Una stanza tutta per gli altriAlicia Giménez-Bartlett, “Una stanza tutta per gli altri”, Sellerio 2006

Alicia Giménez-Bartlett, interpreta e documenta in questo ‘romanzo‘ la storia di vita di Nelly Boxall, domestica per più di vent’anni nella casa di Leonard e Virginia Woolf. E, attraverso Nelly, ci fornisce un punto di vista non celebrativo sulla vita e sulla personalità della Woolf e sul mondo delle sue relazioni, il cosiddetto gruppo di Bloomsbury.

Il libro si sviluppa provenendo dalla voce diretta di Nelly, di cui l’autrice finge (in modo documentato) ci sia pervenuto un diario regolarmente tenuto negli anni in cui è stata al servizio dei Woolf.

P1060109Ruth Rendell, “La morte non sa leggere” (titolo originale “A judgement in stone”)[i]

Questa è una rilettura. Ed io che amo il poliziesco classico – omicidio, poliziotto, indizi, indagini, scoperta del colpevole e trionfo della ‘giustizia’ – ho mantenuto una memoria particolare per questo noir anomalo, che inizia, rovesciando lo schema, dall’informazione sull’avvenuto sterminio dell’intera famiglia Coverdale, padre madre e due figli, da parte di Eunice Parchman, bravissima governante di casa, compiuto insieme alla sua amica Joan Smith, per nascondere il fatto di essere analfabeta.

La fine del mondo e il paese delle meraviglieHaruki Murakami, “La fine del mondo e il paese delle meraviglie”, Einaudi 2008

Che bel libro! Piacevolmente irritante e impossibile da lasciare, ad ogni “adesso basta!” che sorge dal cuore nel corso della lettura – dallo stomaco? dalla pancia? da <dentro>, comunque. E la lettura prosegue ossessiva e irrinunciabile.

Un libro che ti porta altrove, anche se alla fine non ne sei poi tanto sicura: racconta di un mondo – due “Città”, in effetti – dalle quali è stata eliminata l’interiorità delle persone che le abitano, ciò che Murakami chiama “il cuore”; e dunque, un libro che trasuda quel “cuore”, quell’interiorità, ad ogni riga. E ti porta ad intrecciare la nostalgia con il sorriso, e con l’amore, e con la gentilezza, e il carico dei ricordi senza i quali paradossalmente le spalle portano un peso insostenibile – e, ineluttabilmente, si piegano.

Antonio Gramsci, 1891 - 1937Franco lo Piparo, “Il professor Gramsci e Wittgenstein. Il linguaggio e il potere”, Donzelli Editore 2014: (segue)

 L’avevo detto, nel mio post del 4 novembre “Il compagno professor Gramsci: tra dialogo filosofico e lealtà multiple” (In: Filosofia e dintorni) che si sarebbe trattato unicamente di una “Introduzione”. Ora, si tratta di riprendere dalla domanda: quale era l’oggetto di una conversazione così pregnante da far sì che quegli uomini proseguissero il loro indiretto colloquio ignorando il mondo che si preparava ad andare in frantumi?

Il paese delle neviKawabata Yasunari, “Il paese delle nevi”, Einaudi 2014

Non so se questa potrà essere una recensione. Sto ancora riprendendomi dalla lettura. Il che richiederebbe la seconda lettura, e so che non rileggerò questo libro. Non a breve. Ma non lo dimenticherò. E so che sono contenta di averlo letto. Scriverne mi permetterà di metterne a fuoco il senso, che ha avuto per me, ovviamente.

È inverno. Si apre la stagione sciistica nel paese delle nevi, che vive di turismo (la stagione sciistica, il periodo autunnale in cui ammirare le foglie di acero). Si intravvedono, sullo sfondo, degli invisibili che lavorano (un capostazione, il personale dell’albergo, il portiere, le cameriere).

