Eccomi rientrata, dopo tre settimane di vagabondaggi verso il sud della Francia. Il progetto prevedeva un percorso sulle Cevennes, ad annusare il Cammino di Stevenson, la storia dei luoghi, e verdi percorsi di media montagna dove girovagare in tranquillità. Sottotraccia libri, che indicano vie da percorrere, e vie che portano a libri.
Paolo Rumiz, “Il filo infinito”, Feltrinelli, aprile 2019
“…la mia anima è poco propensa a celesti pensieri. Troppa rabbia per quello che succede in Europa. Di questi tempi preferisco i Salmi Imprecatori, che ho da poco scoperto nella Liturgia monastica delle ore…Salmi che esortano ad affacciarsi senza timore sul fosco mistero del Male, a proclamare a voce piena la sua esistenza al cospetto di Dio, anche per chiedergli di sbrigarsi a mettere in pratica la vendetta contro gli empi…”
Sto partendo dalla fine, dalle ultime pagine, di questo libro. Mi sono riservata, per alcune ore, la lettura dell’ultimo paragrafo di questo libro, al termine di un viaggio sulla carta attraverso i Monasteri Benedettini d’Europa: alla scoperta dell’Europa, delle sue radici, seguendo “La Regola”, il “Ora et labora” che norma l’autonomia e l’autosufficienza dei Monasteri di San Benedetto, il Santo Patrono d’Europa.
… ma è qualcosa che ho voglia di raccontare, dato che anche i viaggi, come ogni esperienza, hanno a che fare con i libri.
E i libri, hanno a che fare con le librerie.
In viaggio verso le Cevennes, in un giorno di sosta-riposo a Aix en Provence, approfittiamo per una visita alla città. Incrociamo tre o quattro librerie, una delle quali dall’aspetto antico e molto bella: tutte chiuse. Proprio chiuse, inattive. Di ognuna di loro rimane qualche libro abbandonato al di là di una vetrina impolverata, e l’insegna, a sua volta impolverata, dai colori sbiaditi. Poi non so, mi è rimasta questa immagine nella memoria. Desolata. Probabilmente, anche intessuta di fantasia. Unica cosa certa: erano librerie che avevano chiuso la loro attività.
Così, ho guardato bene i titoli in gara per lo Strega – per antico affetto, direi, per un Premio che ha avuto, nel tempo, un suo significato assolutamente di rilievo, il cui esserci è stato importante, utile; e che oggi, non potendo se non vivere, esserci, per l’appunto, nel mondo della comunicazione attuale, inevitabilmente risulterà figlio di un meccanismo di selezione della qualità obsoleto, a rischio di venir travolto da regole di mercato impensabili alla sua nascita; dal rumore di fondo della comunicazione multimediale che lo circonda, dove il libro si deve confrontare con altri mezzi che ne tradurranno, e distorceranno, il messaggio, la fruibilità; che soli ne decreteranno un qualche (siamo in Italia) successo commerciale sui grandi numeri (sempre italiani, è chiaro).
Sherwood Anderson, “L’uomo che diventò donna”, elliot 2019
Traduzione di Gabriele Baldini
“Mio padre aveva un emporio nella nostra città, in Nebraska, una città talmente uguale a mille altre dove sono andato in seguito che è inutile che perdiamo tempo, io e voi, a fare la sciocchezza di tentare di descriverla.”
Con la primavera, e in attesa del Salone del Libro di Torino, iniziano i rumor sui libri, di alta qualità, selezionati per le varie stagioni dei Premi che, da ora ad autunno, occuperanno, tra piccoli e grandi occasioni, la bella stagione; iniziano i rumor sulle rose dei finalisti, libri e autori, che gareggeranno per la scelta da parte di lettori, librai, giudici e giurie.
James Purdy, “Non chiamarmi col mio nome”, Racconti edizioni 2018
Traduzione di Floriana Bossi
È accaduto di nuovo: mi sono innamorata di (o forse appassionatamente odio?) un autore che non avevo mai letto, che era per me solo uno dei tanti nomi vagamente già sentiti, o fors’anche no; e ora dovrò farmi una piccola scorpacciata impossibile: per i pochi titoli tradotti in italiano di un autore tanto riconosciuto dal Gotha della letteratura USA e anglosassone quanto misconosciuto oggi al grande pubblico dei lettori; per la fatica, il dolore, che una tale scrittura, nella sua linearità, scarna, essenziale, “facile” alla lettura, porta con sé, stremando chi legge. Imperdibile.
Se Dio vuole, arriverà il 9 marzo. Anche per quest’anno, sarà chiusa la faccenda. Senza che sia chiuso il problema, ma almeno non sarò nella solita difficoltà: questa mattina non sapevo, al solito, come fare: se arrivavo a casa con il mazzolino di mimose se la sarebbe presa, se non lo facevo, si sarebbe arrabbiata, mi avrebbe detto puoi pure non venire al corteo, tanto non è un problema tuo.
Ho preso una rosa e una scatola di cioccolatini. Sembra l’abbia presa meglio. Se capisco bene, per lei è come se, porgendo un mazzolino di mimose, chiedessi scusa senza prendere alcun impegno, senza farmi carico del problema.
Sono arrabbiata. Molto. La quotidianità del mondo e di casa nostra investe e travolge la lettura, la scrittura, il pensiero.
Travolge vite. Il quotidiano di casa nostra, che è anche il mio, è ogni giorno più impastoiato nelle difficoltà.
E ci si mettono pure quelli che vogliono uccidere la mia lingua-mamma, la voce della mia terra veneta ormai sventrata, annerita, soffocata da figli degeneri che vorrebbero, sia mai, INSEGNARE NELLA SCUOLA UNA “LINGUA VENETA”TAROCCATA INVENTATA MALNATA – ma come, ma cosa – e con ciò seppellire, senza funerale, mandare in discarica, parole e costrutti linguistici che sono casa, intimità, latte materno; amatissimi lessici familiari.
Il libro stava da un po’ di tempo, sul mio tavolo, in attesa. Era un ottimo libro, che mi doveva regalare, come infatti è avvenuto, un buon tempo di lettura dal quale, senza scosse, avrei ricavato di che trattenere, sviluppare, pensieri e, sì, un utile, vivificante permanere di domande prive di ansia e di risposta: pacificate direi; disponibili ad attendere il proprio tempo, avendo trovato almeno uno, due punti fermi, capaci di dare un senso, personalissimo, alla vita.
C’è quel particolare momento in cui, nel girovagare tra libri i più diversi, ci imbattiamo in un autore a noi sconosciuto: a noi, beninteso.
Solitamente accade nei giorni in cui, per i motivi più disparati, tra noi e i libri che stiamo leggendo, si è venuta a creare quella certa atmosfera da matrimonio di lunga data: ci si ama, certo, o forse l’espressione più adatta sarebbe “ci si vuole molto bene”, e anche quel po’ di noia è rassicurante. È una conferma.
Eppure, qualcosa manca. Lo stupore, la scoperta; con quella punta di desiderio di andare a vedere cosa c’è là fuori, mentre si arretra, ci si rifugia nella sicurezza di ciò che è noto, amando e riconoscendo i propri compagni di vita (plurale, attenzione: stiamo parlando dei libri, dei compagni di una vita che non si lasciano mai!).