Ho terminato, per ora, il mio piccolo giro nella narrativa americana. Per la verità, avendo trovato in quest’area libri davvero molto interessanti, so che non sono propriamente le ‘mie’ letture: frequentarli mi fa accorgere del mio legame preferenziale con la letteratura europea e con la sua specificità. Ovvio vero? Ma non quanto si può pensare. Oggi frequentiamo tutti scrittori e storie di altre parti del mondo, qualcuna più qualcuna meno.
Don Delillo, “Rumore Bianco”, Einaudi 2014
Siamo ai primi anni ’80, negli U.S.A. Nella cittadina di Blacksmith c’è il College-on-the Hill. L’incipit è la rappresentazione dell’inizio dell’anno scolastico, con l’arrivo degli studenti che rivela fin da subito, in nuce, il contesto ambientale per la storia che seguirà.
Ci troviamo in un luogo ameno della provincia americana dove vive, con la sua famiglia estesa, Jack Gladney, voce narrante del romanzo, preside del Dipartimento di studi hitleriani del locale College.
Jack Gladney è un uomo grande e grosso, che porta occhiali neri per stare nel personaggio che la sua specializzazione comporta; è una persona tranquilla, direi mansueta, che vive, con la quarta moglie e figli dei precedenti matrimoni di entrambi, una felice vita familiare. Non parla il tedesco e lo deve imparare, almeno quel po’ che basta per ricevere gli ospiti del Convegno Internazionale di studi hitleriani che ha organizzato.
Nell’ultima settimana ho continuato a rimuginare sul chi legge cosa, lettori maschi e lettori femmine, statistiche, editoria e quant’altro.
Ho cercato di verificare le informazioni ricorrenti su questi temi, sul fatto che in Italia si legge poco e che comunque chi legge di più sono le donne, riportate in varie pubblicazioni, articoli, variamente divulgate, e che a me sono sempre parse a rischio di costituire dei luoghi comuni.
Vanna Vannuccini, Francesca Predazzi, Piccolo viaggio nell’anima tedesca, Feltrinelli Editore 2014. Nuova edizione.

Diciamo innanzitutto che la prima edizione di questo libro risale al 2004 e questa è l’ottava: dunque questo libro non è passato inosservato e molti lo hanno già letto. Tuttavia, questa ottava edizione è aggiornata, vi si trovano riferimenti al presente che la rendono una interessante prima edizione per tutti coloro che non lo avessero ancora letto.
Come categorizzare questo lavoro di due giornaliste? Mi ero già posta questa domanda, nell’anticiparne la recensione. E’ un saggio? un reportage giornalistico? Una ricerca linguistica? Un po’ tutto questo.
Certo un saggio, ma anche molto altro. Perché, compiendo un percorso attraverso parole con le quali la lingua tedesca esprime concetti non presenti, o non così precisamente concettualizzati, in altre lingue (e dunque in parte, intraducibili, se non attraverso parafrasi non brevi né esaustive), le due autrici ci conducono a conoscere e comprendere un pezzo della storia tedesca che ha formato la storia d’Europa e dunque anche la nostra.
Sto finendo la mia riserva di libri. In corso di lettura: Rumore Bianco, di Don De Lillo (è un libro da leggere con calma, da leggere nei dettagli. Mi sta piacendo molto, credo). A margine, la piacevole lettura di un piccolo libro di Ian McEwan: “L’inventore di sogni”. Ve lo descrivo, in breve, così potrete decidere di leggerlo (se non l’avete già fatto).
Peter, il protagonista, passa per essere un bambino difficile. Ciò è dovuto alla sua abitudine di starsene in silenzio per i fatti propri. Questo comportamento causa preoccupazione negli adulti, privati della possibilità di sapere cosa lui stia pensando, e dunque in crisi per deficit di controllo.
Peter è impegnatissimo a sognare ad occhi aperti; sogna strane avventure che, in seguito, scopre di aver vissute in un tempo che non c’è stato, ma che non saranno state per questo meno reali.
Ivy Compton-Burnett, Un’eredità e la sua storia, Adelphi Edizioni 2001
Nell’ultima chiacchierata sulle letture in corso ho già presentato quest’autrice, di cui tuttavia voglio proporre in particolare questo romanzo. Non perché sia il suo migliore, ammesso che, specialmente sulle opere di Ivy Compton-Burnett si possano fare classifiche di questo tipo ma perché, a mio parere, è uno dei suoi romanzi più gradevoli, che si legge con il sorriso (nel retro del quale c’è, comunque, sempre, un leggero stridor di denti: non del tutto spiacevole, no.)
Mi dilungherò dunque sulla sinossi, ed eccederò un po’ in citazioni di dialoghi, dato che, al di là della storia narrata, sono senza dubbio l’elemento prevalente in questa scrittura. Se ne viene travolti, non c’è respiro, e ci si chiede come mai l’autrice non abbia scritto per il teatro. La casa, i personaggi, i dialoghi, sono visibili. Non si ‘leggono’, si ‘odono’ e si ‘vedono’.
Un mese di libri e di pensieri diversi. Un po’ di resoconto. Qualche chiacchiera.
Ho letto “Mine-Haha ovvero Dell’educazione fisica delle fanciulle”, di Franz Wedekind
Provo molta incertezza nei riguardi di questo autore, che non avevo mai letto; e del suo racconto, che mi ha comunque affascinato. Il perché non saprei esprimerlo.
Ho già detto che lo devo rileggere. Poi c’è tutto da capire. C’è Wedekind, personaggio anomalo, posso dire così? Di cui risulta difficile anche una biografia, anche limitandosi ai fatti della sua vita. Appartiene al linguaggio del teatro, anche se quest’opera è un racconto, meglio forse uno spezzone di qualcosa.
