Zerocalcare, “Kobane Calling. Facce, parole e scarabocchi da Rebibbia al confine turco siriano.”, bao publishing 2016

 

Però contate che questo libro magari finisce in mano a gente che di solito non mi legge e che è cascata nella trappola dell’argomento impegnato.”

Vero, proprio vero.  Parliamone, dunque.

Avviene che, qualche volta, io la legga, sig. Zero – il Calcare lo lascio perdere, mi ricorda tanto che faccio ANCHE la casalinga, cosa che, AL MIO STESSO LIVELLO INTELLETTUALE – E PROVI UN PO’ A FARCI SU UNA VIGNETTA – un maschio della specie manco sa cosa sia una lavatrice e problemi connessi: LUI PUÒ. QualcunA agisce per lui e provvede a calzini sporchi e connessi. E non mi dica che, scrivendo quella frase, non pensava a mani femminili, mani in età, di mamme siorette, dedite al gruppo di lettura e nel frattempo a dire al figlio di mettersi la maglietta là, dentro i cinquanta gradi del confine turco siriano.

Paolo Rumiz, “Trans Europa Express”, Feltrinelli 2012

A gennaio di quest’anno Pina Bertoli ha recensito nel suo blog questo libro (qui: andateci subito), consentendomi oggi, dopo averlo letteralmente bevuto, di rinviare a quanto lei ne ha scritto, e regalare a me stessa il lusso di raccontare il mio rapporto con queste pagine, aprendo parentesi, mettendo a tema aree particolari  – dove massima è la mia ignoranza, e in conseguenza massimo, per me, il fascino della scoperta, e delle riflessioni che lentamente si fanno strada a partire da questa lettura – e dal bisogno di rifrequentarla.

Vi sono qui luoghi i cui nomi – sconosciuti ai più, credo, a me sicuramente – esprimono il senso di una frontiera, sulla quale neppure ci si pongono domande, forse; dove vivono genti la cui vita, nella corrispondenza che li rende consonanti con i luoghi, costituisce di per se stessa un confine: della nostra conoscenza ma, ancor più, degli schemi che utilizziamo per formarla – tali per cui al viaggiatore, e per suo tramite al lettore, viene richiesto l’oltrepassamento di un limes, che interroga la relazione tra ciò che conosciamo e il come lo conosciamo.

E a proposito dei legami che, intrecciando una lettura all’altra, fanno sì che da ogni libro si dipanino sentieri per altre letture-viaggi, altri luoghi, altri mondi, oggi vorrei raccontare l’aprirsi di un sentiero, di più sentieri – di una via maestra, in effetti – che rallentano e intensificano la mia lettura in corso.

In questi ultimi giorni – deve trattarsi di una anomala congiunzione astrale – qui da me si sono accumulati libri, aperti sentieri, con desideri e attese disparate, mentre sto fortemente abbarbicata al libro che sto leggendo, fonte, peraltro delle attese e dei desideri che sussurrano al mio orecchio e vorrebbero condurmi su altri percorsi.

Le letture lasciate, interrotte. Le letture conosciute, ora o in un altro tempo, e non amate; o non più.

Parlano, a chi legge e di chi legge. Non solo, o tanto, per ciò che il libro narra, lungo i suoi diversi sentieri.  È ancora, ne avevamo parlato, “la struttura che connette” (qui)

Poi ci sono i libri che ci deludono. Profondamente. Scritti da quell’autore che adoravamo e che non è detto possa ottenere da noi un’altra possibilità. Quasi un’offesa personale.

Terry Pratchett, “L’arte della magia”, Salani editore 2016

Raffaele Simone, “La mente al punto Dialogo sul tempo e il pensiero”, Laterza 2002

Zerocalcare, “Kobane calling”, BAO publishing 2016

Estate. Tempo di vacanza o, quantomeno, tempo in cui è bene e salutare sentirsi in vacanza: un particolare modo di comportarsi “come se”. Al bisogno, l‘ho sempre trovato molto utile.

Ci sono i giorni in cui ci si trova a godere, senza averlo programmato, di letture multiple, e molto diverse tra loro. Avviene, quando il nostro tempo è segnato da impegni frazionati nella giornata, ad ognuno dei quali corrisponde, potendo godere di un qualche momento di sosta, una diversa lettura che ci accompagni.

Leggere, scrivere, far di conto. Di quali altri strumenti abbiamo bisogno, in effetti, per condurre la nostra vita? Estendiamoli pure ma, all’osso, di questo si tratta: di saper prendere in noi, ascoltando, leggendo, le vite degli altri, le conoscenze, il pensiero, il “mondo” in cui ci troviamo “gettati”, nel quale, scambiando relazioni, costruiamo il nostro essere un discorso: che è tutto ciò che siamo, tutto ciò che esiste alla voce “Io”. E non è poco.

L’altra faccia di questa costruzione ci chiede di restituire ciò che abbiamo raccolto, nella relazione agli altri, pena la caduta del discorso che ognuno di noi è. Ascoltare e parlare, dunque, leggere e scrivere, condividendo uno sguardo che si va costruendo e, insieme, costruisce il significato di quell’<altro da noi>, fuori di noi, di cui siamo parte: il mondo, la realtà fattuale che, abitandola, trasformiamo, che condividiamo nella corresponsabilità, di ognuno per e con tutti.

Evan Hunter

È iniziata l’estate. E le sue letture disimpegnate?

Strano luogo comune. Nonostante tutto ciò che se ne dice, viviamo in un mondo dove la lettura è di massa, in ogni mese dell’anno; e in cui «Il Libro», quello con la maiuscola, viene venduto e diffuso più o meno attraverso gli stessi canali che diffondono «i libri», i prodotti di una letteratura anche di intrattenimento, diffusa, sconosciuta fino all’era moderna: che non esclude certo la qualità, anche elevata, dei prodotti.

Abitiamo una società che, per un verso, legge e scrive in centoquaranta caratteri mentre, per altro verso, il mondo dei lettori è caratterizzato – anche dove, come in Italia, si legge “poco” – dal segno del consumo diffuso. Il romanzo in particolare, che nasce e si sviluppa con la modernità, mette a disposizione la grande letteratura intrecciata con una narrativa di consumo al cui interno occorrerà distinguere tra libri buoni, meno buoni e carta sprecata. Tutti insieme appassionatamente. Nella società dei consumi perché mai il libro dovrebbe potersi chiamar fuori dal percorso?

Mo Yan, “Le sei reincarnazioni di Ximen Nao”, Einaudi

Traduzione di Patrizia Liberati

Da molto tempo desideravo sia rileggere sia proporre questo grande romanzo di Mo Yan. E rifuggivo dal compito. Così come sono finora fuggita dal “rischio” di leggere altro di questo autore. Strana cosa. Anche perché leggere questo romanzo è stato, nel ricordo come nella rilettura, un’esperienza impagabile per intensità.

Tant’è che, mentre d’abitudine, quando un libro mi assorbe tanto quanto questo, la sua rilettura, senza soluzione di continuità, è per me la regola –  non lascio il libro, mi ritrovo a rileggerne pezzi, a saltare da un punto all’altro e, infine, a rileggerlo daccapo – in questo caso non è stato così. Dopo la prima lettura sono quasi fuggita da una intensità che chiedeva un suo tempo per venir assorbita; anche da una fatica, che il libro richiede, per la lunghezza, per la complessità della storia, con i suoi personaggi, i nomi difficili da memorizzare, i fatti, storici, sottesi agli avvenimenti, che fanno da supporto alla fantasia – e che costituiscono, volendo, ma non necessariamente, il tema del libro. Il libro peraltro è adeguatamente fornito di un glossario dei nomi.

E no, le mie vacanze non sono terminate; non del tutto. Sono semplicemente state, diciamo così, strane, vaghe, segnate da inciampi di diversa natura, a partire dal non funzionamento del Wi-Fi – che DOVEVA funzionare, era stato previsto e programmato perché funzionasse – fino al tempo meteorologico traditore, di cui mia madre diceva che non si fosse mai sposato per non dover mai obbedire.

Charlotte Perkins Gillman in una fotografia di Franis Benjamin Johnston (1900 circa). Wikipedia

Un vita e una storia di scrittura interessanti, quelli di Charlotte Perkins Gilman, nei quali il luogo di nascita, le appartenenze familiari allargate, il tempo di vita, sembrano aver collaborato nel costruire una particolare figura di studiosa, di scrittrice, di attivista.

Charlotte Perkins Gillman è nata il 3 luglio 1860 ad Hartford, città capitale del Connecticut, figlia di Mary e Frederick Beecher Perkins. [i]

Hartford, in quegli anni, era la città statunitense in cui maggiormente era attivo il movimento abolizionista; e la famiglia paterna di Charlotte era molto nota in quell’ambito. Il nonno paterno, reverendo Lyman Beecher, era uno dei maggiori sostenitori dell’abolizione della schiavitù.

Possiamo ben chiamarla una comunità, quella che si esercita sui nostri blog a scambiare libri, recensioni, proposte di lettura; a parlare di libri acquistati, portati a casa dalla biblioteca comunale; posseduti e amati; riletti più volte; dimenticati e riemersi, talvolta da un lungo oblio.

Stiracchiando il termine, esistono elementi per definire un cosiffatto insieme di persone una “comunità”: Controllo il lemma. Il Treccani elenca una miriade di esempi (comunità statuale, locale, nazionale, internazionale; religiosa, terapeutica, familiare e così via) ognuno contrassegnato tuttavia da una formalizzazione che, ovviamente, non ci appartiene.

Charlotte Perkins Gilman, “Terradilei”, La Vita Felice 2015

A cura di Franco Venturi

Un libro particolare. Che vale davvero una buona lettura. Un libro “divertente ma inquietante”, ne scrive la professoressa Mary Beard, in un suo articolo per la London Rewiew of Books, riportato nel numero del 31 marzo 2017 di “Internazionale”

Incontro, dunque, per la prima volta Charlotte Perkins Gilman, autrice e studiosa americana, vissuta a cavallo tra ‘800 e ‘900, che ci ha lasciato molte opere delle quali un certo numero tradotte e pubblicate in italiano.