Auður Ava Ólafsdóttir, Hotel Silence”, Einaudi 2018. Traduzione di Stefano Rosatti.

In questi giorni mi ero prefissa di non acquistare nuovi libri; ho già un impegno importante con letture che attendono sul mio tavolo e che desidero leggere; con attenzione, con tranquillità. MI sono addirittura presa una consistente fetta di tempo-vacanza, anche per questo. E tuttavia, lo sappiamo tutti come va, due passi in centro, l’amica entra alla libreria Einaudi, un saluto al libraio, due chiacchiere mentre io gironzolo, guardo libri, accarezzo copertine, sfoglio qualche pagina ed esco con un libro in mano – l’autrice islandese dal nome impronunciabile e conosciuto, di cui qualcosa avevo annusato – sì, sono certa di aver letto di lei e di aver preso tra le mani un suo precedente libro, per poi riporlo dopo una veloce scorsa alla quarta di copertina, all’incipit e no, non faceva per me, non in quel momento.

Daniel Pennac, “Signori bambini”, Feltrinelli 2000

Traduzione di Yasmina Melaouah

 

“E vi diranno che i bambini sono cambiati! Se così fosse, un professore come Crastaing sarebbe rinchiuso in una clinica tutta bianca a incollare i pezzi di una identità polverizzata dal bazooka della modernità infantile. Invece Crastaing è qui. Regna come un macigno, e gli sbarbati nemmeno fiatano”

Abbiamo avuto tutti un professor Crastaing, e il bello è che, riguardando le cose a posteriori, non è stato del tutto un elemento negativo della nostra infanzia. Ha ricoperto il ruolo dell’orco delle fiabe cui, alla fine, non è mai riuscito di mangiarsi, se non per nomea mai comprovata, un solo bambino; ed ha fatto, lui, una brutta fine, lasciandoci una grande soddisfazione e un piccolo moto di tenerezza.

Cosa ne sarebbe stato di qualunque infanzia se non avesse appreso a sconfiggere l’orco? Se non si fosse potuta misurare con l’amore, mal espresso ma tanto tanto utile, di un orco?

Alice Basso, “L’imprevedibile piano della scrittrice senza nome” (2015), “Scrivere è un mestiere pericoloso” (2016), “Non ditelo allo scrittore” (2017), Garzanti

Mentre proseguo la lettura di “La caduta nel tempo” di Cioran e cerco, nel contempo, di inquadrare meglio ciò che conosco di questo autore perché senza di ciò la lettura dei suoi scritti risulta, per me, difficilmente inquadrabile all’interno di una linea di pensiero, le mie notti sono state favorite da tre romanzi umoristici – una trilogia, in effetti – genere giallo ma non proprio. Autrice: Alice Basso; di cui questi tre libri –  pubblicati a scansione annuale: 2015, 2016, 2017 – costituiscono unitariamente l’opera prima.

Toni Morrison, “Sula”, Frassinelli 1991

Traduzione di Antonio Bertolotti

Incipit:

“Un tempo, là dove hanno sradicato le macchie di dulcamara e i cespugli di more per far posto al «Campo da golf Città di Medallion», esisteva un quartiere. Sorgeva sulle colline sovrastanti la vallata di Medallion e si stendeva sino al fiume. Adesso lo chiamano sobborgo, ma quando ci viveva la gente di colore era detto Fondo. Lo collegava alla valle una strada, ombreggiata da faggi, querce, aceri e castagni. Oggi i faggi sono scomparsi (…). Presto smantelleranno anche il Circolo ricreativo del Dopolavoro, frequentato da uomini dalle lunghe scarpe nocciola poggiate sui pioli delle sedie. Un maglio di acciaio ridurrà in polvere il salone di bellezza di Irene, dove le donne si appisolavano col capo sulla tazza del lavello, mentre Irene le frizionava col Nu Nile. Alcuni uomini in tuta da lavoro color kaki sfodereranno le assi del Reba’s Grill, dove la padrona cucinava col cappello in testa, perché senza non ricordava gli ingredienti.”

Gesuino Némus, “Ora pro loco”, elliot 2017

Un incontro interessante, per certi versi curioso, con un autore per me nuovo. Dico “per me” in quanto, per sé, l’autore ha raggiunto, fin dal suo primo romanzo “La teologia del cinghiale”, Elliot 2015 una sua notorietà e riscontri positivi dalla critica.

Gesuino Némus, nome d’arte di Matteo Locci, è un sessantenne che entra di prepotenza nel piccolo mondo letterario italiano: Vincitore del Premio Selezione Bancarella 2016 e del Premio Campiello Opera Prima 2016 conLa teologia del cinghiale, ha già al suo attivo, con “I bambini sardi non piangono mai”, e con questo “Ora Pro loco” tre romanzi in tre anni. Tutti pubblicati con Elliot Edizioni, e tutti ambientati in un piccolo paese sardo, in un luogo fortemente segnato dallo spessore della realtà, come spesso accade ai mondi di invenzione.

Gaetano Savatteri, “La congiura dei loquaci“, Sellerio 2017 (Prima edizione Sellerio 2000)

 

Sono passati molti anni, nella mia disgrazia che, forse lei ancora se la può ricordare, si cominciò il 6 novembre 1944…”

La storia si avvia con la prima parte di una lettera, datata, sapremo poi, 22 dicembre 1967, che sarà ripresa in epilogo, a sigillo, e conferma, degli avvenimenti narrati e dei percorsi di vita dei protagonisti. Mittente, tale Vincenzo Picipò, detto “Centoedieci“.

Nel mezzo, la storia di un omicidio, di una incriminazione e di una condanna ingiuste (mai tuttavia, se ho ben capito, riconosciute come tali): storia di omertà che prenderà la forma di una inedita loquacità diffusa, finalizzata alla costruzione del capro espiatorio.

Robert Louis Stevenson, “L’isola del tesoro”, Feltrinelli 2014

Con breve saggio introduttivo, L’arcipelago”, sulla critica e sulla fortuna editoriale di R. L. Stevenson di Domenico Scarpa.

Introduzione e traduzione di Lilla Maione

 

Björn Larsson, “La vera storia del pirata Long John Silver, Iperborea 2010. Introduzione di Roberto Mussapi

Dovrò riprendere a parlare di questi due libri da dove ho lasciato, nell’ultimo post (qui), in cui scrivevo, a proposito del romanzo di Björn Larsson dell’incontro felice con una storia e una scrittura appassionanti”, e proseguivo domandandomi “come evitare, incontrando Long John Silver, di riprendere Robert Louis Stevenson, di reimmergersi nell’”Isola del tesoro”?

Paolo Rumiz, “Trans Europa Express”, Feltrinelli 2012

A gennaio di quest’anno Pina Bertoli ha recensito nel suo blog questo libro (qui: andateci subito), consentendomi oggi, dopo averlo letteralmente bevuto, di rinviare a quanto lei ne ha scritto, e regalare a me stessa il lusso di raccontare il mio rapporto con queste pagine, aprendo parentesi, mettendo a tema aree particolari  – dove massima è la mia ignoranza, e in conseguenza massimo, per me, il fascino della scoperta, e delle riflessioni che lentamente si fanno strada a partire da questa lettura – e dal bisogno di rifrequentarla.

Vi sono qui luoghi i cui nomi – sconosciuti ai più, credo, a me sicuramente – esprimono il senso di una frontiera, sulla quale neppure ci si pongono domande, forse; dove vivono genti la cui vita, nella corrispondenza che li rende consonanti con i luoghi, costituisce di per se stessa un confine: della nostra conoscenza ma, ancor più, degli schemi che utilizziamo per formarla – tali per cui al viaggiatore, e per suo tramite al lettore, viene richiesto l’oltrepassamento di un limes, che interroga la relazione tra ciò che conosciamo e il come lo conosciamo.

Mo Yan, “Le sei reincarnazioni di Ximen Nao”, Einaudi

Traduzione di Patrizia Liberati

Da molto tempo desideravo sia rileggere sia proporre questo grande romanzo di Mo Yan. E rifuggivo dal compito. Così come sono finora fuggita dal “rischio” di leggere altro di questo autore. Strana cosa. Anche perché leggere questo romanzo è stato, nel ricordo come nella rilettura, un’esperienza impagabile per intensità.

Tant’è che, mentre d’abitudine, quando un libro mi assorbe tanto quanto questo, la sua rilettura, senza soluzione di continuità, è per me la regola –  non lascio il libro, mi ritrovo a rileggerne pezzi, a saltare da un punto all’altro e, infine, a rileggerlo daccapo – in questo caso non è stato così. Dopo la prima lettura sono quasi fuggita da una intensità che chiedeva un suo tempo per venir assorbita; anche da una fatica, che il libro richiede, per la lunghezza, per la complessità della storia, con i suoi personaggi, i nomi difficili da memorizzare, i fatti, storici, sottesi agli avvenimenti, che fanno da supporto alla fantasia – e che costituiscono, volendo, ma non necessariamente, il tema del libro. Il libro peraltro è adeguatamente fornito di un glossario dei nomi.

Nicolai Lilin

Nicolai Lilin, “Favole fuorilegge”, Einaudi 2017

 “Questa storia è accaduta in un lontano villaggio siberiano, nel cuore della taiga, dove regna Amba, che ha le sembianze di una tigre.

Là dove si può camminare tutta una vita senza mai incontrare essere umano, tra paludi infestate di spiriti maligni, sulla rive del fiume Lena, nelle cui acque hanno dimora creature magiche, vivevano due amici (…)”

Stefano Merenda, “Il tempio della piccola foresta“, Algra editore 2016

Da tempo desideravo proporre questo libro; un romanzo di formazione che si legge con piacere e interesse, merito anche di una scrittura scorrevole e pulita che consente al lettore di immergersi in una storia e empatizzare con il protagonista, seguendone la vita e le peripezie, senza far caso al narratore.

In questo libro la scrittura di Stefano Merenda si rivela efficace, capace di trattenere chi legge – meglio: chi ascolta – bilanciando lo svolgimento di un intreccio, la caratterizzazione dei personaggi – centrale, con Shui, l’amico/antagonista Chen –  con il racconto del percorso di formazione del protagonista, avviato dalla famiglia ad apprendere le arti marziali nel Monastero buddista Shaolin, nella relazione con il suo Shifu (padre, maestro), il monaco Shi De Zeng.

Marylinne Robinson, “Le cure domestiche”, Einaudi 2016

Preannunciando la lettura in corso di questo romanzo, pubblicato da Einaudi a grande distanza dalla sua uscita negli U.S.A., e giustamente acclamato dalla critica, avevo scritto “Una scrittura pregevole. Una storia affascinante. Non so ancora se manterrà le promesse.”

A lettura in corso non avevo alcun dubbio sul fatto che si trattava, in effetti, di un libro che non si lascia, che trattiene il lettore nel piacere di una scrittura magistrale e dentro una storia e un ambiente insieme segnati dalla matericità della natura e dalla concretezza della vita che, dentro di essa, si svolge. Perché, dunque, mi ponevo un non giustificato interrogativo? Mentre gustavo ogni riga e ogni parola, perché è un libro che si legge con voluta lentezza, e tuttavia senza sosta che non sia obbligata.

eraldo-baldini-stirpe-selvaggiaEraldo Baldini, “Stirpe selvaggia”, Einaudi 2016

Posso dire che mi trovo a disagio nel parlare di questo bellissimo romanzo? Molto bello davvero, diciamolo subito, sicuramente una lettura da consigliare, che non deluderà lettori di gusti diversi. Una scrittura sapiente. Una storia che si dipana senza mai soffrire di cadute. Un libro che difficilmente verrà lasciato e che, anzi, facilmente verrà letteralmente bevuto, senza tralasciarne una riga.

Eppure, non so perché, qualcosa, in questa lettura, mi disturba; qualcosa che ha il sapore di un’incongruenza, che non riesco a mettere a fuoco ma di cui non so liberarmi.