Franz Werfel, I quaranta giorni del Mussa Dagh, Casa Editrice Corbaccio 2013
Questa è una storia ed è un romanzo: Werfel narra la vicenda di cinquemila armeni, gli abitanti di sette villaggi alle falde del Moussa Dagh che, nell’imminenza della deportazione da parte della Turchia, l’allora Impero Ottomano, nel corso della prima guerra mondiale – era il 1915 – decisero di resistere rifugiandosi e organizzandosi per combattere sulla loro montagna. Da lassù, il monte si trova a Nord della Baia di Antiochia, a picco sul mare, sperarono di essere individuati da qualche nave francese o inglese che li potesse salvare, rivolgendo dunque le loro speranze necessariamente al nemico. Alzarono una grande bandiera, con scritto “Aiuto, Cristiani in pericolo” sperando che fosse veduta. Dopo quaranta giorni, prossimi alla morte per fame, furono individuati, non per merito del segnale, da una nave francese che li mise in salvo. Questa è Storia, ed è la storia di quella gente, di quelle comunità, di quella decisione e di quei quaranta giorni.
Il 22 agosto scorso è morto, all’età di 84 anni, lo scrittore giornalista Peter Opkirk, l’autore de “Il Grande Gioco”. Non so perché, la notizia mi ha provocato, con il dispiacere, uno forma di stupore. Certo, era anziano, ma in qualche modo, aspettavo inconsapevolmente la sua parola per leggere gli eventi cui stiamo assistendo ora, mentre…il gioco continua.
E mi viene in mente, sono ormai passati sette anni dalla morte di Ryzard Kapuscinski. Un’altra voce che ci raccontava, che mostrava il mondo e il tempo. Che continua a parlare nei suoi libri. Ancora da leggere e rileggere.
Parentesi: Tra i suoi tanti, tutti bellissimi, libri, se non avete ancora letto “In viaggio con Erodoto” è il momento di farlo. Poi leggerete sicuramente gli altri.
John Williams, Stoner, Fazi Editore 2012
Quando si finisce di leggere questo libro, dimenticando il fatto che, fino circa la metà si era stati tentati di lasciarlo per noia e qualcosa ci aveva trattenuti, si esala un respiro e la voce interna dice una unica parola: Bellissimo.
Poi, come accade quando un autore ci ha totalmente presi, la mente va alla ricerca della nuova sua opera da leggere. A questo punto ci si dice, stupiti: “No. Non credo che leggerò altro di suo. Questo autore è questo libro. E basta”.
Non accade spesso, ma accade. A me è accaduto con questo libro. Di sentirlo come una totalità. E cerco di capire: perché questo libro è bellissimo? E perché questa sensazione di totalità conclusa?

Questa è una chiacchierata a sé. O vogliamo dire un Intermezzo. In ogni caso, un po’ fuori tema. Ho di fronte a me un bel gruzzolo di libri da leggere, e tra questi certamente alcuni da recensire: mi prendo dunque del tempo per fare il punto su questo blog, che sono determinata a sviluppare, forte anche dei pochi ma buoni followers che lo seguono (si dice “followers”, vero? Sto imparando, sono costretta ad imparare linguaggi che non mi erano abituali, ma si fa tutto quel che serve, sperando di non sbagliare troppo)
Mi rendo conto che è un po’ arrischiato, da parte mia, prendere di petto i lettori (ci siete, non folle oceaniche ma assicuro che ci siete, anche se un po’ zitti zitti), e correre il rischio di non avere risposta, ma è necessario che io ci provi. Da dove posso partire?
Seconda tappa del giro a librerie. Avevo in lista molti desideri, che non ho del tutto assolto perché, come si conviene a questo tipo di shopping, si sono inseriti libri non previsti ma ai quali ho proprio dovuto cedere.
Dunque. Partenza dalla libreria Santi Quaranta, che sapevo aver riaperto i battenti dopo le ferie e che avrei visitato ben sapendo che, là, non avrei né cercato né potuto trovare i libri che stavano nel mio foglietto di appunti, i libri che avevo già deciso di acquistare. Ma avrei potuto trovare cose inaspettate, da cui farmi conquistare. Ne sono uscita con due libri.
Andrew Sean Greer, La storia di un matrimonio, Adelphi 2008
Per questo libro sono necessarie due parole sull’autore. Giovane, nato nel 1970, gode di un’ottima critica. In Italia è pubblicato da Adelphi. Nel 2014 l’autore ha vinto il Premio Fernanda Pivano che, come noto, viene attribuito ad autori americani, tradotti in Italia, la cui opera venga giudicata rilevante.
Sempre nel 2014 è vincitore del Bottari Lattes Grinzane con il romanzo “Le vite impossibili di Greta Wells”.
Inizio con queste informazioni sull’autore e sul romanzo in quanto, a mio giudizio, “La storia di un matrimonio”, presenta aspetti che mi hanno lasciata, a dir poco, molto perplessa.
Andrew Sean Greer, Le confessioni di Max Tivoli, Adelphi Ebook, prima edizione digitale 2014
Francis Scott Fitzgerald, Il caso singolare di Benjamin Button. In: Racconti dell’età del jazz, Mondadori 2014
Segue a: “Una coppia nell’America del 1953”
Breve premessa: ho iniziato la lettura di “Le confessioni di Max Tivoli”, dopo aver recensito “La storia di un matrimonio”, di Andrew Sean Greer, desiderando conoscere meglio questo autore, sul cui precedente romanzo avevo espresso riserve. E mi sono imbattuta nello ‘strano caso’, che è forse deducibile già dal titolo di questo post, e anche noto. Non lo era per me, e dunque mi scuso se parlo di qualcosa di altamente risaputo tra alcuni lettori. Ecco di cosa si tratta: