Mo Yan, “Le sei reincarnazioni di Ximen Nao”, Einaudi

Traduzione di Patrizia Liberati

Da molto tempo desideravo sia rileggere sia proporre questo grande romanzo di Mo Yan. E rifuggivo dal compito. Così come sono finora fuggita dal “rischio” di leggere altro di questo autore. Strana cosa. Anche perché leggere questo romanzo è stato, nel ricordo come nella rilettura, un’esperienza impagabile per intensità.

Tant’è che, mentre d’abitudine, quando un libro mi assorbe tanto quanto questo, la sua rilettura, senza soluzione di continuità, è per me la regola –  non lascio il libro, mi ritrovo a rileggerne pezzi, a saltare da un punto all’altro e, infine, a rileggerlo daccapo – in questo caso non è stato così. Dopo la prima lettura sono quasi fuggita da una intensità che chiedeva un suo tempo per venir assorbita; anche da una fatica, che il libro richiede, per la lunghezza, per la complessità della storia, con i suoi personaggi, i nomi difficili da memorizzare, i fatti, storici, sottesi agli avvenimenti, che fanno da supporto alla fantasia – e che costituiscono, volendo, ma non necessariamente, il tema del libro. Il libro peraltro è adeguatamente fornito di un glossario dei nomi.

Nicolai Lilin

Nicolai Lilin, “Favole fuorilegge”, Einaudi 2017

 “Questa storia è accaduta in un lontano villaggio siberiano, nel cuore della taiga, dove regna Amba, che ha le sembianze di una tigre.

Là dove si può camminare tutta una vita senza mai incontrare essere umano, tra paludi infestate di spiriti maligni, sulla rive del fiume Lena, nelle cui acque hanno dimora creature magiche, vivevano due amici (…)”

Stefano Merenda, “Il tempio della piccola foresta“, Algra editore 2016

Da tempo desideravo proporre questo libro; un romanzo di formazione che si legge con piacere e interesse, merito anche di una scrittura scorrevole e pulita che consente al lettore di immergersi in una storia e empatizzare con il protagonista, seguendone la vita e le peripezie, senza far caso al narratore.

In questo libro la scrittura di Stefano Merenda si rivela efficace, capace di trattenere chi legge – meglio: chi ascolta – bilanciando lo svolgimento di un intreccio, la caratterizzazione dei personaggi – centrale, con Shui, l’amico/antagonista Chen –  con il racconto del percorso di formazione del protagonista, avviato dalla famiglia ad apprendere le arti marziali nel Monastero buddista Shaolin, nella relazione con il suo Shifu (padre, maestro), il monaco Shi De Zeng.

Marylinne Robinson, “Le cure domestiche”, Einaudi 2016

Preannunciando la lettura in corso di questo romanzo, pubblicato da Einaudi a grande distanza dalla sua uscita negli U.S.A., e giustamente acclamato dalla critica, avevo scritto “Una scrittura pregevole. Una storia affascinante. Non so ancora se manterrà le promesse.”

A lettura in corso non avevo alcun dubbio sul fatto che si trattava, in effetti, di un libro che non si lascia, che trattiene il lettore nel piacere di una scrittura magistrale e dentro una storia e un ambiente insieme segnati dalla matericità della natura e dalla concretezza della vita che, dentro di essa, si svolge. Perché, dunque, mi ponevo un non giustificato interrogativo? Mentre gustavo ogni riga e ogni parola, perché è un libro che si legge con voluta lentezza, e tuttavia senza sosta che non sia obbligata.

eraldo-baldini-stirpe-selvaggiaEraldo Baldini, “Stirpe selvaggia”, Einaudi 2016

Posso dire che mi trovo a disagio nel parlare di questo bellissimo romanzo? Molto bello davvero, diciamolo subito, sicuramente una lettura da consigliare, che non deluderà lettori di gusti diversi. Una scrittura sapiente. Una storia che si dipana senza mai soffrire di cadute. Un libro che difficilmente verrà lasciato e che, anzi, facilmente verrà letteralmente bevuto, senza tralasciarne una riga.

Eppure, non so perché, qualcosa, in questa lettura, mi disturba; qualcosa che ha il sapore di un’incongruenza, che non riesco a mettere a fuoco ma di cui non so liberarmi.

il-vestito-verde-giulia-depentorGiulia Depentor, “Il vestito verde”, Lettere animate editore 2016

Desiderate trascorrere qualche ora in poltrona, con un bel romanzo; con una storia, anzi più storie d’amore avvincenti, che si snodano nel corso di tre generazioni e vi porteranno ad attraversare l’Europa e la sua storia? Vi piacciono anche gli enigmi? Ecco il vostro libro.

Un tema classico, addirittura abusato, se vogliamo – una ragazza si sveglia in una stanza sconosciuta, in questo caso di un albergo, e non ricorda nulla di sé. Chi sarà la (ovviamente) bella e giovane sconosciuta?

jane-gardam-figlio-dellimpero-britannicoJane Gardam, “Figlio dell’impero britannico”, edizioni e/o 2009 – prima edizione inglese 2004. Traduzione di Alberto Bracci Testasecca

Jane Gardam, classe 1928, è un’autrice inglese di grande spessore che, molto apprezzata e premiata in patria, per qualche motivo non gode di pubblicazioni in Italia. Le edizioni e/o, a mio parere benemerite, hanno proposto, di quest’autrice, “Figlio dell’impero britannico”, editato nel 2009. È seguito, nel 2011, “L’uomo col cappello di legno”, un prequel del precedente, da quanto si evince dalla quarta di copertina, che temo non abbia avuto grande successo di vendite (ma magari è solo una mia idea, dedotta dal fatto che, ad oggi, non mi risulta sia stato pubblicato altro di questa interessante autrice, molto nota in patria e all’estero).

le-otto-montagnePaolo Cognetti, «Le otto montagne», Einaudi 2016

Questa non può essere, non da parte mia, una “recensione” nel senso che abitualmente diamo a questo termine. Tanto più trattandosi di un libro molto bello – ne fa fede l’autore e la sua scrittura sempre felice, il piacere di un italiano curatissimo senza sforzo alcuno percepibile, la costruzione perfettamente equilibrata del racconto, senza cadute, mai.