Il professor Gramsci e Wittgenstein. Il linguaggio e il potereFranco Lo Piparo, “Il professor Gramsci e Wittgenstein. Il linguaggio e il potere”, Donzelli Editore 2014

Franco Lo Piparo, “I due carceri di Gramsci. La prigione fascista e il labirinto comunista”, Donzelli Editore 2012

Questa sarà una “recensione” un po’ anomala, e cercherò di chiarirne i motivi. Innanzitutto perché si trovano, consigliati insieme, due libri di Franco Lo Piparo che, nel tracciare, in Il professor Gramsci e Wittgenstein. Il linguaggio e il potere”, gli scambi avvenuti tra Ludwig Wittgenstein e Piero Sraffa, ambedue impegnati a Cambridge, e tra Antonio Gramsci[i] e Piero Sraffa[ii], amici e ambedue impegnati sia negli studi sia nella vita politica italiana e nell’opposizione al fascismo, fa riferimento, inevitabilmente, alla storia di vita dei personaggi implicati.

L'estate senza uominiSiri Hustvedt, “L’estate senza uomini”, Einaudi 2013

 Incipit: “Qualche tempo dopo che lui aveva detto la parola ‘Pausa’, impazzii e finii in ospedale. Non aveva detto “Non voglio vederti mai più”, oppure “E’ finita” ma dopo trent’anni di matrimonio ‘Pausa’ bastò a trasformarmi in una matta i cui pensieri si scontravano esplodendo e rimbalzando come pop corn nel microonde”.

Il seguito è leggerezza e profondità, sorriso e ironia lieve, dolore buono, se si può dire così, e persino allegria. Ed è corporeità. Buona e integra.

La trilogia della città di KAgota Kristof, “La trilogia della città di K”, Einaudi 2014

Si trovano in camera nella casa della gioventù. Claus scioglie il cordino con cui è legato il suo vecchio cappotto. Posa cinque quaderni sul tavolo. Peter li apre uno dopo l’altro.”

“Sono veramente curioso di sapere cosa contengono questi quaderni. E’ una specie di diario?”

Claus dice:

“No, sono delle menzogne.”Delle menzogne?”

“Sì, delle cose inventate. Delle storie che non sono vere ma potrebbero esserlo.”

Scelgo di cominciare dalla fine, dal punto in cui (“La Terza Menzogna“) si avvia lo scioglimento della storia, se così si può dire, perché niente, in questa storia, è costruito per essere sciolto.

Tutte le animeJavier Marìas, “Tutte le anime”, Einaudi 2006

‘All Souls College’ di Oxford. ‘Tutte le anime’: il titolo di questo bellissimo libro non è fuorviante. Diverse ‘anime’ compongono infatti il mosaico di narrazioni che il protagonista, voce narrante, ci fa conoscere, raccontandoci il periodo di due anni da lui trascorsi con un incarico di docente di letteratura spagnola a Oxford.

Il narratore è un giovane professore spagnolo che scrive per fissare l’esperienza del suo periodo oxoniense, esperienza che definisce “di turbamento” mentre, essendo lui, per carattere, persona tutt’altro che turbata – questo egli afferma di sé – tutto finirebbe per esser dimenticato: “Anche i morti, che sono metà delle nostre vite, ciò che compone la vita insieme ai vivi, senza che in realtà sia facile capire che cosa separa e distingue gli uni dagli altri; intendo dire i vivi dai morti che abbiamo conosciuto da vivi. E finirei per cancellare i morti di Oxford. I miei morti, il mio esempio.

La forza del passatoHo completato la lettura di questo romanzo, ormai datato (prima edizione dell’anno 2000), di Sandro Veronesi, di cui avevo letto qualche anno fa unicamente “XY”, libro che avevo messo da parte riservandomene una rilettura (che finora non c’è stata). Mi era parso un libro che aveva delle possibilità, la scrittura era interessante, e anche l’idea poteva esserlo; non ne ero rimasta convinta ma nel contempo esitavo a rinunciare a questo scrittore. Cosa che invece, per tre anni, ho evidentemente fatto.

