ormai programmaticamente, avranno una trasposizione nei linguaggi cinematografico e/o televisivo.
Un incontro interessante, per certi versi curioso, con un autore per me nuovo. Dico “per me” in quanto, per sé, l’autore ha raggiunto, fin dal suo primo romanzo “La teologia del cinghiale”, Elliot 2015 una sua notorietà e riscontri positivi dalla critica.
Gesuino Némus, nome d’arte di Matteo Locci, è un sessantenne che entra di prepotenza nel piccolo mondo letterario italiano: Vincitore del Premio Selezione Bancarella2016 e del Premio Campiello Opera Prima2016 con “La teologia del cinghiale“, ha già al suo attivo, con “I bambini sardi non piangono mai”, e con questo “Ora Pro loco” tre romanzi in tre anni. Tutti pubblicati con Elliot Edizioni, e tutti ambientati in un piccolo paese sardo, in un luogo fortemente segnato dallo spessore della realtà, come spesso accade ai mondi di invenzione.
Un piccolo libro letto al volo; un lungo racconto, con l’aggiunta, in appendice, di una selezione di brani scelti, una piccola preziosa antologia tematica. Un bel riposo postprandiale divano-libro.
Posso dire che, in questi giorni, non ho voglia di leggere? Non sarebbe la verità, direi una bestemmia, pur trovandomi di certo preda di qualcosa che un po’ somiglia a un’asserzione tanto balorda. Con una tale affermazione mi troverei, credo, nel campo del verosimile, che per definizione è <non vero> e tuttavia implica una forma di rapporto con la verità.
Potrei rovesciare i termini e dire che non ho voglia di scrivere, anche se pure questo non è vero. Sto scrivendo, infatti, ed è ciò che, in questo momento, voglio fare; oserei dire persino che ne sento l’urgenza. Perché ho qualcosa da dire? Ecco, no, non proprio.