Come cavalli che dormono in piediCi sono libri sparsi intorno a me, acquisti recenti e non, che hanno tuttavia aspettato il momento giusto perché qualcos’altro ha attirato la mia attenzione e il mio desiderio ma che hanno mantenuto un loro posto nelle mie attese. Credo sia venuto il loro momento, dopo la prossima recensione del libro di Michaël Uras, “Io e Proust” che avevo preannunciato.

Avevo già accennato a due di questi libri in attesa, nelle letture di dicembre, ma mi ripeto volentieri magari iniziando a darne qualche informazione per chi già non li conosce e potrebbe cominciarne la lettura senza aspettare me, giusto?

Viviane Elizabeth FauvilleJulia Deck, “Viviane Élizabeth Fauville”, Adelphi 2014

Un romanzo d’esordio, un noir molto particolare in cui, anche se gli ingredienti del genere ci sono tutti, qualcosa, molto, non segue le vie prescritte.

La trama: una donna, Viviana Élizabeth Fauville in Hermant, manager quarantaduenne alla Betons Biron, madre di una bambina di dodici settimane, vive a Parigi in un appartamento nel quale ha recentemente traslocato dopo la separazione dal marito. Viviane è da tempo in cura presso uno psicanalista, il dr. Jacques Sergent.

Metafisica dei tubiMi trovo di fronte ad una domanda, o forse, meglio, a un dubbio, importante: sto chiedendo, da sempre, molto ai libri, e anche se, così facendo, non ho mai subito grandi delusioni, mi chiedo se sto chiedendo troppo, a troppi libri. Occorre sapere, ma anche scegliere, che tipo di lettura si sta incontrando.

Se il leggere è piacere, attività che ha a che fare con il gioco, e lo è, questa sua funzione si accompagna ad altre funzioni. Il leggere è accompagnare il pensiero, cercare e trovare un interlocutore; la lettura è dialogo e, come in ogni dialogo che si rispetti, in esso si realizzano scambi nei quali ambedue gli interlocutori modificano il loro punto di vista e il lettore scopre che anche il libro, nella relazione con lui, cambia, dice cose diverse da ciò che aveva affermato al primo approccio, in modo categorico, in coerenza con la sua apparente natura oggettuale.

220px-Elias_Canetti_2Nato nel 1905, in Bulgaria, premio Nobel 1981 per la letteratura; al suo attivo un solo grande romanzo, “Autodafé“, un trattato, “Massa e Potere“, tema la psicologia di massa e una bellissima autobiografia, che è molto più di ciò, in tre volumi più uno; e, soprattutto, molto altro.

Poliglotta, se vogliamo dire così, per nascita: ebreo bulgaro, la cui lingua dell’infanzia è stato il giudeo-spagnolo e, naturalmente, il bulgaro, sua lingua nazionale, ha vissuto nella lingua tedesca la parte formativa della sua vita, e in tedesco ha scelto di scrivere le sue opere.

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Shah_of_iran Mohammad Reza Pahlavi

Hamid Ziarati, “Salam, maman”, Einaudi 2006.

Questo è un romanzo che regala una lettura gradevole, e molto altro; una bella narrazione, a cavallo tra il racconto autobiografico, la storia di un tempo e un luogo, l’Iran – la Persia – degli anni ’60; una finestra su di un mondo islamico ricco delle sue tradizioni e, a quel tempo, sulla via del benessere, figlio della modernità che si stava costruendo, in quel paese così come nei paesi occidentali: l’acquisto del primo apparecchio televisivo, i figli e le figlie da far studiare; la storia di una famiglia, una mamma, figura centrale e affettuosamente autoritaria, e quel saluto, che intercala quasi ogni parola che i figli le rivolgono – salam, maman – che descrive un modo d’essere, un’educazione ricevuta, un rispetto della forma carico di sostanza.

Massa e PotereE nel frattempo sono contenta perché ho dei buoni libri in corso di lettura. Uno, come sempre, trascinato dalla scia dei precedenti; qualcun altro, un paio di buoni romanzi, per attrazione casuale, un consiglio, un prestito, cose così.

I romanzi: il primo, di cui ho terminato la lettura, è “Salam, maman”, di Hamid Ziarati, Einaudi 2006. Non è una novità, ma lo è per me, che non conoscevo questo autore di cui sicuramente leggerò altro. Incidentalmente, anche in questo libro si trovano voci dell’infanzia e rituali domestici tradizionali, prima della e insieme alla storia di una famiglia e dell’Iran, a cavallo tra scià Reza Pahlavi, la rivoluzione komeinista e la sua tragica realizzazione.

427px-Philip_Pullman_2005-04-16Inglese, nato nel 1946 a Norwich, è considerato autore di libri per ragazzi anche se, indiscutibilmente, la sua opera è difficilmente confinabile in questa categoria.

La trilogia “Queste oscure materie” è stata oggetto di pesanti critiche in quanto considerata, in alcuni ambienti, un attacco alla religione cristiana, un modo per screditare la funzione della Chiesa nel mondo. Questo “attacco” sembra essere sorto anche dal corrispettivo “attacco”, da parte di Pullman e in senso opposto, alle “Cronache di Narnia” di C. S. Lewis, storie caratterizzate da una visione cristiana del mondo e dei valori, da una rappresentazione della lotta tra il bene e il male priva di sfumature.

L'ultimo elfoSilvana De Mari, “L’ultimo elfo”, Salani edizioni 2008

Questa è una lunga fiaba. E’ la storia di un elfo bambino, Yorshkrunsquarkherzljolnerstri, detto Yorsh. In questa storia ci sarà, come in ogni fiaba, l’assunzione del compito al quale Yorsh, l’eroe, è destinato; ci sarà l’antagonista, anzi, ben più d’uno, che si riveleranno come veramente tali solo dopo che l’eroe avrà compreso e assunto il proprio compito; ci sarà il premio, certo, la principessa? anche, ma solo dopo molto tempo e una lunga storia, e no, non era la principessa il premio per il quale l’eroe si batteva, non in questo primo libro, in cui è solo intuita, e anche lei in funzione di eroina.

Quando teresa si arrabbio con DioDire che un libro ci è piaciuto equivale a dire che si tratta di un buon libro? Non in assoluto. Così come non è obbligatorio trovar piacevole la lettura di tutti i buoni libri.

Uso il termine ‘buoni libri’ assumendo che la definizione sia sufficientemente ampia e generale da consentire un accordo: libri scritti bene, il cui contenuto abbia una struttura riconoscibile, narrativa o esplicativa di un tema, accreditati come tali dalla critica e dai lettori.

Lilli_GruberSui servizi segreti (inglesi in particolare, mi pare, per merito di Ian Fleming) si sprecano tonnellate di narrativa, buona e meno buona, che attrae anche per la miscela, suggerita, di fantasia e sospette (desiderate, fantasticate) verità. Si dimentica che “il segreto” (ma definiamolo con un termine più acconcio e meno attrattivo, “la riservatezza”, opportuna o meno) non riguarda solo i servizi di intelligence degli stati. E si trova anche dove non ci si aspetterebbe. Nel giornalismo.

MieleIan McEwan, “Miele”, Einaudi 2012

Con questo libro si entra in una spy story molto particolare che mostra la faccia burocratica del British Security Service, le ragazze dell’archivio, le dattilografe che trascrivono le informative degli agenti, un mondo di noia e piccole chiacchiere al bar tra ragazze malpagate che cercano, tra gli agenti, l’uomo da sposare per poter lasciare un lavoro deprimente che offre niente più della sopravvivenza. Un ambiente di lavoro che burocratizza la richiesta di serietà, segretezza, compostezza nei comportamenti mentre, dietro e a fianco di quei rapporti da trascrivere e archiviare, appena fuori dagli uffici, brulica la vita normale.

Le streghe di SmirneIn questo blog, propongo i libri che, nuove o vecchie letture che siano, ritengo imperdibili e che, per quel percorso, di cui abbiamo già parlato, attraverso il quale un libro ne chiama un altro, si autopropongono alla mia voglia di leggere.

Nel frattempo, qualcosa acquisto, qualche altro libro attira la mia attenzione, e inizio altre letture che, talvolta, non spesso, restano incompiute: il libro non mi piace, non incontra il mio momento per essere letto, tradisce aspettative, giuste o sbagliate che fossero.

220px-George_Eliot_2Mary Anne (Marian) Evans, alias George Eliot (1819 – 1880)

Non ci sono, al momento, in questo blog, recensioni di questa autrice, di cui ho solamente parlato a proposito del suo grande romanzo “Il mulino sulla Floss”, ma merita sicuramente, con il consiglio di leggerla, una piccola nota biografica. Si tratta, infatti, oltre che di una grande scrittrice, di una personalità peculiare e indicativa dell’epoca cui appartiene, quantomeno per opposizione a quanto il senso comune assegna, in termini di ruolo della donna nella società e di morale comune, all’enunciato ‘periodo vittoriano’ (che, certo, è stato molto altro in molti campi).