Alice Basso, “L’imprevedibile piano della scrittrice senza nome” (2015), “Scrivere è un mestiere pericoloso” (2016), “Non ditelo allo scrittore” (2017), Garzanti

Mentre proseguo la lettura di “La caduta nel tempo” di Cioran e cerco, nel contempo, di inquadrare meglio ciò che conosco di questo autore perché senza di ciò la lettura dei suoi scritti risulta, per me, difficilmente inquadrabile all’interno di una linea di pensiero, le mie notti sono state favorite da tre romanzi umoristici – una trilogia, in effetti – genere giallo ma non proprio. Autrice: Alice Basso; di cui questi tre libri –  pubblicati a scansione annuale: 2015, 2016, 2017 – costituiscono unitariamente l’opera prima.

Toni Morrison, “Sula”, Frassinelli 1991

Traduzione di Antonio Bertolotti

Incipit:

“Un tempo, là dove hanno sradicato le macchie di dulcamara e i cespugli di more per far posto al «Campo da golf Città di Medallion», esisteva un quartiere. Sorgeva sulle colline sovrastanti la vallata di Medallion e si stendeva sino al fiume. Adesso lo chiamano sobborgo, ma quando ci viveva la gente di colore era detto Fondo. Lo collegava alla valle una strada, ombreggiata da faggi, querce, aceri e castagni. Oggi i faggi sono scomparsi (…). Presto smantelleranno anche il Circolo ricreativo del Dopolavoro, frequentato da uomini dalle lunghe scarpe nocciola poggiate sui pioli delle sedie. Un maglio di acciaio ridurrà in polvere il salone di bellezza di Irene, dove le donne si appisolavano col capo sulla tazza del lavello, mentre Irene le frizionava col Nu Nile. Alcuni uomini in tuta da lavoro color kaki sfodereranno le assi del Reba’s Grill, dove la padrona cucinava col cappello in testa, perché senza non ricordava gli ingredienti.”

Janet Frame, “Parleranno le tempeste”, gabrielecapellieditore,  Lugano 2017

GCE/POESIA – Collana diretta da Fabiano Alborghetti.

A cura e traduzione di Francesca Benocci e Eleonora Bello

 

Un piccolo grande libro, da leggere sentendosi profondamente grati all’editore Gabrielle Capelli di Lugano e al curatore Fabiano Alborghetti. La prima antologia in lingua italiana delle poesie di una grande scrittrice.

Janet Frame (1924 – 2004), riconosciuta tra le grandi del ‘900, nel suo diario di adolescente diceva di sé “Tutti pensano che farò l’insegnante, ma io farò la poetessa”.

Robert L. Stevenson

Scusatemi se insisto: ancora una volta, è la seconda (qui il precedente),  suggerisco un libro che, da me molto apprezzato, avevo proposto nel settembre del 2014. 

L’autore è Robert Louis Stevenson il cui nome porta, con immediatezza a “L’isola del tesoro” (qui), a “Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde”, in qualche modo relegandolo alla sua produzione maggiormente mainstream, dimenticando la mole di scritti, tra cui i libri di viaggio, poco reperibili in italiano.

Morto all’età di 44 anni, dopo una vita segnata dalla salute precaria e dalla malattia, di lui va forse detto, più che di altri, come abbia avuto una vita intensa, completa, che ha saputo anche tradurre in scrittura, spesso grande, sempre di grande interesse, credo. Il mio dubitativo è riferito unicamente al fatto che, per Stevenson più che per altri, mi dolgo molto della mia non conoscenza della lingua inglese e della conseguente impossibilità di leggerlo in originale, mentre le pubblicazioni italiane delle sue opere, a parte i suoi più noti romanzi, scarseggiano.

Tanto più è pregevole questa bella edizione di “Viaggio con un’asina nel cuore della Francia”, pubblicata dalla Casa Editrice Santi Quaranta Una bella lettura. Una bella edizione (nonché la sola che mi risulti reperibile in commercio di quest’opera).