E tuttavia io, da questo libro, non sono in grado di prendere la distanza necessaria per poterne scrivere in modo, diciamo, equanime. Non ne sono in grado, pur desiderando proporlo, a causa del suo essere entrato, di prepotenza, nella mia vita, precipitandomi dentro la storia – non come uno dei personaggi, nessuna identificazione, ma per l’essermi trovata, non veduta, tra gli anonimi che abitano là, nel borgo di montagna teatro degli avvenimenti; non ad ascoltare un racconto, bensì testimone diretta degli avvenimenti, veduti nel loro svolgimento, dalla posizione di una delle voci di paese che, nel corso della storia e della sua conclusione, avranno commentato, all’osteria del posto, nei momenti di incontro, ogni fatto, avvenimento, comportamento  dei protagonisti. Ecco: mi sono trovata a vivere la parte del coro, che punteggia, e commenta, e ammonisce. Con emozioni forti, e contrastanti, molto contrastanti.

mark-haddon-lo-strano-caso-del-cane-ucciso-a-mezzanotteMark Haddon, «Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte», Einaudi 2005. Traduzione di Paola Novarese

 

Uno strano bel libro. Che si avvia dal capitolo 2.

E il capitolo 1? Errore di stampa? L’interrogativo, al momento, resta insoluto. Al momento.

“Mezzanotte e 7 minuti. Il cane era disteso sull’erba in mezzo al prato di fronte alla casa della signora Shears. Gli occhi erano chiusi. Sembrava stesse correndo su un fianco, come fanno i cani quando sognano di dare la caccia a un gatto. Il cane però non stava correndo, e non dormiva. Il cane era morto. Era stato trafitto con un forcone. Le punte del forcone dovevano averlo passato da parte a parte ed essersi conficcate nel terreno, perché l’attrezzo era ancora in piedi.”

il-tempo-migliore-della-nostra-vitaAntonio Scurati, «Il tempo migliore della nostra vita», Bompiani 2015

Leone Ginzburg dice “no” l’otto gennaio del millenovecentotrentaquattro. Non ha ancora compiuto venticinque anni ma, dicendo “no” si incammina verso la propria fine.”

“Illustre professore, ricevo la circolare del Magnifico Rettore, in data 3 gennaio, che mi invita a prestare giuramento, la mattina del 9 corrente alle ore 11, con la formula stabilita dal Testo Unico delle leggi sull’Istruzione superiore. Ho rinunciato da un certo tempo, come Ella ben sa, a percorrere la carriera universitaria, e desidero che al mio disinteressato insegnamento non siano poste condizioni se non tecniche o scientifiche. Non intendo perciò prestare giuramento”[i]

linconfondibile-tristezza-della-torta-al-limoneCi sono i molti modi dell’autobiografia, nella scrittura di Aimée Bender; e ci sono i molti modi dell’osservazione che la protagonista di questo romanzo agisce: degli altri, dei familiari, (in questo caso); estranei, vicini di casa, colleghi, incontri casuali o quasi (nel suo precedentemente romanzo, “Un segno invisibile e mio”, la cui recensione si trova qui).

C’è – tratto inconfondibile nella narrativa di questa autrice – un disvelamento dei personaggi reso, confessato, dai gesti, dalla traduzione in sensorialità dei bisogni, delle emozioni, dal sapore dei rapporti, che produce, nel lettore, il disagio del ritrovarsi nudi di fronte allo sguardo altrui, potenzialmente palesati nel nostro intimo e nella nostra quotidianità; nell’andare per la strada, nel presentarci, richiedere, offrire, salutare, stringere una mano; nel preparare del cibo per altri; nel mangiare cibo che altri hanno prodotto per noi e ci offrono.

Ya, La battaglia di CampocarneRoberto Recchioni, «Ya, La battaglia di Campocarne», Mondadori 2015

Che sia fatta l’avventura / Senza ieri né domani /

Con la vita tra le mani / Sempre pronti a battagliar

Questa è una fiaba. Una di quelle vere, dove ci sono tutti i personaggi previsti, capaci di farci provare quella meraviglia che fa bene al nostro vivere; che, per permetterci di godere davvero una tale meraviglia, dovranno essere ampiamente prevedibili e previsti: qui ci sono i buoni, là ci sono i cattivi; c’è una storia e ci sono le storie, plurali, che portano ad aspettare un altro racconto; c’è l’amore, quello bello che riscalda e, soprattutto, non complica la vita.

Se una notte d'inverno un viaggiatoreItalo Calvino, «Se una notte d’inverno un viaggiatore», Einaudi 1979

Terminato questo libro, la voglia di provare, solo provare, a descriverne l’esperienza di lettura è qualcosa che disarticola il pensiero, tra un senso di urgenza (è bellissimo!) e il timore che invita a ritrarsi dal tentativo.

Un libro importante, questo. Un struttura narrativa che ha fatto la storia della letteratura italiana; che Calvino ha scritto sapendo bene ciò che si accingeva a fare – e chissà, anche lui preso tra urgenza e timore. Osando e divertendosi, emozionandosi, interrogandosi, affaticandosi. Senza allentare il controllo sul testo.