Rumore bianco Don Delillo, “Rumore Bianco”, Einaudi 2014

Siamo ai primi anni ’80, negli U.S.A. Nella cittadina di Blacksmith c’è il College-on-the Hill. L’incipit è la rappresentazione dell’inizio dell’anno scolastico, con l’arrivo degli studenti che rivela fin da subito, in nuce, il contesto ambientale per la storia che seguirà.
Ci troviamo in un luogo ameno della provincia americana dove vive, con la sua famiglia estesa, Jack Gladney, voce narrante del romanzo, preside del Dipartimento di studi hitleriani del locale College.
Jack Gladney è un uomo grande e grosso, che porta occhiali neri per stare nel personaggio che la sua specializzazione comporta; è una persona tranquilla, direi mansueta, che vive, con la quarta moglie e figli dei precedenti matrimoni di entrambi, una felice vita familiare. Non parla il tedesco e lo deve imparare, almeno quel po’ che basta per ricevere gli ospiti del Convegno Internazionale di studi hitleriani che ha organizzato.

Vanna Vannuccini, Francesca Predazzi, Piccolo viaggio nell’anima tedesca, Feltrinelli Editore 2014. Nuova edizione.

P1040856
Ci sono molti muri da abbattere – Berlin Mauer, Foto Paolo Zatti 2013

 Diciamo innanzitutto che la prima edizione di questo libro risale al 2004 e questa è l’ottava: dunque questo libro non è passato inosservato e molti lo hanno già letto. Tuttavia, questa ottava edizione è aggiornata, vi si trovano riferimenti al presente che la rendono una interessante prima edizione per tutti coloro che non lo avessero ancora letto.

Come categorizzare questo lavoro di due giornaliste? Mi ero già posta questa domanda, nell’anticiparne la recensione. E’ un saggio? un reportage giornalistico? Una ricerca linguistica? Un po’ tutto questo.

Certo un saggio, ma anche molto altro. Perché, compiendo un percorso attraverso parole con le quali la lingua tedesca esprime concetti non presenti, o non così precisamente concettualizzati, in altre lingue (e dunque in parte, intraducibili, se non attraverso parafrasi non brevi né esaustive), le due autrici ci conducono a conoscere e comprendere un pezzo della storia tedesca che ha formato la storia d’Europa e dunque anche la nostra.

Ivy Compton-Burnett, Un’eredità e la sua storia, Adelphi Edizioni 2001Un'eredità e la sua storia

Nell’ultima chiacchierata sulle letture in corso ho già presentato quest’autrice, di cui tuttavia voglio proporre in particolare questo romanzo. Non perché sia il suo migliore, ammesso che, specialmente sulle opere di Ivy Compton-Burnett si possano fare classifiche di questo tipo ma perché, a mio parere, è uno dei suoi romanzi più gradevoli, che si legge con il sorriso (nel retro del quale c’è, comunque, sempre, un leggero stridor di denti: non del tutto spiacevole, no.)

Mi dilungherò dunque sulla sinossi, ed eccederò un po’ in citazioni di dialoghi, dato che, al di là della storia narrata, sono senza dubbio l’elemento prevalente in questa scrittura. Se ne viene travolti, non c’è respiro, e ci si chiede come mai l’autrice non abbia scritto per il teatro. La casa, i personaggi, i dialoghi, sono visibili. Non si ‘leggono’, si ‘odono’ e si ‘vedono’.

Franz Werfel, I quaranta giorni del Mussa Dagh, Casa Editrice Corbaccio 20132205113_I quaranta giorni dl Mussa Dagh_cop@01.indd

Questa è una storia ed è un romanzo: Werfel narra la vicenda di cinquemila armeni, gli abitanti di sette villaggi alle falde del Moussa Dagh che, nell’imminenza della deportazione da parte della Turchia, l’allora Impero Ottomano, nel corso della prima guerra mondiale – era il 1915 – decisero di resistere rifugiandosi e organizzandosi per combattere sulla loro montagna. Da lassù, il monte si trova a Nord della Baia di Antiochia, a picco sul mare, sperarono di essere individuati da qualche nave francese o inglese che li potesse salvare, rivolgendo dunque le loro speranze necessariamente al nemico. Alzarono una grande bandiera, con scritto “Aiuto, Cristiani in pericolo” sperando che fosse veduta. Dopo quaranta giorni, prossimi alla morte per fame, furono individuati, non per merito del segnale, da una nave francese che li mise in salvo. Questa è Storia, ed è la storia di quella gente, di quelle comunità, di quella decisione e di quei quaranta giorni.