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Il Gigante nelle Cinque Terre. Fotografia di Peter Forster

Al mare (o quasi)” – Eugenio Montale

Non so il perché, in effetti, ma nello scrivere l’ultima chiacchierata, nel darle un titolo, mi è echeggiata la chiusa di una poesia della vecchiaia di Eugenio Montale. Scritta al mare, Monterosso alle Cinque Terre, probabilmente. E comunque io lo immagino sempre in quel luogo, oggi ancora devastato dall’alluvione del 2011, temo.

Amitav Gosh
Amitav Gosh

Ho terminato in questi giorni la lettura di “Mare di papaveri”, di Amitav Ghosh, Neri Pozza 2008. Primo libro di quella che viene denominata “Trilogia dell’Ibis”, di cui quest’anno dovrebbe (avrebbe dovuto) uscire il terzo volume, a quanto ne so non ancora presente in libreria. Un libro di cui leggerò sicuramente, e vorrei farlo a breve, il secondo volume, “Il fiume dell’oppio”, anche se, per la verità, preferirei attendere l’uscita del terzo per non rimanere poi delusa da un’attesa che si protrae.

Pratchett, Tartarughe divineTerry Pratchett, “Tartarughe divine”, Salani Editore 2011

Traduzione di Valentina Daniele

 “Ora, osserviamo la tartaruga e l’aquila”: Terry Pratchett si appresta a raccontarci la sua storia e apre con una riflessione, da condividere con il lettore, sul modo in cui l’aquila si dà un gran da fare per catturare e mangiare la tartaruga. Prosegue, sempre conversando con noi che leggiamo, con una riflessione sul senso della filosofia, e sull’importanza della Storia, quella con la maiuscola: poche righe, quel genere di osservazioni che si fanno in una chiacchierata tra amici quando, seduti comodamente in poltrona, ci si scambiano pareri sulle cose del mondo.

“Una delle domande filosofiche ricorrenti è: “Un albero che cade nella foresta fa rumore anche se non c’è nessuno in ascolto?”

Il che la dice lunga sulla natura dei filosofi, perché nella foresta c’è sempre qualcuno. Può essere un semplice tasso, o uno scoiattolo un po’ sconcertato dal paesaggio che si sposta verso l’alto, ma ‘qualcuno’ c’è. Al limite, se fosse proprio nel cuore della foresta, lo sentirebbero milioni di piccoli dei”

Burned Memories, di Ryan McGuire
Burned Memories, di Ryan McGuire

La maggior parte dei libri che leggiamo, degli autori che apprezziamo, è straniera; così come lo sono la maggior parte dei film che vediamo e della musica che ascoltiamo. Non si tratta, in questo caso, della nota esterofilia italiana: gli autori italiani sono apprezzati, mi pare, dai lettori e tuttavia, in un mondo globalizzato, dove tutti esportano i propri prodotti e il mercato è globale, dove sono globali la comunicazione e il bisogno di conoscere, non può essere che così.

Ed ecco aprirsi il tema della centralità che assume, o dovrebbe assumere, in un mercato di questo tipo, il traduttore letterario.

Marco Malvaldi, Buchi nella sabbiaMarco Malvaldi, “Buchi nella sabbia“, Sellerio 2015

Ingredienti del romanzo: La Tosca di Giacomo Puccini, il Teatro Nuovo di Pisa, cantanti, direttore d’orchestra, direttore del teatro, tecnici di scena; I Carabinieri e un giornalista, Ernesto Ragazzoni, il protagonista principale; un tempo e un luogo, Pisa 1902, un anno dopo l’assassinio di re Umberto per mano dell’anarchico Gaetano Bresci; sullo sfondo, il nuovo re, Vittorio Emanuele III, mentre Giacomo Puccini, pur in assenza, sarà un inconsapevole protagonista della storia. E l’Anarchia.

Terry Pratchett
Sir Terence David John Pratchett

In cui racconto cosa sto leggendo e cosa vorrei proporre. Svagandomi, cosa che, diciamolo, è ciò che regge la passione e l’abitudine della lettura – certo insieme a quella cosa che ci diciamo sempre per la quale leggere è anche pensare, riflettere, conoscere, crescere, rivedere le proprie idee, svilupparne di nuove, viaggiare, instaurare relazioni e intrattenere dialoghi nel tempo e nello spazio, abbattendo le barriere linguistiche:  tema, quest’ultimo, di grande importanza e cui sarebbe necessario porre maggior attenzione.

Coetzee, Vergogna 2John Maxwell Coetzee, “Vergogna”, Einaudi 2000

Forse è una lezione da accettare. Bisogna saper ricominciare dal fondo. Senza niente. Senza una carta da giocare, senza un’arma, senza una proprietà, senza un diritto, senza dignità.

David Lurie è un professore universitario, insegna Scienze della Comunicazione e tiene un corso monografico, annuale, sui poeti romantici. Cinquantaduenne, ha alle spalle due divorzi; e ritiene di aver risolto sufficientemente bene il problema del sesso frequentando una casa di appuntamenti. I suoi bisogni, pur richiedendo di essere affrontati, non lo portano a provare grandi passioni.

Poesia in forma di rosa 2Pier Paolo Pasolini. “Poesia in forma di rosa”

Eppure, mai si parla della sua poesia. Si dice di lui, “è un poeta”; lo si dice come se il sostantivo avesse un valore di apposizione, ad integrare un altro sostantivo: romanziere, regista, sceneggiatore, artista, intellettuale, comunista (espulso dal partito ma fa lo stesso); con un improprio valore di attributo da assegnare al suo intero essere – senza, dunque, errore, in questo; il modo della poesia, si dice, è presente in ogni suo linguaggio, finalizza a sé lo strumento. E della sua opera poetica si dice poco.

La sua vita prevale, e con la vita la sua produzione più ‘sociale’. Dell’opera si parla nella misura in cui è utilizzabile per misurarsi nel giudizio sulla sua persona, sulle sue scelte di vita, sulle sue posizioni politiche, sulla sua influenza (sul <rischio> di una sua influenza) sulla nostra società. Nel tentativo di ridurne la voce, fino ad annichilirla.

Pier Paolo PasoliniGiorno dei Morti. A ciascuno i suoi, e ad ognuno di loro un diverso rimanere in vita, che non vale dire ‘nel ricordo’ perché non è così. Quantomeno, non è solo così, e tanti sono i modi della vita, così come tanti sono i modi dell’essere morti. Ci sono i morti vivi e i morti morti. Basta guardare i giornali, dove le morti si fanno numero.

Ci sono coloro che non muoiono, mai, pur nei limiti che il ‘mai’ porta con sé; e coloro che sono morti per qualcuno e vivono per e con altri. Senza scomodare i Grandi della storia (penso alla storia della parola, del pensiero, della fantasia, dell’immaginario), la morte di David Wallace resta, per me, senza consolazione; e mi manca, proprio nel quotidiano, la possibilità di ascoltare ancora Kurt Vonnegut parlare e raccontare altre storie; mi mancano i loro nuovi libri che non leggerò. Arrivo a rimproverarli per questo. Poi mi accorgo che mi sbaglio, sono vivi, e i nuovi libri stanno dentro quelli che ancora leggo e rileggo, e la loro voce parla, dice cose nuove alla nuova persona che ogni giorno sono io, essendo morto il mio ieri per dar vita al mio oggi. Diverso.

La nave per KobeDacia Maraini,Una nave per Kobe. Diari giapponesi di mia madre”, Rizzoli 2003

Da lettrice ho sempre apprezzato, in molti romanzi di Dacia Maraini, il loro contenere, recuperare, aspetti di autobiografia familiare. Trovo che questo dia spessore al racconto senza disturbare il piacere dell’invenzione – alla fine, i suoi personaggi, le sue donne, si ergono da sé e ed è ininfluente, per l’economia della storia, l’averli rimaneggiati nella loro realtà o averne restituito l’aspetto autobiografico familiare, ottenendo tuttavia di dare alle storie, e ai personaggi, una consistenza aggiuntiva di carne e sangue.

Maya Angelou, “Io so perché canta l’uccello in gabbia”, Neri Pozza Editore 2015.

Maya Angelou nel 1993Va innanzitutto detto, di questo libro, che cattura il lettore, che si fa leggere tutto d’un fiato. Al di là del suo valore letterario, comunque indubbio, è stato, nel 1969, il primo libro pubblicato da una donna afroamericana ed è un libro che si legge con partecipazione e che, se ce ne fosse bisogno, ricorda un ieri che non è, a tutt’oggi, sufficientemente sepolto.

Si tratta di una narrazione autobiografica caratterizzata da una grande freschezza di linguaggio, che comunica, con la fatica, la rabbia, l’orgoglio per la propria appartenenza, una grande carica di speranza e determinazione; comunica tutta la forza che farà di Maya Angelou la grande attivista dei diritti civili, la donna che, attraverso mille mestieri e mille esperienze, sarà una voce importante dell’America impegnata a superare – tuttora – una cultura razzista profondamente radicata e, all’apparenza, inestirpabile. Fa questo, a partire dall’esperienza di una bambina, poi ragazza, cresciuta in una realtà di segregazione razziale estrema, supportata da una grande capacità di passione e da una grande fantasia, che le consentirà di trasfigurare la fatica di esperienze devastanti.

Topazia Alliata e Fosco MarainiDa un po’ di tempo le mie letture sono, per lo più, riletture; non so il perché, a meno di banalizzare dicendo che non trovo libri che soddisfino il mio bisogno del momento. Anche di questo si tratta, in parte, ma soprattutto del fatto che, a tratti, si ha voglia di sicurezza, di potersi riposare con un libro che si conosce, che non si leggeva da molto tempo e che, dunque, ci darà sicuramente un piacere senza sorprese, con il vantaggio di poterlo leggere con nuovi occhi.

Così, sto leggendo, a pezzi, ora questo ora quello, “L’anello di Re Salomone” di Konrad Lorenz (per chi non lo avesse letto, una compagnia meravigliosa); poi, pezzi di “Armi acciaio e malattie” di Jared Diamond. E ieri ho acquistato un Jared Diamond non ancora letto, “Il mondo fino a ieri” sottotitolo “Cosa possiamo imparare dalle società tradizionali”. Anche se, da questo libro, mi aspetto un ripasso di cose già lette di questo scrittore, che tuttavia amo molto, rimanendo sempre disponibile a riascoltarlo.

Bertolt Brecht, Poesie politicheBertolt Brecht, “Poesie politiche”, Einaudi 2015.

Ci sono argomenti, della quotidianità, che non possono andarsene; necessariamente, sono presenti almeno in un angolo non trascurabile della mente di ognuno: comunque la si pensi, il tormento è là.

Il tormento si chiama “gli Altri“, che si presentano non come concetto ma come corpi menti storie parole incontri, contrasti. Come domanda. E non se ne vogliono, non se ne possono andare. Ed è fatica immane il pensiero, il ricordo, di essere (stati) proprio noi quegli stessi altri, in altro tempo, altro spazio, altro dolore, altra vergogna, che si fatica a cacciare. Qualcuno si sforza di più; qualcuno troppo. Qualcuno, un poeta, insiste – la sua voce risuona nel tempo, dal passato, recente o meno – e non permettere che si dimentichi.

internopoesia.com ha proposto questa poesia di Bertolt Brecht, “Sulla denominazione di emigrante” (qui), che vorrei invitare a leggere – in un sito che, lo dico per chi non lo conosca, consente di iniziare ogni giornata con il viatico di una poesia. Non è poco.

Ogni storia di una propria patria e di un proprio tempo, ognuno dei modi che portano all’esilio, tutti diversi, ha la stessa matrice – è guerra il conflitto armato tra stati, è guerra la fame, sono guerra da cui fuggire le politiche di oppressione, è guerra il male individuale che porta ad andare.

Il modo dell’esilio che ha portato Bertolt Brecht a scrivere non è <altro> rispetto ai modi dell’oggi. Ed è il modo che, anche dentro l’accoglienza, spinge ognuno di noi a vedere alcuni altri come diversi, per la paura di vedere un sé che fa male.

Nel frattempo, in Italia è stata approvata, ancora solo alla Camera, una nuova legge sulla cittadinanza, la quale afferma (con le parole della giurisprudenza, in modo che vengano, se del caso, poco o diversamente comprese) che un popolo è formato dalle persone che vivono insieme in un territorio, dove lavorano e fanno famiglia, e stringono relazioni, e parlano tra loro la lingua dei propri figli, vale a dire del futuro, e scambiano aiuto, e progettano e realizzano; e dunque, per necessaria conseguenza, chiamano quel luogo, e la sua lingua: ‘casa’.

C’è ancora un pezzo di strada da fare, per tutti noi. E tornano bene le parole di Bertolt Brecht, poesia? racconto? dove c’è un altro – altro da lui, altro da questi che oggi arrivano, come arrivavano (arrivavamo) ieri e come sarà domani; le parole dove c’è un tale, un ‘lui’ che facilmente possiamo sentire come un ‘noi’ che, ancora facilmente, può diventare un ‘io’.

L’esame per ottenere la cittadinanza

A Los Angeles davanti al giudice che esamina

   coloro

che vogliono diventare cittadini degli Stati Uniti

venne anche un oste italiano. Alla domanda:

cosa dice l’ottavo emendamento, rispose:

1492. Così venne mandato via. Ritornato

dopo tre mesi gli posero la domanda: chi

fu il generale che vinse nella guerra civile? La sua

   risposta fu:

1492. (Con voce alta e cordiale). Mandato via di

   nuovo

e ritornato una terza volta, rispose

ad una terza domanda ancora:1492. Orbene

il giudice, che aveva simpatia per l’uomo, si

   informò

sul modo come viveva e venne a sapere: con un

   duro lavoro. E allora

alla quarta seduta il giudice gli pose la domanda:

quando

fu scoperta l’America? e in base alla risposta

   esatta,

1492, l’uomo ottenne la cittadinanza.