Buona lettura, dunque (anche del libro se possibile: non avrete a pentirvene).

 

Robert Louis Stevenson, “Viaggio con un’asina nel cuore della Francia”, Editrice Santi Quaranta 2012

a cura di Alessandra Poletto

Traduzione dall’inglese di Paola Della Giustina

 

Parlando dell’acquisto di questo libro, e mentre lo stavo leggendo, lo avevo definito una chicca, e così è stato. In tanti sensi.

Innanzitutto la storia: il libro è la narrazione, in prima persona, di un viaggio che l’autore fa, tenendo un diario che in seguito sarebbe dovuto diventare un libro in cui raccontare, come gli suggerirà una locandiera, saputo del suo proposito di scrivere del viaggio che stava compiendo, “se la gente coltiva o meno la terra in questo o in quell’altro posto, se ci sono foreste, quali sono gli usi e i costumi, quello che vi diciamo, ad esempio, io e il padrone di casa, le meraviglie della natura e via discorrendo”.

Roger Frison-Roche, “Primo in cordata“, Garzanti 1960. Traduzione di Roberto Ortolani

Nel dicembre dello scorso anno ho letto “Le otto montagne” di Paolo Cognetti, (qui) attirata e respinta da un tema che è parte della mia vita. Una parte importante: la montagna. Scrivendone, ho premesso di non poterne svolgere una recensione, non riuscendo io a prendere la giusta distanza da quel libro.

Leggendo, riconoscevo (come ognuno fa, nel rapporto con un libro) la mia parte in quella storia: ed emergevano ricordi, e inevitabilmente (ancora come ognuno fa) attraverso la lettura riscrivevo quel libro.

Gesuino Némus, “Ora pro loco”, elliot 2017

Un incontro interessante, per certi versi curioso, con un autore per me nuovo. Dico “per me” in quanto, per sé, l’autore ha raggiunto, fin dal suo primo romanzo “La teologia del cinghiale”, Elliot 2015 una sua notorietà e riscontri positivi dalla critica.

Gesuino Némus, nome d’arte di Matteo Locci, è un sessantenne che entra di prepotenza nel piccolo mondo letterario italiano: Vincitore del Premio Selezione Bancarella 2016 e del Premio Campiello Opera Prima 2016 conLa teologia del cinghiale, ha già al suo attivo, con “I bambini sardi non piangono mai”, e con questo “Ora Pro loco” tre romanzi in tre anni. Tutti pubblicati con Elliot Edizioni, e tutti ambientati in un piccolo paese sardo, in un luogo fortemente segnato dallo spessore della realtà, come spesso accade ai mondi di invenzione.

Gaetano Savatteri, “La congiura dei loquaci“, Sellerio 2017 (Prima edizione Sellerio 2000)

 

Sono passati molti anni, nella mia disgrazia che, forse lei ancora se la può ricordare, si cominciò il 6 novembre 1944…”

La storia si avvia con la prima parte di una lettera, datata, sapremo poi, 22 dicembre 1967, che sarà ripresa in epilogo, a sigillo, e conferma, degli avvenimenti narrati e dei percorsi di vita dei protagonisti. Mittente, tale Vincenzo Picipò, detto “Centoedieci“.

Nel mezzo, la storia di un omicidio, di una incriminazione e di una condanna ingiuste (mai tuttavia, se ho ben capito, riconosciute come tali): storia di omertà che prenderà la forma di una inedita loquacità diffusa, finalizzata alla costruzione del capro espiatorio.

Carlo Rovelli

Carlo Rovelli, “L’ordine del tempo”, Adelphi 2017

E mentre i versi di Orazio (qui), di sottofondo, ricordano, mantengono, il tema dentro e per la nostra vita, ascoltiamo, più che leggere, una eco di queste pagine.

Premessa a:

Rovelli Carlo, “L’ordine del tempo”, Adelphi 2017

(Orazio, “Odi ed Epodi”, Feltrinelli, zoom Poesia)

 

È stato un po’ di tempo fa, era il febbraio dello scorso anno, quando ho proposto un piccolo Adelphi di Carlo Rovelli, “Sette brevi lezioni di fisica”, (qui) e ora ho atteso prima di proporre questo suo nuovo lavoro. Ci sono libri che richiedono riposo, dopo averli letti, e tempi lunghi per affrontarne un seguito: ed è questo il caso.

Patrick Rothfuss, “Le cronache dell’Assassinio del Re”, Trilogia:

Volume I: “Il nome del vento”, Fanucci 2008

Volume II: “La paura del saggio”, Fanucci 2011….

Traduzione dall’inglese di Gabriele Giorgi

 

 

 

 

 

….e Volume III, conclusivo della saga, atteso dal 2011, che a tutt’oggi non c’è.

 

 “Ho sottratto principesse a re dormienti nei tumuli. Ho ridotto in cenere la città di Trebon. Ho passato la notte con Felurian e me ne sono andato sia con la vita, sia con la sanità mentale. Sono stato espulso dall’Accademia a un’età inferiore a quella in cui la maggior parte della gente viene ammessa. Ho percorso alla luce della luna sentieri di cui altri temono di parlare durante il giorno. Ho parlato a dèi, amato donne e scritto canzoni che fanno commuovere i menestrelli. Potresti aver sentito parlare di me.”

Robert Louis Stevenson, “L’isola del tesoro”, Feltrinelli 2014

Con breve saggio introduttivo, L’arcipelago”, sulla critica e sulla fortuna editoriale di R. L. Stevenson di Domenico Scarpa.

Introduzione e traduzione di Lilla Maione

 

Björn Larsson, “La vera storia del pirata Long John Silver, Iperborea 2010. Introduzione di Roberto Mussapi

Dovrò riprendere a parlare di questi due libri da dove ho lasciato, nell’ultimo post (qui), in cui scrivevo, a proposito del romanzo di Björn Larsson dell’incontro felice con una storia e una scrittura appassionanti”, e proseguivo domandandomi “come evitare, incontrando Long John Silver, di riprendere Robert Louis Stevenson, di reimmergersi nell’”Isola del tesoro”?

Halldór Laxness, “Sette maghi”, Iperborea 2016. Traduzione e postfazione di Alessandro Storti

Un piccolo gioiello questo “Sette maghi”, un libro di piccole dimensioni, e tuttavia di grande spessore.

Sette racconti, molto diversi tra loro, dai quali si ricava un senso di unità difficile da giustificare, se non, forse, proprio per il loro rapporto con una particolare forma di magia che serpeggia nello sguardo con cui l’autore, raccontando storie, inventando storie spaziando nel tempo, girovagando tra cronaca e leggenda, legge fatti umani, personaggi, consistenze di vite diverse e di modi della relazione.

Zerocalcare, “Kobane Calling. Facce, parole e scarabocchi da Rebibbia al confine turco siriano.”, bao publishing 2016

 

Però contate che questo libro magari finisce in mano a gente che di solito non mi legge e che è cascata nella trappola dell’argomento impegnato.”

Vero, proprio vero.  Parliamone, dunque.

Avviene che, qualche volta, io la legga, sig. Zero – il Calcare lo lascio perdere, mi ricorda tanto che faccio ANCHE la casalinga, cosa che, AL MIO STESSO LIVELLO INTELLETTUALE – E PROVI UN PO’ A FARCI SU UNA VIGNETTA – un maschio della specie manco sa cosa sia una lavatrice e problemi connessi: LUI PUÒ. QualcunA agisce per lui e provvede a calzini sporchi e connessi. E non mi dica che, scrivendo quella frase, non pensava a mani femminili, mani in età, di mamme siorette, dedite al gruppo di lettura e nel frattempo a dire al figlio di mettersi la maglietta là, dentro i cinquanta gradi del confine turco siriano.