Abraham B. Yehoshua, “Il tunnel”, Einaudi 2018

Traduzione di Alessandra Shomroni

 

Il libro stava da un po’ di tempo, sul mio tavolo, in attesa. Era un ottimo libro, che mi doveva regalare, come infatti è avvenuto, un buon tempo di lettura dal quale, senza scosse, avrei ricavato di che trattenere, sviluppare, pensieri e, sì, un utile, vivificante permanere di domande prive di ansia e di risposta: pacificate direi; disponibili ad attendere il proprio tempo, avendo trovato almeno uno, due punti fermi, capaci di dare un senso, personalissimo, alla vita.

Agota Kristof, “Ieri”, Einaudi 1997

Ieri era tutto più bello

La musica tra gli alberi

Il vento nei miei capelli

E nelle tue mani tese

Il sole

 

È stato questo, leggo da qualche parte, l’ultimo romanzo di Agota Kristof (qui). Dev’essere così. Ne ha la qualità. In certo qual modo lo dichiara; in un modo infine riappacificato – no: in un modo che ha accolto un patto, un obbligo – con la vita.

È sicuramente necessario chiudere quest’anno. Non, per la verità, allo scopo di aprire la porta di casa al nuovo anno con grande entusiasmo. Io – non so voi – non provo un grande desiderio di brindare all’anno che verrà. Non sono preda di grandi (e per la verità neppure piccole) aspettative. C’è molto da temere nell’aria del mondo. E di casa nostra.

Qualcosa come il covare seri timori può, tuttavia, produrre l’effetto (controintuitivo, per non dire paradossale) di accendere una piccola fiammella di speranza. Mi ci aggrappo, mentre trovo in me il bisogno di individuare, riconoscere, LEGGERE, un SEGNO, per me, di chiusura di quest’anno; un piccolo segno capace di aprire una piccola speranza per i giorni a venire; qualcosa che, per aprire la porta ad un futuro degno, mi suggerisca una qualità compiuta dell’anno ormai trascorso.

verso un altra estate_janet_frame_recensioneRipropongo un’autrice che amo molto. Che, tuttavia, va assunta, credo, a piccole dosi. Ma con regolarità.

A suo modo, un’autrice, forse, pericolosa: non si è più gli stessi dopo averla letta; in particolare, attraverso le pagine di questo suo libro. Qualcosa, chiuso il libro, sarà cambiato in noi. Ci sarà stato regalato (con lo stupore, anche con qualcosa che può essere assimilato al dolore di una rinascita) un nuovo sguardo sul mondo, liberato dalla foschia dei nostri giorni affannati.

 

Janet Frame,Verso un’altra estate, Neri Pozza Editore 2012

…e dalla loro baia tormentata/ Svaniscono i chiurli verso un’altra estate./ Ovunque tra luce e quiete mormora/L’ombra della partenza: l’orizzonte ci guarda;/ E nessuno sa dove andrà a coricarsi la notte. (Charles Brasch, da “The Islands“)

 Tra le opere di Janet Frame, questo è il romanzo-racconto che l’autrice non ha voluto fosse pubblicato finché lei era in vita. Lo considerava troppo “personale”.

Lo è: per tutti e per ciascuno a modo proprio, nel modo in cui i fantasmi che ognuno porta dentro di sé leggono il proprio mondo e i modi del proprio posto nel mondo.

Pina Bertoli, “Infondate ragioni per credere all’amore”, edizioni Io scrittore 2018

 C’è ora questo libro: da cui sono stata profondamente catturata e di cui potrò parlare solo riuscendo a separare la mia emozione dalla riflessione su di una storia che racchiude una proposta: una chiave di lettura per una filosofia di vita. Da condividere, in tutto, in parte; con cui misurarsi.

Prima di poterne parlare, ho dunque riletto il libro – ne ho sentito l’esigenza immediata: per prenderne le distanze, per pormelo dinnanzi e vederlo?

Nel corso della prima lettura, è certo, vi ero finita immersa, vittima di una partecipazione totale: mi ero ritrovata personaggio tra i personaggi, a prender parte, a vivere dentro quel mondo.

Yaniv Iczkovits, “Tikkun, o la vendetta di Mende Speismann per mano della sorella Fanny”, Neri Pozza 2018

Traduzione dall’ebraico di Ofra Bannet e Raffaella Sardi

 

“Ci sono momenti nella vita di una nazione, pensa il tenente colonnello Novak, che ne preannunciano la fine. La fine comincia sempre con una piccola cosa, una cosa irrilevante.”

Auður Ava Ólafsdóttir, Hotel Silence”, Einaudi 2018. Traduzione di Stefano Rosatti.

In questi giorni mi ero prefissa di non acquistare nuovi libri; ho già un impegno importante con letture che attendono sul mio tavolo e che desidero leggere; con attenzione, con tranquillità. MI sono addirittura presa una consistente fetta di tempo-vacanza, anche per questo. E tuttavia, lo sappiamo tutti come va, due passi in centro, l’amica entra alla libreria Einaudi, un saluto al libraio, due chiacchiere mentre io gironzolo, guardo libri, accarezzo copertine, sfoglio qualche pagina ed esco con un libro in mano – l’autrice islandese dal nome impronunciabile e conosciuto, di cui qualcosa avevo annusato – sì, sono certa di aver letto di lei e di aver preso tra le mani un suo precedente libro, per poi riporlo dopo una veloce scorsa alla quarta di copertina, all’incipit e no, non faceva per me, non in quel momento.

Daniel Pennac, “Signori bambini”, Feltrinelli 2000

Traduzione di Yasmina Melaouah

 

“E vi diranno che i bambini sono cambiati! Se così fosse, un professore come Crastaing sarebbe rinchiuso in una clinica tutta bianca a incollare i pezzi di una identità polverizzata dal bazooka della modernità infantile. Invece Crastaing è qui. Regna come un macigno, e gli sbarbati nemmeno fiatano”

Abbiamo avuto tutti un professor Crastaing, e il bello è che, riguardando le cose a posteriori, non è stato del tutto un elemento negativo della nostra infanzia. Ha ricoperto il ruolo dell’orco delle fiabe cui, alla fine, non è mai riuscito di mangiarsi, se non per nomea mai comprovata, un solo bambino; ed ha fatto, lui, una brutta fine, lasciandoci una grande soddisfazione e un piccolo moto di tenerezza.

Cosa ne sarebbe stato di qualunque infanzia se non avesse appreso a sconfiggere l’orco? Se non si fosse potuta misurare con l’amore, mal espresso ma tanto tanto utile, di un orco?

Alice Basso, “L’imprevedibile piano della scrittrice senza nome” (2015), “Scrivere è un mestiere pericoloso” (2016), “Non ditelo allo scrittore” (2017), Garzanti

Mentre proseguo la lettura di “La caduta nel tempo” di Cioran e cerco, nel contempo, di inquadrare meglio ciò che conosco di questo autore perché senza di ciò la lettura dei suoi scritti risulta, per me, difficilmente inquadrabile all’interno di una linea di pensiero, le mie notti sono state favorite da tre romanzi umoristici – una trilogia, in effetti – genere giallo ma non proprio. Autrice: Alice Basso; di cui questi tre libri –  pubblicati a scansione annuale: 2015, 2016, 2017 – costituiscono unitariamente l’opera prima.

Toni Morrison, “Sula”, Frassinelli 1991

Traduzione di Antonio Bertolotti

Incipit:

“Un tempo, là dove hanno sradicato le macchie di dulcamara e i cespugli di more per far posto al «Campo da golf Città di Medallion», esisteva un quartiere. Sorgeva sulle colline sovrastanti la vallata di Medallion e si stendeva sino al fiume. Adesso lo chiamano sobborgo, ma quando ci viveva la gente di colore era detto Fondo. Lo collegava alla valle una strada, ombreggiata da faggi, querce, aceri e castagni. Oggi i faggi sono scomparsi (…). Presto smantelleranno anche il Circolo ricreativo del Dopolavoro, frequentato da uomini dalle lunghe scarpe nocciola poggiate sui pioli delle sedie. Un maglio di acciaio ridurrà in polvere il salone di bellezza di Irene, dove le donne si appisolavano col capo sulla tazza del lavello, mentre Irene le frizionava col Nu Nile. Alcuni uomini in tuta da lavoro color kaki sfodereranno le assi del Reba’s Grill, dove la padrona cucinava col cappello in testa, perché senza non ricordava gli ingredienti.”

Gesuino Némus, “Ora pro loco”, elliot 2017

Un incontro interessante, per certi versi curioso, con un autore per me nuovo. Dico “per me” in quanto, per sé, l’autore ha raggiunto, fin dal suo primo romanzo “La teologia del cinghiale”, Elliot 2015 una sua notorietà e riscontri positivi dalla critica.

Gesuino Némus, nome d’arte di Matteo Locci, è un sessantenne che entra di prepotenza nel piccolo mondo letterario italiano: Vincitore del Premio Selezione Bancarella 2016 e del Premio Campiello Opera Prima 2016 conLa teologia del cinghiale, ha già al suo attivo, con “I bambini sardi non piangono mai”, e con questo “Ora Pro loco” tre romanzi in tre anni. Tutti pubblicati con Elliot Edizioni, e tutti ambientati in un piccolo paese sardo, in un luogo fortemente segnato dallo spessore della realtà, come spesso accade ai mondi di invenzione.

Gaetano Savatteri, “La congiura dei loquaci“, Sellerio 2017 (Prima edizione Sellerio 2000)

 

Sono passati molti anni, nella mia disgrazia che, forse lei ancora se la può ricordare, si cominciò il 6 novembre 1944…”

La storia si avvia con la prima parte di una lettera, datata, sapremo poi, 22 dicembre 1967, che sarà ripresa in epilogo, a sigillo, e conferma, degli avvenimenti narrati e dei percorsi di vita dei protagonisti. Mittente, tale Vincenzo Picipò, detto “Centoedieci“.

Nel mezzo, la storia di un omicidio, di una incriminazione e di una condanna ingiuste (mai tuttavia, se ho ben capito, riconosciute come tali): storia di omertà che prenderà la forma di una inedita loquacità diffusa, finalizzata alla costruzione del capro espiatorio.

Robert Louis Stevenson, “L’isola del tesoro”, Feltrinelli 2014

Con breve saggio introduttivo, L’arcipelago”, sulla critica e sulla fortuna editoriale di R. L. Stevenson di Domenico Scarpa.

Introduzione e traduzione di Lilla Maione

 

Björn Larsson, “La vera storia del pirata Long John Silver, Iperborea 2010. Introduzione di Roberto Mussapi

Dovrò riprendere a parlare di questi due libri da dove ho lasciato, nell’ultimo post (qui), in cui scrivevo, a proposito del romanzo di Björn Larsson dell’incontro felice con una storia e una scrittura appassionanti”, e proseguivo domandandomi “come evitare, incontrando Long John Silver, di riprendere Robert Louis Stevenson, di reimmergersi nell’”Isola del tesoro”?